|
L'IMPATTO SOCIOECONOMICO
DELLE MINE ANTIPERSONA. DALLO SMINAMENTO ALLO SVILUPPO
Relazione di Nino Sergi al Convegno "DALLE MINE AL CIBO",
Roma 12 dicembre 1997
Campagna Italiana Contro le Mine
Le mine e lo sminamento umanitario
È dal 1994 che INTERSOS, sollecitato dall'ampiezza e dalla
gravità del problema nei paesi in cui stava operando, quali
il Mozambico, la Somalia, il Rwanda, la Cecenia, la Bosnia, l'Angola,
ha deciso di intervenire non solo per curare le persone colpite
dalle mine antipersona ma anche per prevenire tali gravissimi incidenti
provvedendo alla bonifica dei terreni minati.
Grazie alla collaborazione dell'ANGET, Associazione nazionale dei
genieri e trasmettitori, che ha segnalato alcuni tra i migliori
esperti italiani del settore, è nata così l'"Unità
Sminamento di INTERSOS" che ha avviato dal 1996 interventi
di bonifica in Bosnia e in Angola. Per un'organizzazione umanitaria
come la nostra, impegnata solidaristicamente nelle situazioni di
crisi e nelle emergenze, un simile impegno doveva assolutamente
essere assunto, qualunque fossero le difficoltà e i rischi.
"Non c'è pace con le mine". È stato uno
degli slogan più forti della Campagna. Uno slogan vero, tragico.
In tempo di pace infatti, ogni mese, più di duemila persone
rimangono vittime delle mine antipersona: talvolta persone, bambini
in particolare, che non hanno mai conosciuto la guerra. E senza
pace non si può parlare di sviluppo. La proliferazione di
queste armi proibisce le colture agricole, ritarda la reintegrazione
dei rifugiati e degli sfollati, limita la libera circolazione delle
persone, rappresenta la brutale e facile continuazione della politica
della terra bruciata. E non è nemmeno necessario che le mine
ci siano realmente. Basta il sospetto o la paura della loro presenza
per rendere proibitivo l'utilizzo delle terre.
Le vittime sono, per la gran parte, famiglie contadine o pastori
nomadi che vivono dei prodotti della terra, in Afganistan, Cambogia,
Angola, Laos, Mozambico, Irak, Iran, Sudan, Somalia, Vietnam...,
o sono le popolazioni intorno alle città in Bosnia, Azerbaijan,
Cecenia... Queste vittime hanno in comune la loro povertà,
la loro estraneità alla guerra, la loro dipendenza dalla
terra, la loro impossibilità o incapacità di fuggire
da questo destino. E non si tratta di casi isolati, sono spesso
intere comunità ad essere colpite.
Di fronte all'ampiezza di questo dramma, la risposta umanitaria
in questi paesi è duplice:
a) La prima riguarda:
il sostegno alle strutture chirurgiche per salvare la vita dei feriti,
spesso a costo dell'amputazione di uno o più arti;
la fornitura di protesi, la rieducazione fisica, il sostegno psicologico;
talvolta il sostegno economico, la formazione per il reinserimento
sociale e produttivo.
b) La seconda riguarda le attività di prevenzione:
da un lato l'informazione diffusa e la formazione sulla presenza
delle mine, sul loro pericolo, sul loro riconoscimento, sulle misure
da adottare per riuscire a convivere con esse senza rimanerne facili
vittime. Sono attività di sensibilizzazione e di educazione
nelle scuole, attraverso i mezzi di informazione, in riunioni di
villaggio in modo capillare, nella formazione di gruppi di riferimento
in ogni villaggio per la raccolta delle informazioni sulla localizzazione
delle mine e per la trasmissione di tali dati ai centri regionali
e nazionali. È ciò che abbiamo cercato di fare in
Bosnia dove abbiamo distribuito ai ragazzi delle scuole più
di ventimila magliette con impresso il disegno dei principali ordigni
esplosivi con l'indicazione di non toccarli e di segnalarli alle
Autorità; è ciò che stiamo facendo in Angola
dove raccogliamo i dati sulla localizzazione delle mine, segnalandoli
all'INAROEE, l'organismo governativo per lo sminamento;
dall'altro lato lo sminamento diretto; attività lenta, relativamente
costosa e pericolosa; in modo da rendere le terre accessibili agli
uomini, alle donne e ai bambini dopo un conflitto; per restituire
nella sicurezza la libertà dei movimenti e degli spostamenti,
la libertà di giocare, di coltivare, di produrre, di sfruttare
le risorse materiali ... di vivere. È quanto abbiamo fatto
in Bosnia, con limitati ma fondamentali interventi di bonifica di
terreni adiacenti a villaggi o a quartieri da riabilitare; è
quanto stiamo facendo in Angola nelle aree fortemente colpite nella
provincia di Cuando Cubango, e prossimamente faremo in quelle della
provincia di Huila, dirigendo e affiancando i lavori di una brigata
di sminatori manuali.
