INTERSOS IN SUDAN-DARFUR

"I spent a lot of time with INTERSOS, and they are doing amazing work"
“Ho passato molto tempo con INTERSOS e stanno facendo un lavoro straordinario”
Angelina Jolie
, ambasciatrice dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, in visita ai campi dei rifugiati del Darfur.
Ottobre 2004

"I leave with an excellent impression of the work Intersos is doing in West  Darfur. Your team is full of creativity and imagination, has a deep knowledge of the issues on the ground, and enjoys very good links with  the communities (...)".
"Parto con un'eccellente impressione del lavoro che Intersos sta facendo nel Darfur Occidentale. La vostra squadra è piena di creatività e immaginazione, ha una profonda conoscenza dei problemi sul campo e gode di ottimi legami con le comunità (...)". 
Gonzalo Vargas Llosa, Senior policy advisor UNHCR, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati,
5 Dicembre 2007

INTERSOS CON LE POPOLAZIONI DEL DARFUR

  1. Più di un milione di sfollati
  2. Le attività di intersos nel Darfur
  3. Mappa

DARFUR, UN CONFLITTO CHE PARTE DA LONTANO

Il Darfur - letteralmente la terra dar dei Fur - è grande quanto due volte l'Italia, con circa sei milioni di abitanti su una popolazione sudanese complessiva stimata attorno ai 32 milioni. Il territorio è composto da una parte centrale con un'agricoltura alquanto sviluppata grazie ad un bacino acquifero imponente in corrispondenza del massiccio vulcanico di Jebel Marra, mentre altrove predominano aree semi aride ed aree desertiche, più adatte alla pastorizia (principalmente ovini, bovini e dromedari). La convivenza VILLAGGIO DARFURsu uno stesso territorio di pastori nomadi e di gruppi sedentari, che svolgono attività prettamente agricole, è stata regolata nel corso dei secoli dal diritto tradizionale. Le autorità tradizionali riconosciute sono anche autorità religiose: non si può trascurare che il Darfur è da secoli un sultanato islamico e la sua popolazione è completamente musulmana. L'elemento religioso non può dunque essere la giustificazione del sorgere dell'attuale crisi. Ma nemmeno la dicotomia "arabo-pastore-nomade" opposto all'"africano-agricoltore-sedentario" è una semplificazione che riesce a cogliere del tutto le vere ragioni del conflitto. Quello di "arabo", infatti, è uno status che si può acquisire (attraverso l'aumento dei capi di bestiame, quindi della ricchezza, e l'appropriazione di lingua e costumi specificamente arabi) e a cui larghe fasce della popolazione "non araba" aspirano. Il termine "africano" che individua invece le etnie non arabe è un attributo di recente acquisizione da parte di quelle stesse etnie ed ha origine dalla polarizzazione politica cominciata verso la fine degli anni '80 e che vede protagonista Hassan El Turabi con il suo disegno islamista di creare una base di consenso nei gruppi islamici non propriamente arabi. A rendere ancora più difficile la lettura della situazione, esistono etnie "africane" (gli Zagawa, ad esempio) che sono principalmente nomadi e allevatori, mentre altri gruppi (i Gimir) si sono collettivamente "arabizzati", abbandonando le loro radici africane e schierandosi con il fronte arabo. Più chiare e riconoscibili sono invece le cause legate all'impoverimento