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INTERSOS NELL'EMERGENZA AFGHANISTAN
Nota del 5 aprile 2002

INTERSOS è presente in AFGHANISTAN:

  • a Maymanah, provincia nord occidentale di Faryab, dove i propri operatori umanitari hanno fornito aiuti alimentari urgenti alle 38.500 famiglie più bisognose, con circa 100.000 bambini; stanno riabilitando e riattivando scuole per più di 5000 ragazze e ragazzi; stanno provvedendo all'edificazione di pozzi igienicamente protetti e dotati di pompa per garantire l'approvvigionamento di acqua potabile;
  • a Mazar-e-Sharif, provincia settentrionale di Balkh, con distribuzioni alimentari a 3.040 famiglie sfollate, raccolte in precari campi profughi;
  • a Jalalabad e nella provincia orientale di Kunar, con distribuzioni di beni di prima necessità alle popolazioni sfollate (ed in particolare alle 2.000 famiglie più povere e bisognose); con interventi finalizzati al ritorno dei profughi dal vicino Pakistan (riparazione di case, scuole, ambulatori); con attività di bonifica dei terreni minati;
  • a Kabul, ove i propri operatori umanitari della Mine Action Unit stanno bonificando terreni minati e infestati dalle micidiali bombe cluster, al fine di prevenire incidenti mortali alla popolazione.

INTERSOS è stata immediatamente operativa nel distretto terremotato di Nahrin, provincia di Baghlan, provvedendo alla distribuzione di alimenti (olio, fagioli, zucchero e sale) a circa 4.000 famiglie terremotate, in collaborazione con l'Ong IRC attiva da tempo nelle regione, e mettendo a disposizione tende-ambulatorio e medicinali per 10.000 persone.

INTERSOS è inoltre attiva in PAKISTAN dove sta assicurando la necessaria assistenza a 45.000 profughi afghani nei campi, nelle aree tribali lungo il confine afghano, ad ovest di Peshawar, (in particolare Kurram e Mohmand). L'intervento nei campi è anche finalizzato a preparare il ritorno dei profughi in Afghanistan in condizioni di sicurezza e con garanzie di rispetto della dignità della persona.

LA SITUAZIONE UMANITARIA IN AFGHANISTAN

All'interno dell'Afghanistan, nei mesi passati, molte persone hanno abbandonato i propri villaggi a causa della siccità e della fame: vari campi sono sorti intorno alle città, ed in particolare Herat, Kabul e Mazar-e-Sharif, ma anche in centri più piccoli, dove gli sfollati sono rimasti in attesa degli aiuti delle agenzie umanitarie. I dati di UNOCHA, l'Agenzia per il coordinamento umanitario delle Nazioni Unite, indicano circa 1 milione di sfollati interni.

La situazione alimentare è diventata drammatica, in particolare in alcune province più isolate. Anche se ormai non se ne parla più, anche se ormai nessuno più si indigna, in Afghanistan oltre sette milioni di persone sono sottoalimentate ed in alcuni distretti più isolati sono alla fame. L'area nord e nord-ovest è quella più colpita, soprattutto a causa della pluriennale siccità, ma anche dei recenti combattimenti. Secondo le valutazioni del Programma Alimentare Mondiale, PAM, nelle province nord-occidentali il grado di vulnerabilità della popolazione raggiunge l'80% e in alcuni distretti il 100%, siamo cioè realmente alla fame. I combattimenti intorno a Kandahar hanno creato una nuova situazione allarmante in tutta l'area. Di conseguenza tentare di soccorrere subito le popolazioni delle zone più bisognose, isolate e carenti di tutto, cibo e indumenti innanzi tutto, è per INTERSOS e le altre organizzazioni umanitarie la massima priorità.

Rimangono aperti anche tutti gli altri problemi della ricostruzione e del recupero del ritardo in termini di sviluppo. L'Afghanistan è infatti uno tra i paesi più poveri e senza infrastrutture del mondo. La gran parte del territorio e quindi la grande maggioranza della popolazione, non ha acqua potabile ed elettricità; le strutture sanitarie, ospedali e ambulatori, sono saccheggiati e inattivi; quelle educative si sono limitate a diffondere in questi anni la memorizzazione del Corano e poche sono le scuole che hanno potuto riprendere in modo adeguatole attività; nelle aree produttive, l'agricoltura potrebbe essere fiorente se fossero riabilitati e potenziati i sistemi di irrigazione ed i canali; la rete stradale è poverissima: spesso si passa nei letti dei torrenti, o sui sentieri percorsi dai pedoni o dai muli, o su tracciati stradali scavati lungo i rilievi montagnosi, che diventano tutti, appena piove o nevica, difficilissimi da utilizzare.

Il regime talebano è stato sconfitto. Gli scontri hanno provocato molte vittime, fuga di popolazioni in pericolo a causa dell'appartenenza etnica, saccheggi.
Abbiamo vissuto da vicino molti conflitti e sempre abbiamo costatato che la fine dei combattimenti non ha comportato la soluzione dei problemi. Se da un lato la costituzione di un Governo di unità nazionale, sostenuto dalla Comunità internazionale, rappresenta uno straordinario successo, dall'altro rimangono rivalità tribali, divisioni e bellicosità di fronte alla gestione del potere, zone di vero e proprio banditismo che continuano ad alimentare incertezze.
I bombardamenti devono comunque definitivamente cessare. Non si usano bombe, che hanno effetti devastanti per le popolazioni, per colpire un ricercato. Abbiamo già manifestato le nostre preoccupazioni con un comunicato stampa il 3 novembre scorso. Adesso siamo indignati per il perdurare dei bombardamenti anche ora che la rete terroristica al Qaeda, almeno in Afghanistan, è stata smantellata. Sulle bombe cluster, le bombe a grappolo, ognuna delle quali si apre durante il lancio dagli aerei disseminando ordigni esplosivi su un'area vasta un chilometro quadrato, lanceremo una campagna - coordinandoci con la Campagna internazionale contro le mine, premio Nobel per la pace - perché le bombe cluster vengano anch'esse, come le mine antipersona, messe al bando totale dalla Comunità internazionale.