Lo sminamento umanitario, proprio perché umanitario - volto
cioè alla salvezza della popolazione civile - non può
permettersi alcuna "percentuale accettabile di rischio",
come avviene in ambito militare durante un conflitto. Lo sminamento
umanitario deve puntare alla totale efficacia, garantendo il 100%
di bonifica. Anche se, per l'umana impossibilità di annullare
totalmente ogni rischio, a livello internazionale si è convenuto
di garantire una sicurezza pari al 99,6%.
Oggi, la sola tecnica che risponde con sicurezza alle esigenze dello
sminamento umanitario rimane quella dello sminamento manuale. Con
l'aiuto di un metal detector e di lunghe aste di sondaggio, si sonda
il terreno centimetro per centimetro. Un lavoro lento, che richiede
attenzione, che implica di sondare il terreno talvolta 3-400 volte
per ogni metro quadro.
L'utilizzo dei cani per fiutare l'esplosivo contenuto nelle mine
e quindi segnalarne la localizzazione è molto importante,
anche se risente dell'inquinamento del terreno e dei limiti di resistenza
di questi preziosi animali che possono essere utilizzati per un
massimo di 2 o 3 ore al giorno.
L'utilizzo dei mezzi meccanici è molto utile ed è
anzi indispensabile specie nelle grandi superfici: ma da solo, garantendo
al massimo l'80%, non dà quella certezza di sicurezza che
lo sminamento umanitario deve invece poter garantire.
Un accenno va fatto alle tecnologie per il rilevamento e l'individuazione
delle mine. Si tratta di un campo che ha avuto finora un ambito
di applicazione meramente militare ma che, grazie alla nuova sensibilità
mondiale e alle nuove scelte politiche, è diventato di grandissimo
interesse anche per la ricerca e la tecnologia civile e quindi per
le operazioni di sminamento umanitario. È un settore su cui
è possibile prevedere anche il sorgere di un grande business
e di una grande competizione. Ma in questo caso potremmo dire: "ben
venga". Ci vorrà certo la dovuta attenzione e il dovuto
controllo, come d'altronde per lo stesso sminamento, ma più
ci saranno proposte tecnologiche valide e meglio sarà. Lo
sminamento umanitario, quello della certezza per le popolazioni,
ne ha estremamente bisogno. Mi pare che l'Italia nel campo della
ricerca e della sperimentazione di simili tecnologie sia in ritardo
rispetto ad iniziative più tempestive e joint ventures di
altri paesi europei.
Gli effetti sulle persone
Si è già detto e scritto tanto in questi anni sugli
effetti devastanti delle mine antipersona, sia a livello fisico
e psicologico che a livello sociale. Cito per tutte, le pubblicazioni
di Handicap International, a cui faccio riferimento in particolare,
senza comunque dimenticare i molti documenti prodotti dalla Campagna
internazionale in questi anni.
In Angola - per fermarci su un esempio concreto - ci sono almeno
70 mila mutilati per mine o ordigni su 11 milioni di abitanti. Pensiamo
alle sofferenze individuali e ai pesi collettivi che queste cifre
rappresentano. Pensiamo anche ai traumi psichici che una persona
si porta dietro e dentro per tutta la vita.
Il piede su una mina provoca un'onda d'urto di, più o meno,
seimila metri al secondo. La temperatura al momento dello scoppio
arriva a quattromila gradi. Il rumore è di molto superiore
a quanto possa sopportare l'orecchio umano. E tutto ciò in
un tempo infinitesimale: 1/4000° di secondo. L'onda d'urto risale
dal piede alla gamba e all'anca. Le ossa del piede e della gamba
si sgretolano, mentre il piede, la gamba e la coscia opposti, il
basso ventre, talvolta il volto e gli occhi, rimangono offesi dalle
schegge delle mine e da una moltitudine di materiali (sassi, pulviscolo
...) proiettati dallo scoppio. Gettata al suolo, se non cade su
una seconda mina, la vittima si trova in grave stato di shock, con
abbondante perdita di sangue.