delle risorse naturali e alle sue conseguenze. Le grandi siccità (1969-1974 e 1983-1985 in particolare)AEREO DARFUR ma anche la diminuzione complessiva delle piogge hanno provocato spostamenti di popolazioni dalle zone aride a quelle meno aride, da Nord verso Sud, riducendo drasticamente i punti d'acqua e i pascoli e creando di conseguenza conflitti fra tribù, così duri da non potere più essere risolti con le regole e i poteri tradizionali. Occorreva una presenza mediatrice e risolutrice da parte del Governo centrale, che non c'è mai stata, né durante le grandi siccità né dopo. D'altro canto, per il vicino Ciad, il Darfur è stato o rifugio di profughi o base di retrovia per i miliziani armati durante i conflitti per la presa del potere politico (Goukouni Weddey, Hissen Habré, Idriss Déby). Negli ultimi venticinque anni, si è andata così aggravando la già difficile situazione, a causa degli spostamenti delle popolazioni e della presenza di gruppi armati organizzati, con la creazione di nuove alleanze/conflitti tra tribù: sempre nel disinteresse, quando non nella connivenza, del Governo centrale di Khartoum, responsabile peraltro, dalla metà degli anni '90, VILLAGGIO DARFURdi aver tentato di svuotare di potere le autorità tradizionali. Governo, dunque, o assente o colpevolmente presente, che si è limitato a promesse di aiuto mai mantenute ma che si è fatto sentire duramente al primo tentativo di insurrezione in Darfur (insurrezione alleata con l'SPLA del Sud Sudan, esercito popolare di liberazione del Sudan) nell'autunno 1991. Il tutto all'insegna della più grande brutalità (usata d'altronde da tutte le amministrazioni coloniali nel Darfur), facendo terra bruciata e favorendo milizie locali di tribù alleate per garantire il controllo del territorio. Il Governo, contando sulla passività riscontrata nel 1991, ha cercato di ripetere la stesse feroci operazioni di fronte a due più recenti Movimenti di liberazione del Darfur (SLM, movimento di liberazione del Sudan e JEM, movimento per l'uguaglianza e la giustizia) che avevano iniziato ad organizzare forme di ribellione in risposta alle carenze governative. Nell'aprile 2003 miliziani di questi movimenti hanno occupato l'aeroporto di El-Fasher distruggendo e rubando materiale militare e, un mese dopo, occupando Mellit, la seconda città del Nord Darfur, dimostrando di poter essere una vera minaccia. La risposta è stata brutale, con bombardamenti aerei e con il sostegno in armi e denaro alle milizie armate alleate (gli ormai famigerati janjaweed) che hanno fatto razzia ed incendiato i villaggi sospettati di legami con i movimenti di liberazione, uccidendo, stuprando e sequestrando gli abitanti. Ecco quindi il milione di profughi nei campi del Darfur, ecco i duecentomila rifugiati nel vicino Ciad, ecco i 70 mila morti per la guerra ma anche per le condizioni di vita nei campi senza soccorso fino a circa un anno fa. D'altro canto, anche i ribelli dei movimenti di liberazione del Darfur sono responsabili di azioni contro la popolazione civile. La conferma della presenza di giacimenti di petrolio nella regione del Darfur potrà forse rappresentare un ulteriore elemento di complicazione, suscitando ulteriori appetiti per il loro controllo del territorio.

