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CRISI UMANITARIE E DIRITTI UMANI

27 ottobre 2001
Riflessione per "Intersos Notizie"

Le organizzazioni umanitarie che operano nelle situazioni di crisi sono spesso testimoni di gravi violazioni dei diritti umani. Di fronte a tali abusi, che si traducono talvolta in orrendi crimini contro l'umanità, vanno ripensati e ricollocati i principi di neutralità e d'imparzialità che hanno ispirato finora il soccorso umanitario.
Vi è infatti talvolta il rischio che l'applicazione di tali principi - che devono comunque continuare ad ispirare l'azione umanitaria - possa trasformarsi involontariamente in complicità con gli aggressori, con i criminali; che la necessità di salvare vite umane ci imponga di rimanere in silenzio per non mettere in pericolo la vita stessa degli operatori umanitari sul campo e delle stesse popolazioni assistite.
Qualche riflessione si impone dunque al mondo dell'umanitario, dalle agenzie internazionali alle organizzazioni non governative. Si tratta di trovare il modo, nelle odierne complesse situazioni di crisi, per riuscire a portare soccorso alle vittime senza divenire involontariamente complici degli aggressori.

Diritti umani calpestati

Il 50° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo chiude un secolo di straordinari successi e inimmaginabili conquiste per l'umanità in tutti i campi, salvo proprio quello dei diritti umani. Certo, molti diritti relativi alla persona e ai popoli sono stati riconosciuti e sono entrati nella coscienza delle Nazioni, nondimeno in questo stesso secolo, e fino ai recenti giorni, essi sono stati gravemente e ampiamente calpestati. I genocidi e le pulizie etniche sono l'espressione più ampia di una serie di altri svariati crimini e orrori contro l'umanità di cui le nostre generazioni sono state testimoni.

Alcuni esempi attuali

Una delle più tremende violazioni dei diritti umani, la più terribile, terrificante, è proprio quella del genocidio. Genocidio non è solo conflitto tra entità diverse, che si combattono anche a sangue; non è nemmeno solo persecuzione verso un'entità considerata minore. Genocidio è il voluto, programmato, studiato e organizzato annientamento dell'entità diversa.
E' quanto è avvenuto in Ruanda, tra aprile e maggio del '94: in soli due mesi sei-settecentomila persone sono state massacrate, seguendo un preciso piano di annientamento, voluto e organizzato perché riuscisse. Ciò che colpisce particolarmente è la rapidità (oltre che la brutalità) del massacro e la partecipazione attiva e molto ampia della popolazione.

Analoga al genocidio, anche se le conseguenze non sono così devastanti in numero di morti, è la pulizia etnica o religiosa, l'attivazione cioè di tutto quanto possa provocare, nella diversa entità etnica o religiosa che si vuole colpire, l'abbandono del territorio. Quanto è accaduto nella ex Jugoslavia, poco lontano da noi, con gli incendi sistematici delle case, i bombardamenti, le uccisioni, è ancora vivo nelle nostre menti.

In questi casi, come anche nelle azioni vere e proprie di guerra, non sono più gli eserciti che si scontrano, se non su precisi obiettivi strategici. Ad essere colpita direttamente e metodicamente è la popolazione civile, gli uomini disarmati, o le persone più deboli, le donne, gli anziani, i bambini. Ormai più del 90% delle vittime delle guerre sono civili; i militari non arrivano al 10 %.

Popolazione civile che viene spesso colpita non solo fisicamente ma moralmente, psicologicamente, nella propria dignità; a cui vengono fatte subire umiliazioni insopportabili.
Pensiamo all'annientamento psicologico in certi campi di prigionia. Pensiamo agli stupri, alla diabolica intenzione che spesso essi esprimono: la volontà di obbligare le donne a convivere con il frutto del loro ventre che è al tempo stesso frutto dell'odio e del disprezzo.