Mi sono limitato a descrivere le conseguenze di una mina a pressione
e ad effetto locale; quelle ad azione estesa e direzionale, come
ad es. quelle a frammentazione, che esplodono proiettando centinaia
di piccoli oggetti metallici, sono ancora più micidiali e
provocano quasi sempre la morte delle persone investite che si trovano
nel campo efficace di azione delle mine. Ho voluto descrivere cosa
significa saltare su una mina, al fine di evidenziare la complessità
dei traumi fisici, psicologici e socioeconomici che occorre prendere
in considerazione quando si affrontano i problemi delle cure, della
riabilitazione fisica, del riadattamento del corpo, della relazione
con l'esterno di queste vittime.
L'aspetto medico-riabilitativo è quello più facile
da capire. Il chirurgo è spesso obbligato ad amputare l'arto
colpito, talvolta molto al di sopra della ferita stessa; questo
anche per il ritardo con cui vengono effettuati gli interventi,
date le difficoltà di raggiungimento dei centri chirurgici:
sul soggetto incidentato inizia il naturale processo di cancrena.
I più fortunati poi riescono ad avere una protesi e ad essere
aiutati con terapie riabilitative. Una nostra équipe medica
in Burundi sta realizzando in alcuni centri ospedalieri un programma
di chirurgia riabilitativa in collaborazione con Handicap International
che provvede alla successiva protesizzazione e alla rieducazione.
L'aspetto psicologico e sociale è più complesso. Più
che la difficoltà di muoversi, è la propria immagine
mutilata, degradata, che è difficile da sopportare. Accettare
lo sguardo degli altri sul proprio corpo mutilato necessita un previo
lavoro psicologico che assomiglia a, e forse è, una rinascita.
Dato poi che l'incidente avviene normalmente dopo la fine del conflitto,
la vittima civile non riceve alcun riconoscimento sociale, come
avviene invece per gli ex combattenti o per quelli che, colpiti
durante la guerra, vengono riconosciuti come eroi della nazione.
È lasciata sola, al suo destino.
Infine, è l'intera famiglia, l'intera comunità che
rimane colpita a causa della presenza di una persona invalida, che
non produce e che consuma. Anche quando la famiglia e la comunità
l'accolgono e l'accettano, ciò nondimeno rimane un problema.
In ambito urbano poi, dove è più forte la distinzione
dei ruoli tra produttore e consumatore, il mutilato perde a poco
a poco la qualità di "membro della famiglia" a
pieno titolo per divenire inesorabilmente un "peso familiare".
Da qui la necessità di concepire e realizzare, accanto ai
programmi medico-riabilitativi e di reinserimento sociale, anche
programmi di formazione ad attività produttive, generatrici
di reddito, o comunque socialmente utili.
Gli effetti sulla società
Valutando a un livello più generale gli effetti socioeconomici
delle mine, possiamo prendere in considerazione brevemente alcuni
settori chiave:
- il sistema sanitario del paese;
- l'agricoltura e l'allevamento;
- le infrastrutture;
- le strutture culturali;
- il rimpatrio dei rifugiati.
a) Il sistema sanitario. In alcuni paesi più colpiti, come
per esempio il Kurdistan, il 60% dell'attività della salute
è consacrato alle vittime delle mine. La degenza ospedaliera
media di un ferito da mine è di 22 giorni, circa il 50% in
più di un ferito da altro tipo di scoppio o da proiettile.
Ogni paziente ha bisogno mediamente di due o tre interventi chirurgici.
Questi feriti, che non rappresentano che il 4% dei degenti, assorbono
il 25% delle risorse e dei servizi ospedalieri. E possiamo continuare:
la vittima di mine ha bisogno di trasfusione di sangue due volte
maggiore di altri feriti da proiettile, in paesi dove i servizi
di trasfusione sono già insufficienti; ne consegue un ulteriore
peso per il sistema sanitario, dovuto anche alla necessità
di analizzare il sangue per l'HIV, l'epatite o altre malattie. Data
l'inesistenza dei servizi di fisioterapia o di protesi, occorre
crearli, con nuovi crescenti costi.
