| DOPO IL
POSITIVO NO ALLA MISSIONE CIVILE-MILITARE IN IRAQ, CHE FARE?
Nota di Nino Sergi, Segretario generale
9 giugno 2006
Apprezziamo la decisione italiana di rinunciare alla
missione “civile-militare” in Iraq. Il Governo deve
ora mettere a punto il programma di cooperazione, a livello politico,
economico e umanitario, annunciato a Baghdad dal Ministro degli
Esteri D’Alema. Una cooperazione doverosa, che non dovrà
sostituirsi alle capacità irachene ma dovrà al contrario
appoggiarle e valorizzarle: l’Iraq non è infatti un
paese sottosviluppato privo di competenze e ingegnosità,
al contrario possiede risorse umane, culturali, professionali anche
di alto valore.
Non potrà trattarsi, come sempre d’altronde, di un
programma “neutro”, perché le scelte in esso
contenute esprimeranno altrettante scelte politiche del nostro Governo.
E in questa occasione esso dovrà, a nostro avviso, dimostrare
di sapere scegliere con coraggio e con una ritrovata iniziativa
politica internazionale.
INTERSOS si è espressa recentemente manifestando e motivando
forti dubbi sull’intervento civile-militare. La propria valutazione
si basa sull’analisi politica e sull’esperienza acquisita
operando da tre anni in Iraq, senza interruzione. Riteniamo
quindi utile esprimere ora anche alcuni suggerimenti, quali contributo
propositivo alla definizione delle scelte politiche e delle priorità
del programma di cooperazione del Governo italiano con l’Iraq.
1. Rafforzare il multilateralismo
Il rafforzamento delle nuove istituzioni democratiche, della sicurezza
e quindi dello sviluppo infrastrutturale ed economico dell’Iraq
potrà essere efficace solo attraverso un’iniziativa
multilaterale, coordinata e forte, di aiuto al paese. La
cooperazione italiana, come ogni altra cooperazione bilaterale,
dovrebbe favorire tale iniziativa coordinando in essa ogni azione
volta al consolidamento delle istituzioni e al potenziamento della
sicurezza. La scelta multilaterale esprimerebbe anche una reale
svolta, dando priorità alla collaborazione tra stati rispetto
alla prepotenza unilaterale.
Le Agenzie dell’ONU non hanno mai smesso di essere attive
in Iraq, direttamente o tramite le ONG o altre entità operative,
anche dopo l’attentato alla loro sede a Baghdad nel 2003.
Questa presenza operativa andrebbe quindi valorizzata, contribuendo
al contempo a rafforzare il ruolo politico dell’azione
multilaterale nel paese.
2. Rafforzare la presenza politica europea
L’Unione Europea può oggi, in presenza delle nuove
Istituzioni irachene, giocare un ruolo di primo piano, sia per il
rafforzamento dell’azione multilaterale che per la definizione
delle linee strategiche da adottare per uscire dal caos iracheno.
La difficile situazione irachena riguarda ormai tutti e le possibili
soluzioni richiedono un’assunzione di responsabilità
da parte di tutti, compresa l’UE, finora troppo assente
a causa delle divisioni interne. Il Governo italiano dovrebbe aiutare
l’Europa ad assumere finalmente e senza più esitazioni
le proprie responsabilità. Per la ricostruzione dell’Iraq
la cooperazione dell’Unione Europea, insieme a quella delle
Agenzie ONU, potrebbe rappresentare l’elemento chiave per
il necessario cambiamento.
3. Lasciare all’Iraq le sue ricchezze
La principale ricchezza dell’Iraq, dopo la sua popolazione
che purtroppo viene presentata prevalentemente legata alle violenze
e al terrorismo, è il petrolio. È
stato uno dei motivi della guerra ed è oggi uno dei maggiori
elementi di divisione degli iracheni: dovrebbe quindi essere tenuto
presente anche nelle considerazioni per la definizione dei rapporti
di cooperazione. Se gli enormi profitti che ne possono derivare
vengono sottratti al Governo iracheno, come le grandi compagnie
petrolifere stanno cercando di fare, ogni altra azione di cooperazione
e aiuto allo sviluppo perderebbe significato e rappresenterebbe
uno puro inganno.
Il Governo italiano potrebbe dare alla comunità internazionale
uno significativo segnale politico, invitando l’ENI, di cui
è azionista di maggioranza, a distanziarsi dal cartello delle
compagnie petrolifere e a definire con il Governo iracheno accordi
basati sul riconoscimento dei diritti degli iracheni e non su disposizioni
speciali che moltiplicherebbero i profitti delle compagnie straniere
a detrimento della realtà locale.