Colpire i civili significa provocare esodi di massa. Chi viene colpito, chi non si sente sicuro, infatti, fugge. Fugge in zone più sicure all'interno del paese o in paesi vicini. L'Africa conta oggi circa 8 milioni di sfollati interni e di rifugiati in paesi limitrofi. Più di un terzo del totale mondiale. Particolarmente in Angola, Burundi, Eritrea, Liberia, Sierra Leone, Somalia, Sudan. Ma, senza andare lontano, il Kosovo ne conta circa 400 mila tra albanesi, serbi e rom; mentre ancora centinaia di migliaia sono i croati, i serbi e i bosniaci che non possono o non se la sentono ancora di ritornare nelle proprie case in quel territorio che fu la ex Jugoslavia.

Spesso accolti e sistemati in campi di fortuna, vivono per anni dell'aiuto e dell'assistenza esterna. Basti ricordare il campo di Benaco in Tanzania nel maggio '94 con duecentocinquantamila ruandesi, giunti in pochi giorni col poco trasportabile sulla testa, esausti, ancora il terrore nel volto; gli analoghi campi nel Kivu: un milione di persone giunte anch'esse dal Ruanda nel '94 e poi nuovamente fuggite nel '96, delle quali almeno duecentomila sono morte tragicamente sotto la "protezione" di Kabila, il nuovo conquistatore del Congo; i campi di Mugano in Burundi: settantamila persone nel '94, rimandate brutalmente in Ruanda nel '96; il campo di Caxito in Angola: quindicimila persone giunte in massa nel giugno '98 per fuggire agli attacchi dell'Unita ma anche alla polizia e all'esercito angolani forse altrettanto pericolosi.

Nei campi di rifugio, in particolare quelli di grandi dimensioni, i profughi trovano raramente la pienezza della protezione, tutela e sicurezza che dovrebbe esser loro garantita. Nonostante l'attenzione costante e gli sforzi quotidiani delle agenzie umanitarie internazionali e delle organizzazioni non governative, è la stessa condizione di grave precarietà della vita nei campi a produrre umiliazione e violazione dei diritti umani.
Troppo spesso il rifugiato sente di aver perso la propria dignità. Si trova in balia di potentati, di mafie, all'interno del campo; doppiamente perseguitato quindi. Dipendente dall'aiuto altrui, si sente esposto a facili ricatti. In particolare le donne: loro, le produttrici, ora improduttrici; con un ruolo forte nella famiglia, ora senza ruolo ed in tutto dipendenti dagli uomini. Le distribuzioni alimentari infatti sono normalmente affidate ai maschi. Esse sono quindi in loro balia, quando non in balia dei militari messi a protezione del campo.

Anche il ritorno in patria, il ritorno a casa, è carico di gravi conseguenze e rinnovate umiliazioni. Si tratta comunque di un ritorno da sconfitti, con quattro cose da miserabili. Capita anche che i ritornati vengano perfino accusati ingiustamente di crimini da altri compatrioti che nel frattempo hanno occupato la loro casa e la loro terra e non la vogliono lasciare. Quando poi la fuga è avvenuta nel contesto dell'odio etnico possono subire discriminazioni agghiaccianti, quali l'accoglimento della madre ma non dei propri figli qualora questi siano di sangue misto.

