Intersos
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

KOSOVO. INTERVENTI PER LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMOINIO CULTURALE
E PER IL DIALOGO E LA PACE
2000-2006
Con la supervisione dell'Istituto Centrale per il Restauro

UN PROGRAMMA PER LA RIPRESA DEL DIALOGO E LA PACE

A fianco degli interventi urgenti di assistenza ai profughi, bonifica dei terreni minati e ricostruzione di abitazioni ed infrastrutture sociali realizzati tra il 1999 e il 2001, INTERSOS ha inserito nel proprio programma in Kosovo un ampio intervento sul patrimonio culturale. L'obiettivo è chiaro: far sì che quelli che sono stati simboli di divisione durante il conflitto possano trasformarsi in occasione di confronto costruttivo, d'interesse reciproco e di dialogo tra le diverse comunità. È sembrata questa la via migliore anche per garantire la tutela di tale prezioso patrimonio. I progetti previsti si integrano in un unico programma che è stato concepito in modo bilanciato tra le comunità kosovare, serba e albanese in particolare, ma includente anche i gruppi rom, egizi, ashkali, bosniaci, prevedendo attività e occasioni di incontro culturale, di dialogo e di integrazione.
INTERSOS ha per questi motivi sviluppato un approccio integrato utilizzando i siti restaurati per promuovere una consapevolezza condivisa dell'importanza del patrimonio storico-culturale del Kosovo. Nell'ambito di questa esperienza, INTERSOS ha potuto sperimentare che il restauro/recupero dei siti culturali è anche recupero della identità collettiva, elemento simbolico ma cruciale nelle aree post-conflitto. Inoltre, i siti sui quali Intersos lavora vengono utilizzati per coinvolgere le comunità locali creando opportunità di dialogo e comprensione interculturale.
L'intero programma è stato preparato coinvolgendo l'Unmik, l'Istituto per la protezione dei monumenti ed il Ministero della Cultura del Kosovo, le Autorità civili e religiose kosovare, il Patriarcato di Pejë/Pec, i Monaci di Deçan/Decane, il Ministero della Cultura ed il Centro di Coordinamento per Kosovo e Metohija di Serbia e Montenegro. Con tutte queste realtà vi è stato e continua ad esserci un rapporto di fiducia, riconoscimento e stima su cui INTERSOS basa la propria attività per favorire la ripresa del dialogo e il reciproco riconoscimento.
Il programma è inoltre supervisionato e diretto tecnicamente dall'ICR, l'Istituto Centrale per il Restauro del ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
I progetti sul patrimonio culturale ed il dialogo hanno finora beneficiato del contributo finanziario di:

- Sostenitori di INTERSOS
- Missione Arcobaleno-Gestione fondi privati
- Cgil, Cisl, Uil e Confindustria
- Ministero degli Affari Esteri (DG Cooperazione allo sviluppo e DG Europa)
- Unmik
- Agenzia Europea per la Ricostruzione
- Centro di Coordinamento per Kosovo e Metohija (della Repubblica di Serbia e Montenegro).

I PROGETTI

1. Riparazione e restauro della Moschea Bayrakli, XV sec, a Peja/Pec (2000-2002).
2. Studio delle condizioni del patrimonio culturale nella Metohija (Kosovo occidentale), in collaborazione con Mnemosyne, 2001-2002 (pubblicato nel 2003).
3. Avvio di interventi di tutela degli affreschi del Patriarcato serbo-ortodosso (XIII-XV sec.) di Pejë/Pec (2002)
4. Formazione di restauratori e architetti sulla conservazione del patrimonio culturale, in collaborazione con l'Istituto per la Protezione dei monumenti del Kosovo di Pristina (2004-2006).
5. Attività e incontri interculturali tra gruppi delle diverse comunità kosovare (2003-2006).
6. "Cultural Heritage Tours" per educare alla conoscenza e alla tutela del patrimonio culturale (2004-2006)
7. Riabilitazione del Letontije Konak nel Monastero di Deçan/Decane (2004-2005).
8. Sistema di monitoraggio permanente dell'umidità sugli affreschi del Patriarcato di Peje/Pec (2004-2006).
9. Riabilitazione dell'antico bagno turco (Haxhi Beut Hamam) a Pejë/Pec, per renderlo un centro culturale e di promozione di iniziative di dialogo (2004).
10. Riabilitazione dello storico Mulino a Deçan/Decane (giugno-dicembre 2004).
11. Riabilitazione della moschea Kurshumli, XVII sec, a Pejë/Pec (2005-2006).
12. Survey fotogrammetrico degli affreschi del Patriarcato di Pejë/Pec; interventi urgenti di tutela dei dipinti a rischio di distacco; fornitura di attrezzature al Monastero di Deçan/Decane (2005-2006).
13. Incontri in Italia ed i loco tra intellettuali e esperti serbi e kosovari (2005-2006).