Sono tutte attività che spesso vengono finanziate dall'aiuto
internazionale a scapito di altre attività medico-sanitarie
altrettanto fondamentali quali l'igiene pubblica, le vaccinazioni,
le malattie parassitarie ecc.
b) Agricoltura e allevamento. La presenza di mine tocca direttamente
questi due settori e, conseguentemente, altri settori dell'economia.
Si stima che in Cambogia il 50% delle terre coltivabili sia stato
minato e quindi non possa essere sfruttato. Il solo timore di una
simile presenza può bloccare le comunità rurali. Esse
hanno un estremo bisogno di attività da cui dipende la loro
vita, quali la preparazione dei terreni, l'irrigazione, le attività
forestali, la pastorizia. Per fare funzionare la rete irrigua, per
cercare la legna sempre più lontano, per portare il bestiame
al pascolo in zone nuove, queste comunità rischiano quotidianamente.
L'alternativa è l'abbandono delle proprie terre, anch'esso
con conseguenze economiche e sociali gravissime. E quando si cercano
nuovi terreni si aggravano spesso i fenomeni di erosione e di deforestazione
con altrettante gravi conseguenze ambientali.
c) Le infrastrutture. Le strade minate vengono abbandonate, così
i ponti, le ferrovie, le piste di atterraggio; altre vie secondarie
vengono utilizzate ma spesso a costi altissimi per l'economia che
si trova privata del sostegno principale, quello della libertà
e della rapidità dei trasporti. Quanto all'acqua e all'energia:
spesso a causa dei pozzi minati interi villaggi si sono spostati,
aggravando il fenomeno dell'inurbamento e le stesse condizioni di
vita della gente; le dighe, le centrali elettriche, le linee elettriche
sono particolarmente state prese di mira, in modo talvolta intensivo,
provocandone la paralisi e conseguenti gravi problemi per il loro
sminamento e la loro rimessa in funzione.
d) Le strutture culturali. Le scuole, oltre ad essere state utilizzate
molto spesso come postazioni militari, sono state poi scelte dai
posatori di mine o di trappole proprio con l'intenzione di colpire
la generazione più giovane del nemico. Il sistema educativo
è praticamente inesistente in non poche regioni della Cambogia
e dell'Angola.
e) Rimpatrio dei rifugiati. Troppo spesso è rallentato proprio
dalla presenza delle mine. E il mancato ritorno delle popolazioni
alle proprie terre rallenta la ripresa dello sviluppo a tutti i
livelli. I rifugiati e gli sfollati vanno comunque formati prima
del rimpatrio perché, ignari del pericolo mine, sono i più
esposti.
In breve, la presenza delle mine, oltre a rappresentare un continuo
pericolo per l'integrità fisica personale, rallenta o proibisce
la riabilitazione di ogni settore dell'economia e la messa in opera
dei più importanti servizi sociali per le popolazioni. Il
processo di sviluppo, in queste condizioni, rischia di fallire,
di non poter proprio incominciare. Esso passa dalla possibilità
di sminamento e di bonifica del territorio e delle infrastrutture.
La Comunità Internazionale deve tenerlo presente, ora e per
alcuni decenni a venire.
Mi pare quindi giusto fare un appunto al testo della recente legge;
legge che rimane comunque un atto di grande valore e di alta rilevanza
politica. È stato infatti inserito un articolo, l'art. 8,
in cui viene modificata la legge sulla cooperazione dell'Italia
con i paesi in via di sviluppo aggiungendo tra i suoi obiettivi
anche l'aiuto alle vittime delle mine. Si tratta di un'importante
previsione, ma, come ho cercato di presentare in questa relazione,
andava assolutamente completata da un altro fondamentale e primario
obiettivo: il sostegno alle attività di sminamento, proprio
per evitare che continui la strage delle vittime e per permettere
l'avvio dei processi di sviluppo. Se è stato giusto rimandare
la materia relativa agli strumenti per lo sminamento ad una successiva
legge, è stato un errore non inserire da subito ed esplicitamente
tali attività tra gli obiettivi della cooperazione italiana.
Speriamo che questa grave mancanza possa essere recuperata quanto
prima. Quanto affermato dal presidente Violante nella precisa ed
apprezzata relazione inviata al Convegno va certamente in questo
senso. La Campagna italiana dovrà sostenerlo e verificarne
l'attuazione.
|