L'odio etnico

C'è chi presenta l'odio etnico come qualcosa di normale, che fa parte della nostra natura. "C'è sempre stato, in Ruanda, in Burundi, nell'ex Jugoslavia... - viene detto - c'è poco da fare". Non è assolutamente così e occorre affermarlo con decisione. L'odio e il conflitto etnico sono di norma costruiti, alimentati ed usati come strumento per le lotte di potere. La gente normalmente e naturalmente tende a convivere, ad unirsi in matrimoni misti, con figli di sangue misto, con i ragazzi e le ragazze che giocano e si divertono insieme. Lo vediamo in ogni parte del mondo. Quanti matrimoni misti ci sono stati nell'ex Jugoslavia o in Ruanda e in Burundi, tanto per limitarci agli esempi di prima!
L'odio etnico esiste solo se viene creato, alimentato, inculcato nella mente e nei cuori della gente, fino a fare sentire l'altro come un pericolo per se stessi; pericolo che viene quindi identificato perfino nella propria moglie o nel proprio marito di etnia diversa, negli stessi figli. Come in non pochi paesi dell'Africa, così è stato nell'ex Jugoslavia. Le stesse nostre società non ne sarebbero esenti, nonostante siano più attrezzate a difendersi, se venissero continuamente presentati e alimentati i pericoli della convivenza, la paura, le negatività ed esaltati, in evidente contrapposizione, i benefici, le garanzie e i vantaggi della purezza etnica o anche solo dell'omogeneità culturale, economica e religiosa e dei valori nazionali.
Non dobbiamo andare molto lontano nei tempi per ritrovare le persecuzioni razziali in Europa con tutta la tragedia che ne è derivata. Non dobbiamo nemmeno uscire dai nostri confini, per ritrovare elementi di questa strumentalizzazione a fini di lotta e di propaganda politica e quindi di potere.
L'odio etnico (e molto spesso quello religioso) viene creato, alimentato, inculcato nella gente in modo assolutamente strumentale, per fini che nulla hanno a che vedere con l'etnia o la religione. Si tratta normalmente del mantenimento o della conquista o riconquista del potere, potere politico e potere economico, che non si intende dividere con altri attraverso gli strumenti della democrazia.
Le responsabilità per questo crimine contro l'umanità sono immense. Siamo ben al di là del non rispetto dei diritti umani. Responsabilità innanzitutto di coloro che hanno ideato, organizzato e realizzato a proprio vantaggio e per i propri fini il genocidio, l'odio etnico, le pulizie etniche, l'eliminazione o l'umiliazione fisica o psicologica, le fughe di massa. Responsabilità di chi ha obbedito e realizzato materialmente questi crimini. E responsabilità, forse più attenuate, di chi, preso da questo infernale ingranaggio e dal terrore che ne è derivato, ha a sua volta riprodotto il crimine, diffondendolo capillarmente.

Non c'è pace senza giustizia

E' stato lo slogan della campagna per la costituzione del Tribunale permanente per i crimini di guerra e contro l'umanità. E' uno slogan che corrisponde al vero.
Spesso si è superficialmente tentati di semplificare la realtà invitando alla riconciliazione, al perdono, a dimenticare il passato di vergognosa follia, per guardare al futuro.
Si tratta di una pretesa altrettanto folle e ingiusta. Non ci può essere perdono senza giustizia. Chi è stato toccato dal genocidio, dalle pulizie etniche, dalle umiliazioni di dittatori o di criminali al loro servizio, dalle torture, dagli stupri, anche se pronto alla riconciliazione, non può farlo finché giustizia non viene fatta, finché la verità non viene ristabilita, finché i responsabili non vengono processati e condannati. Solo allora, la pace e la riconciliazione può realizzarsi ed essere duratura. Non è un cammino né facile né breve, ma è davvero l'unico. Non c'è pace senza giustizia. Sono loro, le vittime senza diritti e senza alcun riconoscimento per troppo tempo, a dircelo.

L'impunità ha alimentato sempre e ovunque abusi, disconoscimento dei diritti più elementari, crimini di ogni tipo (i casi africani sono i più eclatanti, ma non sono gli unici). E' maturata in quest'ultimo decennio una nuova coscienza internazionale: essa impone che, di fronte a queste violazioni, nessuno possa più pensare di farla franca, nessuno possa più rimanere impunito.
Il giudizio e la punizione, oltre a rispondere ad esigenze di giustizia, possono essere inoltre un deterrente per chiunque, nel mondo, voglia ripercorrere gli stessi orrendi cammini.

Per troppo tempo purtroppo la Comunità internazionale è stata a guardare, in silenzio o con troppo lievi sussurri, comunque senza mai muoversi. Ha tutelato, giustificato e protetto dittatori e criminali e non è intervenuta nel dovuto modo per prevenire o per mettere fine ad orrende crisi umanitarie. E' difficile negare le complicità, le connivenze e quindi le responsabilità.