PIÙ DI UN MILIONE DI SFOLLATI

INTERSOS opera in Darfur attraverso due basi di coordinamento a Khartum e El-Geneina (Darfur occidentale). Le attività a favore degli sfollati si concentrano nell’area a sud di El-Geneina ed in particolare nelle aree di Habila, Forobaranga e Garsila. BAMBINI DARFURUna presenza operativa è garantita anche a Bindisi, Gobe, Um-Kher e Deleji ed altri piccoli villaggi. La definizione delle aree e lo sviluppo delle attività sono stati strategicamente studiati anche per coprire le zone di provenienza dei rifugiati (anche quelli che hanno trovato rifugio nel vicino Ciad, dove operiamo nei campi di Djabal e Goz-Amir che accolgono quarantamila rifugiati). Si tratta inoltre di un’area che, fino all’arrivo di INTERSOS è rimasta pressoché dimenticata dagli aiuti umanitari. Le popolazioni sfollate continuano a vivere in una situazione critica e di insicurezza. L’emergenza sanitaria è cronica, come non accennano a diminuire gli atti di violenza ai danni delle comunità di sfollati in tutto il territorio ed in particolare delle donne.

LE ATTIVITA' DI INTERSOS NEL DARFUR

Dal 2004 ad oggi:
dall’emergenza alla ricostruzione e alla risoluzione dei conflitti

Distribuzione di beni di prima necessità. Grazie ai voli cargo messi a disposizione dalla Cooperazione Italiana del Ministero affari esteri, si sono potuti distribuire o installare materiali e strumenti necessari per la vita dei profughi: cisterne collettive e taniche familiari per l’acqua potabile, pompe per l’acqua, teli di plastica per la protezione delle abitazioni, coperte, biscotti proteici per i bambini, materiale scolastico

Prevenzione delle epidemie. Proprio per impedire il sorgere e la diffusione di mortali epidemie, INTERSOS ha garantito, con il finanziamento di ECHO, il massimo sforzo per la costruzione di latrine di emergenza in tutte le aree di intervento a sud di El-Geneina. Nei villaggi e nei campi gli operatori e le operatrici di INTERSOS hanno organizzato inoltre comitati di sensibilizzazione per l’uso delle latrine e campagne di educazione all’igiene personale, soprattutto a favore di donne e bambini.

scuola

Analisi dei bisogni umanitari e realizzazione di infrastrutture e centri comunitari. Come nel limitrofo Ciad, INTERSOS ha dato avvio, in collaborazione con UNHCR, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, ad una analisi della situazione degli sfollati e dello stato dei loro villaggi di origine: raccolta di dati sull’intera popolazione presente nei distretti di Habilla, del Wadi Sahli e lungo tutta l’area di confine con il Ciad, per un totale di 240 mila persone. L’obiettivo è stato quello di costruire una mappatura attendibile e completa della situazione umanitaria dell’area sia dal punto di vista dei bisogni primari quali acqua, cibo, scuola, situazione sanitaria sia dal punto di vista del monitoraggio delle condizioni di sicurezza e vulnerabilità della popolazione sfollata. L’intervento ha provveduto anche alla creazione di piccole infrastrutture sociali e all’organizzazione di servizi comunitari che hanno coinvolto 74 mila donne e 75 mila giovani sfollati a cui sono stati assicurati formazione professionale, educazione, corsi di igiene, avvio di attività generatrici di reddito, assistenza psico-sociale. Si è cercato inoltre di rispondere subito ad una emergenza nell’emergenza con la creazione di centri comunitari per le donne sfollate, particolarmente vulnerabili nelle situazioni di crisi. Attraverso un approccio partecipativo si cerca: a) di coinvolgere le donne sfollate in attività concrete nei campi, quali distribuzioni di generi necessari, corsi di formazioni e di istruzione di base, attività produttive come ad es. i panifici; b) di creare degli spazi in cui possano liberamente incontrarsi e discutere anche del comune trauma subito. Attraverso i centri vengono anche fornite informazioni sull’assistenza sanitaria e sui servizi disponibili cui hanno diritto.

Istruzione.
L’attenzione di INTERSOS viene rivolta anche all’istruzione dei bambini. In stretto coordinamento con l’UNICEF e l’UNHCR e con il supporto di donazioni private quali “La Fabbrica del Sorriso” si è cercato di sopperire alle croniche mancanze del sistema di istruzione nazionale casenel Darfur che registra un accesso all’istruzione primaria tra i più bassi del mondo con un tasso di iscrizione del 36%. Attraverso insegnanti volontari, fornitura di materiale scolastico, creazione di strutture adeguate nei campi profughi e ricostruzione di edifici scolastici nei villaggi si sta assicurando la scolarizzazione a circa 20.000 bambini, garantendo loro l’istruzione primaria di base. In totale, dal 2004 sono state costruite 40 scuole.