COSTRUIRE PONTI DI SPERANZA E DI DIALOGO IN KOSOVO


Finita la guerra, bisogna costruire la pace. Si tratta di un compito difficile, perché alle motivazioni della guerra si aggiungono gli incalcolabili effetti di morte e devastazione da essa prodotti nelle identità soggettive e sociali. Essi colpiscono tutto ciò che è simbolo visibile della storia, della cultura, della religione, dell'identità dell'altro, minandone alla radice archetipi e rappresentazioni. Essi sono lì a ricordare il tentativo di annientamento reciproco e sono pervasivi nell'influenzare l'anima, i sentimenti e l'intelligenza di un intero popolo. Proprio questa consapevolezza deve spingere tutti a provvedere celermente alla ricostruzione di quanto è stato distrutto: è il passaggio obbligato per tentare l'avvio della ricostruzione più difficile, quella degli animi e delle intelligenze.

La pace non può venire quindi da sé: va aiutata, governata, favorita con tutti i mezzi idonei, da parte delle istituzioni internazionali ma anche di tutti quei soggetti che possono contribuire a rafforzarla e a renderla definitiva. Per un'organizzazione umanitaria come INTERSOS, che ha una specifica vocazione alle operazioni di emergenza, è un imperativo investire risorse intellettuali e tecnico-professionali anche per contribuire a ricostruire le ragioni e le condizioni della pace e uno spirito teso alla convivenza e alla riconciliazione in alcuni di quei luoghi in cui, durante il periodo bellico, ha svolto la propria opera per salvare vite umane, accogliere profughi, portare cibo e acqua, curare le malattie.

L'esperienza di INTERSOS nelle aree di conflitto ci porta a credere, nonostante tutto e contro ogni apparente evidenza, nella capacità umana - se aiutata e favorita con intelligenza e sensibilità - di recuperare col tempo il predominio della ragione rispetto alla brutale irrazionalità, del dialogo rispetto alla prepotenza, dell'accettazione rispetto al rifiuto.

In Kosovo, dopo due anni di interventi umanitari e pur continuando l'impegno per il ritorno a casa di tutti i profughi, abbiamo fatto la scelta di dare avvio ad un programma di alto valore simbolico che, pur toccando contenuti che sono stati fattori di divisione tra le due comunità, serba e albanese, possa rappresentare un'occasione di confronto costruttivo, di interesse reciproco e di dialogo.

In quella terra secoli di storia parlano di cultura, cristiana serbo-ortodossa e ottomano-islamica in particolare, con espressioni religioso-culturali che rappresentano un patrimonio incommensurabile per il Kosovo e per l'intera umanità. Sappiamo purtroppo che la guerra non ha troppi riguardi per la cultura, né per l'arte, ancor meno per le religioni. Anzi, nel caso dell'ex Jugoslavia, abbiamo visto con quanta stoltezza e spregiudicatezza la cultura dell'odio e della guerra ha usato, strumentalizzato e deturpato le religioni e, quindi, con quale livore e ferocia ha attaccato e devastato i suoi simboli: le chiese, le moschee, i luoghi sacri del culto. In Kosovo moschee e chiese cristiano-ortodosse sono state bombardate e incendiate forse con maggiore accanimento e odio rispetto ad altri obiettivi, proprio perché simboli dell'appartenenza all'una o all'altra comunità etnica.