Umanizzare la politica estera

Esiste una forte discrepanza tra le politiche estere degli Stati e la politica umanitaria e dei diritti umani. Non si tratta di casi isolati, ma di scelte abituali anche in quegli Stati che affermano come prioritario il rispetto dei diritti umani, anche nei quindici paesi dell'Unione Europea. Sentiamo una forte contraddizione tra i nostri valori, che sono poi quelli sanciti dalle Carte fondamentali dei diritti della persona, e i "valori" delle politiche estere, dettate dal "sano realismo".
"Le crisi necessitano di soluzioni realiste", viene affermato … e così dittatori di ogni tipo rimangono per anni arbitri a livello locale o regionale, con le conseguenze negative e i crimini che conosciamo. Il rapporto sul Congo della commissione per i diritti umani è finalmente uscito, nonostante i limiti imposti alle indagini: i fautori del "realismo" ritengono che occorra archiviarlo, far finta di niente e dimenticare perfino la scomparsa di duecentomila persone in fuga, perché la stabilità della regione richiede questa scelta "realista". Come se la regione dei Grandi Laghi possa mai trovare stabilità senza rispetto dei diritti umani, senza giustizia, senza riconoscimento del vicino, senza ripartizione del potere e delle risorse, garantendo al contrario la scelta "realistica" dell'impunità come è successo finora.
Occorre umanizzare la politica estera. Una politica basata solo su interessi nazionali o regionali, su interessi economici e di potenza, su globalizzazioni tese ad inglobare, su chiusure egoistiche e muri difensivi, su continue prevaricazioni sui più deboli, è alla lunga insostenibile se non a costi umani elevatissimi: e i risultati sono dinanzi ai nostri occhi. Occorre riuscire ad ancorare le politiche estere ai valori etici. Si rischia altrimenti di continuare a creare nuovi mostri, scoprendo poi - con falso stupore - che i nostri alleati sono diventati i peggiori criminali. Occorre impegnarci ad esportare diritti e democrazia, senza rigidità, senza modelli prestabiliti, ma con rigore: rigore adattato ai vari contesti, ma sempre rigore.

