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AFGHANISTAN.
- INTERSOS DENUNCIA IL CRESCENTE NUMERO DI VITTIME CIVILI,
RIVENDICA LA POSSIBILITÀ DI SOCCORRERE LE POPOLAZIONI
ALL'INTERNO DEL PAESE, RIPROPONE GRAVI PUNTI INTERROGATIVI
SUL PASSATO E SUL FUTURO.
Comunicato del 3 novembre 2001
Negli ultimi dieci anni, la nostra organizzazione ed i nostri
volontari sono stati testimoni di decine di conflitti armati.
Quasi sempre ci è stato chiaro che i nostri interventi
umanitari, insieme a quelli delle organizzazioni umanitarie
internazionali, pur doverosi ed indispensabili, servivano
anche a coprire le carenze, gli insuccessi o i fallimenti
dell'azione politica. Mai è stata, però, così
forte in noi la consapevolezza che la guerra in atto, oltre
ad esigere un costo troppo elevato di vittime civili innocenti,
sia la dimostrazione delle gravi carenze della politica rispetto
ai grandi e perduranti problemi di gran parte dell'umanità
(povertà, giustizia e partecipazione, innanzitutto).
Carenza della politica che tocca, accusandoli, soprattutto
quei paesi sul cui potere di influenza e di decisione si è
giocato il destino recente dell'umanità.
Mentre si moltiplicano le notizie di bombardamenti a tappeto,
ben oltre gli obiettivi militari o del terrorismo, è
sempre più evidente come l'attacco stia producendo,
in modo preoccupante, distruzioni indiscriminate e vittime
fra la popolazione civile. Si tratta di popolazioni inermi,
affamate, in un paese già devastato da vent'anni di
guerra, da brutali dittature e da una recente carestia durata
tre anni. I principi umanitari e il diritto internazionale
umanitario sono violati, per il solo fatto che sono stati
accantonati prendendo a pretesto la gravità dell'emergenza.
Esemplare in questo senso è l'uso sistematico delle
cosiddette bombe cluster (o a grappolo) che non colpiscono
obiettivi precisi ma si disseminano sul territorio, colpendo
indiscriminatamente e rimanendo in buona parte inesplose,
pronte a colpire per anni dopo il conflitto chiunque - normalmente
i bambini - le possa toccare. Questo in un paese dove già
esistono circa 10 milioni di mine antipersona ancora attive,
che mutilano e uccidono quotidianamente. Sembra quasi che
l'attentato terroristico dell'11 settembre stia moltiplicando
i propri effetti e le proprie vittime: le vittime innocenti
a New York o a Kabul hanno infatti per noi - come devono avere
per tutti - lo stesso valore.
La popolazione all'interno dell'Afghanistan e allo stremo.
Gli aiuti, che giungono tramite il personale locale delle
organizzazioni umanitarie internazionali che hanno operato
in questi anni di crisi, sono gravemente insufficienti. Insieme
a molte altre organizzazioni umanitarie chiediamo a tutte
le parti in causa di permettere il soccorso alle popolazioni,
ora, prima dell'inverno. Dopo, sarà troppo tardi. Non
basta provvedere all'accoglienza dei profughi nei paesi confinanti,
occorre soccorrere i milioni di persone in pericolo all'interno
dell'Afghanistan. A noi, organizzazioni umanitarie, tocca
garantire il massimo impegno per raggiungere i più
bisognosi, anche di fronte a gravi difficoltà. Ad altri
tocca prendere le necessarie decisioni politiche per permettere
questa indispensabile azione senza strumentalizzazioni
di sorta. Lo chiediamo con insistenza e con fermezza,
nella consapevolezza che, altrimenti, saranno le vittime civili
a subire le peggiori conseguenze del conflitto.
Forte è inoltre la consapevolezza che questo nuovo
terrorismo su scala globale, pur avendo proprie precise finalità
che nulla - occorre ribadirlo - hanno a che fare con esigenze
di giustizia, può facilmente trovare consenso nelle
masse diseredate, povere, affamate, escluse, ignorate per
decenni dall'attenzione e dall'interesse dei più ricchi,
dei più potenti, dell'Occidente. E' un discorso che
a molti non piace, ma che deve ormai interrogarci, profondamente.
Si è ritenuto che queste masse non dovessero far parte
degli "interessi nazionali", o degli "interessi
globali". Queste masse di esclusi, a cui è
stato negato il diritto al cibo (ottocento milioni di persone!),
il diritto alla salute, il diritto all'istruzione, il diritto
alla sicurezza, il diritto allo sviluppo, il diritto alla
vita, hanno preso o stanno prendendo coscienza che possono
ribellarsi, sposando qualsiasi causa che possa sembrare portatrice
di cambiamento. Da decenni le Organizzazioni non governative
di cooperazione e solidarietà internazionale, come
molte altre organizzazioni sociali a livello planetario, hanno
denunciato quello che appariva a tutti noi uno scandalo: il
crescente divario tra pochi ricchi, sempre più ricchi
(il 20% della popolazione mondiale), e tra molti poveri, sempre
più poveri (l'80%).
La soluzione di questi problemi e delle relative tensioni,
come di ogni altro conflitto di potere politico, è
quasi sempre stata la guerra. Quasi mai la prevenzione, quasi
mai la lotta ferma e seria alle cause, mai la presa di coscienza
che le gravi ingiustizie, quelle che "gridano vendetta
al cospetto di Dio", andassero rapidamente e decisamente
sanate, favorendo una Comunità internazionale in
cui ogni paese e ogni popolo potessero sentirsi soggetti attivi
e propositivi. Cecità, interessi miopi, egoismi, salvaguardia
del proprio esagerato benessere, convinzione di poter continuare
a dominare il mondo con la forza economica e militare, convinzione
di potersela cavare con il regalo di uno 0,3% del PIL per
aiutare lo sviluppo e la lotta alla povertà nel mondo.
Con i soldi delle guerre - ma ci sono sempre in realtà
altri interessi in gioco -, si sarebbe potuto salvare intere
popolazioni ed interi paesi e, al tempo stesso, prevenire
o governare le cause stesse dei conflitti. Sono state
fatte scelte diverse. Ci accorgiamo tutti, finalmente, anche
se un po' tardi, che non sono state quelle giuste. A nostro
avviso, c'è ancora tempo per dare avvio, nel dialogo
e nella collaborazione costruttiva, agli indispensabili cambiamenti,
iniziando da segnali immediati, anche se assolutamente non
esaustivi, quali lo stanziamento di almeno l'1% del PIL, nell'ambito
dell'aiuto allo sviluppo dei paesi più poveri, inteso
come rapporto tra parti con la stessa dignità e lo
stesso diritto alla vita.
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