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LO SMINAMENTO UMANITARIO
IN IRAQ E ALTROVE. PERCHE'?
Nota di Nino Sergi, segretario generale di Intersos
1 ottobre 2004
Salvare vite
umane
Al Tash, triangolo sunnita, nei pressi di Ramadi, marzo 2004. Nel
campo profughi dove Intersos sta operando, tre bambini giocano con
un ordigno esplosivo trovato sotto le macerie. Un boato. L'esplosione
lascia sul terreno solo brandelli di carne, irriconoscibili. Quando
pochi giorni dopo, in Iraq, ho visto le foto e ho sentito la descrizione
degli operatori di Intersos, ho rinnovato la volontà di rafforzare
maggiormente - tra le nostre attività umanitarie - lo sminamento
e la bonifica di aree infestate da ordigni esplosivi. In Iraq, tra
giugno e novembre 2003, abbiamo raccolto e resi inoffensivi più
di trecentomila tra ordigni e mine. Quante vite sottratte alla morte
o alla mutilazione? Molte, probabilmente. Ma anche se questo lavoro
fosse servito a salvare un solo bambino, considererei più
che motivato il rischio corso dai nostri sminatori. L'immagine di
quei brandelli di carne, come quelle dei mutilati angolani (più
di 70 mila!) o di quelli afgani o cambogiani, distrutti nel corpo
e nell'anima dalle mine disseminate e sempre attive, non possono
lasciarci indifferenti.
Sminamento umanitario, appunto!
Qualcuno afferma che lo sminamento non può essere considerato
un'attività umanitaria dato che si viene a contatto con ordigni
esplosivi "materia militare da cui stare alla larga".
Ma chi lo può fare se non le organizzazioni umanitarie? Va
chiarito una volta per tutte che le forze armate, salvo casi di
estrema urgenza e di immediato pericolo o su specifica e motivata
richiesta delle Autorità, non hanno alcuna competenza sullo
sminamento nelle aree civili, tanto meno sullo sminamento umanitario
finalizzato alla totale sicurezza delle popolazioni e al pieno ritorno
alla vita sociale e produttiva. Nessuna forza armata ha fra i suoi
compiti quello di sminare terreni ed edifici per usi civili. Lo
sminamento militare è infatti finalizzato a scopi militari,
per favorire le manovre belliche tramite l'apertura di passaggi
per i mezzi e per rendere sicure le aree utilizzate dai contingenti
stessi.
La bonifica a fini umanitari è invece finalizzata alla completa
agibilità della popolazione, con l'unico scopo di permettere,
dopo anni di angosciante pericolo, la ripresa in piena sicurezza
degli spostamenti, delle attività sociali, educative, ricreative,
agricole e altrimenti produttive, economiche. Dura spesso anni ed
è realizzata metro quadro per metro quadro, garantendo i
massimi livelli di sicurezza, formando personale locale, assistendolo,
guidandolo e tutelandolo, informando ed educando le popolazioni.
Con le mine è impossibile programmare lo sviluppo. Anche
il solo sospetto della loro presenza, impedisce gli spostamenti,
lo sfruttamento di intere aree e l'utilizzo delle strutture sociali
e produttive. Salvare, con spirito di solidarietà, le popolazioni
ed in particolare i bambini dal flagello delle mine e degli ordigni
esplosivi e liberarle dall'angoscia della loro presenza è
un dovere e un compito che spetta alle organizzazioni umanitarie
e che va svolto con spirito umanitario e secondo i suoi principi.
L'impegno della società civile
Occorre inoltre ricordare che la lotta alle mine antipersona è
uno dei risultati più qualificanti dell'azione del mondo
non governativo internazionale. Per più di un decennio la
"Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antipersona"
si è battuta perché la comunità mondiale ne
impedisse la produzione e commercializzazione e provvedesse alla
loro rimozione e distruzione in tutto il mondo. Per questo ha ottenuto
il premio Nobel per la pace. Il Trattato di Ottawa, la cui approvazione
è il risultato dell'azione della Campagna, rimane il simbolo
di un doveroso obbligo internazionale riconosciuto grazie alla convinta
mobilitazione della società civile. Il coordinamento di tutte
le operazioni contro le mine antipersona non è affidato ai
militari ma ad un organismo delle Nazioni Unite, Unmas, e lo sminamento
compare fra le priorità di numerose agenzie umanitarie, dall'Ocha
all'Unicef, al Comitato internazionale della Croce Rossa, così
come di Echo. I progetti in questo settore sono realizzati da importanti
Ong umanitarie quali Handicap International, Norwegian People's
Aid, Dan Church Aid, Danish Demining Group (formato da Caritas,
Danish Refugee Concil, Danish People Aid) ed Intersos stessa. Tutte
Ong di cui è difficile mettere in discussione la fedeltà
ai principi umanitari.