Sarebbe anche il segnale di una nuova etica internazionale ed il
seme per un più equo ordine mondiale di cui il mondo ha estremo
bisogno.
4. Sviluppare le organizzazioni della società
civile
Il processo democratico dell’Iraq non può ridursi alle
elezioni e alla nascita di legittime istituzioni. Sostenere e sviluppare
tale processo dovrà anche significare aiutare la
società civile a maturare politicamente dopo anni
di dittatura, ad esprimere proposte, a partecipare alla vita democratica,
controllandola e difendendola. Significherebbe anche aiutare la
formazione del consenso, la costruzione di un “patto sociale”
per la ricostruzione; significherebbe favorire il dialogo tra le
comunità e, in definitiva, il rafforzamento della pace.
Numerose sono ormai le organizzazioni della società civile
irachena. Con alcune di esse esistono rapporti di collaborazione
a livello internazionale, compresa l’Italia: organizzazioni
sindacali, sociali, culturali, professionali ecc. Si tratta di una
cooperazione che andrebbe prioritariamente tenuta in considerazione
nel definire il sostegno italiano al processo democratico dell’Iraq.
5. Sopperire alle necessità più
sentite
Ogni cooperazione e aiuto allo sviluppo deve partire da
bisogni reali. L’aiuto al Governo iracheno dovrà
quindi essere indirizzato a rispondere a tali bisogni. Se per l’Italia
tale azione dovesse poi concentrarsi particolarmente su Nassiriya
e la provincia di Dhi Qar, ne risulterebbe un aiuto puntuale, gradito
alla popolazione. Contribuendo al soddisfacimento di tali bisogni
l’Italia diventerebbe agli occhi degli iracheni il paese amico
e amato e darebbe un segnale politico di nuova e diversa collocazione.
Ci sentiamo di suggerire alcuni bisogni prioritari, oltre a quelli
ben conosciuti e più volte evidenziati dell’elettricità
e dell’acqua potabile.
- Assicurare la fornitura dei medicinali
agli ospedali iracheni (la sola Baghdad conta una quarantina di
ospedali pubblici), oggi molto carente e irregolare. Ai farmaci
possono essere aggiunte le attrezzature degli istituti ospedalieri
e l’approfondimento scientifico del personale medico. INTERSOS
conosce particolarmente questa situazione dato il collegamento
settimanale di telemedicina con una realtà ospedaliera
universitaria irachena.
- Assicurare l’assistenza umanitaria
e il reinserimento agli sfollati costretti ad abbandonare
le proprie abitazioni (15 mila famiglie in pochi mesi) a causa
del conflitto etnico-religioso che, anche se non dichiarato, è
già in atto e rischia di ampliarsi rapidamente.
- Assicurare il pieno funzionamento delle
università. Hanno tutte ripreso le attività
con grande volontà di modernizzazione culturale e scientifica.
Le carenze finanziarie, scientifiche-professionali, strutturali
sono però molto pesanti e necessitano di aiuti immediati
e di apertura e collegamento con la comunità scientifica
internazionale. Più in generale, è l’intero
sistema scolastico che necessiterebbe un immediato forte sostegno.
- Assicurare la formazione dei pubblici
amministratori, a livello centrale e locale, per una
corretta gestione dell’amministrazione e dei servizi, per
la loro modernizzazione sia in termini concettuali che pratici,
per creare la necessaria fiducia tra la gente e le istituzioni.
- Assicurare la tutela del patrimonio culturale.
Si tratta di un patrimonio inestimabile la cui perdita o il cui
deterioramento rappresenterebbe una gravissima privazione per
l’Iraq, la sua cultura, la sua storia, la sua identità
nazionale.
La cooperazione con l’Iraq non richiede
una presenza permanente di personale civile. Anche perché
non potrebbe muoversi se non a rischio della propria vita e comunque
impegnando per la propria tutela, in modo improprio, personale militare
della rappresentanza diplomatica italiana. Le capacità di
potere assumere la propria ricostruzione sono già in Iraq
e sono garantite dagli iracheni. Occorre solo dare loro fiducia,
aiutandole, valorizzandole, coinvolgendole pienamente e facendole
sentire attori del proprio futuro e del proprio sviluppo. È
proprio ciò che è mancato in questi tre anni di “esportazione
della democrazia” e che va ora rapidamente attuato.
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