Il dovere di parlare

Il problema è posto anche a noi umanitari, a noi organizzazioni umanitarie. Dobbiamo essere più rigorosi nella nostra azione per continuare ad essere efficaci senza però diventare complici. Talvolta l'atteggiamento pragmatico del "rimanere comunque" per salvare e curare e le vittime, per assistere gli sfollati e le persone in pericolo ci ha resi strumenti di parte, di chi ha voluto usarci ai propri fini. I principi dell'universalità dell'aiuto, della neutralità, dell'imparzialità verso le vittime (qualsiasi vittima, a qualunque parte appartenga), non hanno nulla a che vedere con la neutralità e l'imparzialità verso l'aggressore.
Occorre salvaguardare la coerenza tra l'azione umanitaria e i diritti e la dignità delle vittime. Salvare la vita umana deve significare anche garantirle i diritti fondamentali: oltre quello alla vita, il diritto al cibo, al soccorso, alla dignità e al rispetto della persona, alla non discriminazione, ecc. Tutelare questi diritti diventa ancora più doveroso per un'organizzazione umanitaria in quanto si trova a parlare e ad agire anche in nome e per conto delle vittime, in quanto sono in uno stato di grave debolezza se non di totale impotenza.
C'è chi ritiene che gli umanitari non debbano varcare i limiti della stretta neutralità e imparzialità, proprio per garantire l'efficacia dell'azione volta alla salvezza delle vite umane. Gli orrori di questo ultimo decennio, a cui abbiamo assistito impotenti, ci portano invece a confermare la diversa posizione sopra espressa. Sempre più infatti il rischio per la vita delle popolazioni e per le operazioni di soccorso non viene dal fatto di parlare, di prendere posizione, ma dal non parlare abbastanza. La testimonianza silenziosa e "neutrale" non aiuta più le vittime: è necessario, al contrario, fare circolare il più possibile le informazioni e le denuncie dei crimini in atto. L'imparzialità dell'aiuto, che deve sempre ed in ogni caso essere applicata, può convivere con prese di posizione chiare ed espresse nei modi più confacenti alle singole situazioni.
Sul terreno si potranno trovare tutti i compromessi per riuscire a soccorrere le vittime e per non mettere in pericolo la vita dei soccorritori, ma ciò dovrà conciliarsi con la necessità di non divenire conniventi, anche se involontariamente, dei crimini che si stanno commettendo.
L'azione umanitaria è quindi anche, almeno in parte, azione politica, o può diventarla; in alcuni casi deve diventarla. E' una dimensione nuova, questa, nel mondo dell'umanitario, su cui non tutti sono d'accordo ma che, a nostro parere, dovrà essere sempre più presente nella coscienza di chi opera in queste situazioni di crisi, in chi è quindi testimone di violazioni dei diritti fondamentali e di crimini contro l'umanità.
E' un problema che ci tocca profondamente e di non facile soluzione. Si tratta infatti di valutare quanto il bene delle vittime, il loro soccorso, debba prevalere sull'azione di testimonianza e di denuncia. Con la nostra presenza sul terreno, siamo testimoni privilegiati e possiamo dare messaggi per le scelte di politica estera e per il coinvolgimento dell'opinione pubblica.
Non sempre è così, perché ormai la negazione dell'accesso alle vittime sta diventando il modello in quasi tutte le crisi. La sacralità dell'aiuto viene calpestata. L'accesso alle vittime è usato ormai come arma da guerra. Proibirlo, impedendo così il soccorso, può equivalere, in alcuni casi, ad un vero e proprio genocidio. Negazione dell'accesso o espulsione: l'importante è non avere testimoni ingombranti.

Alleanza con le Organizzazioni dei diritti umani e con i Media

Dobbiamo trovare forme che ci permettano di continuare l'aiuto e al tempo stesso di rendere pubblica la situazione di oppressione.
Deve essere sviluppato innanzitutto uno stretto legame con le Organizzazioni dei diritti umani, in modo da coinvolgerle immediatamente nell'azione di informazione e di pressione politica internazionale. Dobbiamo inoltre imparare a gestire una migliore e più attiva relazione con i media. Anch'essi spesso impediti o espulsi in certe situazioni di crisi. Dobbiamo creare un'alleanza umanitaria, forte, seria, che non permetta sorprese o superficialità. Il che implica quindi riservatezza, attenzione particolare alle parole e ai riferimenti: cose non sempre facili da ottenere dai nostri amici giornalisti, ma che sono la condizione basilare perché possa realizzarsi questa alleanza: è in gioco infatti la vita dei nostri operatori sul campo.
E' la via giusta. Le scelte di politica estera sono legate anche, e talvolta in modo determinante, alla pressione dell'opinione pubblica. I politici sono molto sensibili a questo. L'alleanza delle organizzazioni umanitarie con quelle dei diritti umani e con i media può dare seri risultati. Anche perché sui diritti umani si nota purtroppo meno interesse di un tempo. Eppure, diritti umani calpestati, ovunque ciò avvenga, significano umanità calpestata, la nostra stessa umanità. La cosa ci riguarda, ci deve riguardare da vicino.
Fare dei diritti umani il fondamento della politica estera non è velleitario, al contrario è l'unica prova di realismo possibile per l'Italia e per l'Europa. La stabilità che ignora i diritti umani, affermava recentemente il Commissario europeo agli aiuti umanitari Emma Bonino, è la stabilità dei cimiteri o, se si preferisce un'espressione meno forte, è la stabilità degli accordi economici e commerciali sottoscritti con chiunque nel mondo, senza guardare per il sottile se si tratti o meno di un dittatore sanguinario.


27 ottobre 2001