La dimensione tecnica
La parte più propriamente tecnica dei progetti di sminamento
e di bonifica richiede conoscenze di base che sono proprie di chi
ha svolto, almeno per qualche anno, il servizio nelle Forze Armate.
Esperienza che garantisce una base tecnica concreta ed affidabile,
sulla quale sviluppare un'ulteriore formazione per un costruttivo
approccio umanitario al problema. I tecnici non sono scelti tra
il personale militare, ovviamente, data l'indispensabile netta distinzione
tra la dimensione militare e quella umanitaria, ma tra personale
civile che abbia avuto quel tipo di esperienza precedentemente.
Le operazioni di bonifica necessitano peraltro anche di altre professionalità
come quelle di coordinatore di progetto, di operatore per le attività
di formazione ed educazione delle popolazioni sul tema, di logista,
di amministratore; operatori che vengono preparati insieme ai tecnici.
In questi anni ad Intersos abbiamo svolto una serie di corsi congiunti
per tutte queste figure professionali, favorendo la loro integrazione
in tutte le fasi del progetto. Solo chi affronta il problema in
modo superficiale può fare confusione tra "tecniche
militari", senza le quali non si riesce a togliere alcuna mina,
e "approccio militare" o "connubio con il militare",
dimensione che è totalmente estranea alle Ong del settore.
Il caso Paolo Simeoni
Si è parlato tanto di un nostro sminatore in Iraq, Paolo
Simeoni. Dopo aver lavorato in progetti di sminamento per alcuni
mesi in Kosovo, Angola Afghanistan ed Iraq, si è dimesso
da Intersos il 7 gennaio 2004 per tentare - si è poi saputo
- una strada che gli appariva molto più redditizia, proponendosi
come guardia del corpo ad un'impresa per la ricostruzione. Paolo
è stato anche, secondo quanto riportato dai media, colui
che ha chiamato in Iraq i quattro sfortunati body guards che sono
stati poi sequestrati, con la tragica fine di uno di loro, Fabrizio
Quattrocchi. Alcuni l'hanno vista come la prova della confusione
tra umanitario e militare e della scarsa attenzione alla selezione
del personale umanitario. La prima affermazione confonde il livello
delle scelte individuali (su cui un'Ong può ben poco) con
quello degli approcci etici e professionali dell'organizzazione.
Sulla seconda è bene sottolineare che se le attività
umanitarie di Intersos in una quindicina di Paesi (e non solo nello
sminamento, che rappresenta solo un terzo delle attività)
sono state apprezzate dalle popolazioni assistite e dalle Nazioni
Unite, vuol dire che la selezione delle persone è stata generalmente
attenta e severa. Oltre alla professionalità, si chiede infatti
la condivisione dei valori e delle finalità umanitarie di
Intersos espressi nella propria Carta fondamentale e la loro traduzione
nell'azione quotidiana. Anche ai tecnici sminatori chiediamo il
rispetto di tale Carta, pena l'interruzione del rapporto di collaborazione.
Paolo Simeoni, per i periodi di collaborazione con Intersos, l'ha
rispettata. Non ci sembra che abbia poi usato impropriamente o strumentalmente
il nome di Intersos per il ben diverso successivo lavoro. Se dovesse
emergere il contrario, provvederemo a tutelare Intersos e il lavoro
svolto da decine di altri operatori umanitari nel mondo.
Peccato che questo tema sia stato affrontato, in questi mesi, da
alcuni predicatori di umanitarismo e di giustizia, con il veleno
nel cuore. Intersos sicuramente continuerà, a testa alta
e con sempre maggiore convinzione, il suo impegno per lo sminamento
per liberare le popolazioni in pericolo dall'angoscia e dalla paura
e per favorire il riavvio dello sviluppo là dove è
stato negato per anni.
1 ottobre 2004
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