Una città di sfollati.
INTERSOS è intervenuta per assistere gli sfollati, gestire l’organizzazione e garantire l’approvvigionamento idrico del campo profughi di Garsila. La città di Garsila è situata nella zona est del Darfur occidentale, nella regione strategica del Wadi Salih. E’ arrivata ad ospitare 42,000 persone di cui 24,000 sfollate. Altre 10,000 persone hanno invece lasciato la città per trovare rifugio nei campi al di là della frontiera, in Ciad, e nelle città di Nyala e El-Geneina. INTERSOS è inoltre intervenuta per migliorare le condizioni di vita degli sfollati nel campo (distribuzioni di beni di prima necessità e igiene in particolare) nel e alla loro tutela e protezione.

Lotta alla desertificazione.
Ad ogni stagione delle piogge, l’intervento, sostenuto dalla FAO, ha inteso provvedere il rimboschimento delle aree danneggiate dalla presenza di decine di migliaia di profughi.

pozzi

Pozzi, abbeveratoi e orti familiari. Il progetto è stato avviato in un ampio programma con l’UNHCR e ampliato con i fondi del “Comitato Darfur” e con quelli della “Fabbrica del Sorriso”. Le attività hanno coinvolto sia la popolazione sfollata che quella residente e, oltre a fornire l’acqua potabile e abbeveratoi per il bestiame, hanno permesso di sviluppare piccoli orti familiari. Dal 2007 sono stati costruiti pozzi anche nelle aree di interesse delle popolazioni nomadi. In totale, i pozzi nuovi costruiti dal 2004 sono 42. Sono stati inoltre aperti tre centri di produzione di sementi.

Centri di Protezione per le donne ed i bambini. L’intervento, realizzato con l’UNHCR, è finalizzato alla creazione di centri e di spazi protetti, nei villaggi e nei campi che accolgono gli sfollati.

Sono ormai una trentina i centri costituiti.  In essi vengono realizzate attività di istruzione sia per i bambini che per le donne, addestrative, ricreative e culturali. In questo modo, vengono create le condizioni per elevare il livello di protezione fisica e sociale delle fasce sociali più deboli e più a rischio. In particolare si tratta di donne e di bambini che hanno subito violenze sistematiche e necessitano di essere aiutati a recuperare la propria dignità. Il Centro per le donne di Habila è il più attrezzato, con attività educative, di formazione professionale, di produzione di reddito (panificio, pastificio, pasticceria, cucito, artigianato, pittura con henné) e di convivenza e integrazione, e di assistenza sociale e per i bambini (asilo, sport, corsi di inglese ecc).

Tecnologie WebGIS per monitorare la situazione dei profughi. INTERSOS, in collaborazione con i partner tecnologici FBK-Irst e MPA Solutions, ha completato lo sviluppo della piattaforma WebGIS che contribuirà anche a potenziare il lavoro dell’UNHCR e delle Ong nelle aree rurali del Darfur occidentale. Il progetto ha l’obiettivo di dotare gli attori umanitari, nazionali e internazionali, di tecnologie d’avanguardia di tipo WebGIS (GIS in Internet) per facilitare la comprensione della complessa situazione umanitaria nel Darfur occidentale, identificando la geografia dei bisogni e le problematiche nel loro contesto territoriale e quindi facilitando la pianificazione di interventi diretti a dare risposta ai bisogni delle popolazioni locali. La piattaforma WebGIS rende disponibili informazioni sullo stato di circa 600 villaggi del Darfur occidentale e permette di accedere a dati aggiornati in tempo reale. L’accesso alla piattaforma è reso disponibile anche agli sfollati e ai rifugiati, che potranno conoscere la situazione nei loro villaggi d’origine anche in vista del ritorno.

Le operatrici e gli operatori italiani di INTERSOS in Darfur sono stati una sessantina, dal 2004 ad oggi, e circa seicento gli operatori e operatrici locali. La presenza continua in una trentina di villaggi, in un rapporto costante con le popolazioni bisognose, è la caratteristica di INTERSOS nel Darfur, anche se talvolta problemi di sicurezza impediscono l’accesso regolare a tutte le aree.

mappa darfur

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