L'Italia si è impegnata militarmente nell'operazione contro il terrorismo. Spropositati sono i costi di quest'impegno per i paesi che vi partecipano. Non possiamo quindi non denunciare che col costo di una sola di quelle bombe si sarebbe potuto costruire un intero ospedale. Non c'è paragone, purtroppo, tra quanto si è pronti a spendere per le operazioni militari e quanto per il sostegno allo sviluppo dei popoli seguendo gli indispensabili criteri di solidarietà umana e di giustizia, senza i quali non è possibile assicurare un futuro di pace.

Il Governo italiano si è affrettato ad annunciare il suo impegno nell'ambito dello sviluppo delle comunicazioni, ed in particolare quella televisiva, ed ha inviato il Sottosegretario ai beni culturali per verificare lo stato dei Budda distrutti dai talebani. Due settori importanti, indubbiamente: la comunicazione ed il patrimonio culturale. Siamo abituati però, noi operatori umanitari e della cooperazione internazionale, a fare le nostre scelte sulla base di una seria ed approfondita analisi dei bisogni. E i bisogni primari in questo momento - è perfino troppo ovvio - sono di altre. Chiediamo che, pur mantenendo gli impegni assunti, il governo italiano prenda in considerazione anche altri tipi di impegni ed altre priorità a maggiore ed immediato beneficio della popolazione afghana. Senza aspettare che accadano eventi straordinari, come i terremoti. Siamo pronti a suggerire alcune priorità.

Ricordiamo che, nei distretti della provincia di Faryab (con quasi 1 milione di abitanti) in cui operiamo, la mortalità è semplicemente raddoppiata dal mese di agosto ad oggi. Lo stesso vale per altre province del nord come Sar-e-Pul (500.000 abitanti).
Ricordiamo che a queste popolazioni in pericolo non viene assicurata dalla comunità internazionale la quantità di cibo necessaria per una sana sopravvivenza; lo scorbuto è diffuso e provoca la morte, insieme alle diarree e alla tubercolosi; per sopravvivere si vende il bestiame, i propri terreni, i propri beni, compresi i propri figli minori, e si anticipa il matrimonio delle figlie.
Ricordiamo che ben 1000 km quadrati sono contaminati da mine e ordigni esplosivi; che ogni mese almeno 300 afghani (che nulla hanno a che vedere con la guerra) muoiono o rimangono disabili a causa delle mine e che, con la presenza diffusa delle bombe cluster e dei nuovi ordigni rimasti inesplosi, questa statistica è destinata a salire.
Ricordiamo che un bambino su quattro (257 per 1000) muore entro i primi cinque anni di vita, principalmente a causa di malnutrizione, diarree, colera, infezioni respiratorie, morbillo, malaria. Che su 1000 nati 165 muoiono nei primi giorni di vita. Che 15.000 donne muoiono ogni anno per cause inerenti la gravidanza; che solo un terzo delle province potrebbe fornire assistenza ostetrica; che c'è un medico ogni 50.000 persone; che la speranza di vita non supera i 46 anni (in Europa è 78 anni).
Ricordiamo che l'acqua potabile è un bene solo per il 20% della popolazione e che solo il 10% usufruisce di servizi igienici.
Ricordiamo che il tasso d'iscrizione alla scuola primaria ha raggiunto nel passato solo il 39% dei ragazzi e il 3% delle ragazze e che durante il regime talebano la formazione scolastica è stata negata.
Ricordiamo che ancora un milione sono gli sfollati interni che, a causa della siccità e della sottoalimentazione, vivono temporaneamente in campi in estrema precarietà, dipendendo dagli aiuti internazionali; che aspettano ora di essere sostenuti per poter fare ritorno nei propri villaggi.
Ricordiamo che ben quattro milioni sono i rifugiati fuggiti prevalentemente in Pakistan e in Iran e che, anch'essi, se aiutati, potrebbero ritornare in patria.
Ricordiamo… ricordiamo… ricordiamo…
Perché il rischio, che già è realtà, è proprio quello di dimenticare.

INTERSOS è seriamente impegnata ad accompagnare il nuovo cammino dell'Afghanistan. Cammino che non si annuncia facile. Anche perché, spenti i riflettori, l'interesse e l'attenzione per la sua popolazione verrà sempre meno. Le aree dei nostri interventi saranno per ora: quella nord-ovest, dove più acuto è il bisogno e ancora limitata la presenza umanitaria, quella orientale tra Kabul, Jalalabad e la provincia di Kunar, quella meridionale di Kandahar. Fornitura di cibo e di beni di prima necessità, ritorno dei profughi, interventi per assicurare acqua potabile, azioni finalizzate alla ripresa e allo sviluppo delle attività scolastiche e educative, riattivazione di centri di salute, particolare attenzione alla condizione femminile, sminamento e bonifica dei terreni contaminati da bombe cluster: questi i principali campi di intervento.