Rimanendo convinti che la diversità culturale rappresenti uno dei valori su cui si basa una società pacifica, sana ed equilibrata, e che comunque e in nessun caso possa essere ignorata o abolita ma debba invece essere accettata e valorizzata, abbiamo scelto di fare di due testimonianze importanti del patrimonio religioso e culturale, dell'islam e della cristianità serbo-ortodossa, il punto di partenza del nostro impegno a favore della difficile ripresa del dialogo in Kosovo.

La scelta è stata determinata dall'ubicazione della nostra presenza umanitaria. Già prima della guerra, infatti, INTERSOS era intervenuta in Kosovo in aiuto alle popolazioni sfollate; ha poi seguito e soccorso i rifugiati kosovari - albanesi, rom e serbi - in Albania, Macedonia, Montenegro e Serbia; li ha aiutati a ritornare, partecipando alla ricostruzione di abitazioni, di scuole, di ambulatori, fornendo beni di prima necessità, provvedendo allo sminamento di terreni minati e formando personale specializzato, ed è pronta ad aiutare il ritorno di chi ancora non ha potuto realizzarlo, appena se ne verifichino le condizioni. L'area dei nostri interventi è stata quella del confine occidentale, intorno alla città di Pec, chiamata Peja dalla comunità albanese. Lì siamo conosciuti e abbiamo instaurato rapporti di collaborazione e di fiducia sia con la comunità albanese che con la residua comunità serba. Lì, proprio mentre si firmavano gli accordi che mettevano fine alla guerra, veniva incendiata la Moschea Bajrakli, edificata nel XV secolo, nel centro della città. Lì, nelle tre chiese del Patriarcato cristiano-ortodosso, fortunatamente salvatosi dalla follia distruttiva, vi sono architetture e cicli pittorici dei secoli XIII e XIV tra i più significativi della cultura europea, in condizioni che richiedono alcuni interventi urgenti di tutela.

Abbiamo così scelto di riparare e restaurare la Moschea Bajrakli e di contribuire alla tutela dei preziosissimi affreschi del Patriarcato: ci è parsa la migliore formula per dare concretezza a quell'idea di ricostruzione che inglobasse anche la cultura e gli animi, che portasse alla riscoperta del proprio diverso ma al tempo stesso comune passato, del proprio diverso ma anche comune patrimonio artistico. Lo abbiamo fatto dando, inoltre, un'opportunità a dei giovani kosovari, diplomati in belle arti, di formarsi alle pratiche di base del restauro, creando un cantiere scuola all'interno delle attività previste per il restauro della Moschea.
Scegliere di restaurare dei luoghi di culto ha, tra gli altri, il significato di restituire fili di storia e di identità e quindi rendere possibile riconoscersi, in forma visibile, in un simbolo della propria cultura, della propria arte e della propria religiosità. Significa anche lavorare per aprire spazi di confronto culturale e artistico che possano contribuire a sostenere un dialogo nel quale sia possibile riconoscere e accettare le radici della differenza, per promuovere una convivenza più ricca per tutti. Significa ancora tentare d'innestare quei processi che permettano il passaggio dalla cultura del potere al potere delle idee e della cultura.

Si tratta di una missione possibile o al di fuori della realtà?
Per un'organizzazione umanitaria come INTERSOS, pur all'interno di una visione realistica e con una forte capacità critico-valutativa delle situazioni, la fiducia e l'ottimismo della speranza - anche di fronte a ciò che può apparire impossibile - devono rimanere un atteggiamento rigoroso. Contribuire, infatti, a rigenerare i processi vitali della ricostruzione di un paese è anche credere nelle risorse migliori e nelle potenzialità presenti negli uomini e nelle donne, nel loro sviluppo e nella loro perfettibilità, anche se profondamente feriti.
L'esperienza di INTERSOS nell'area dei Balcani dimostra che il rigore della speranza e dell'ottimismo può essere premiato. Abbiamo infatti potuto realizzare con successo e con continuità ritorni di minoranze in Bosnia Herzegovina, reintegrandole e ricostruendo una nuova convivenza. Si è trattato di rientri - ritenuti impossibili alla fine della guerra nel '95 - di musulmani nelle proprie case in zona serba, nel frattempo occupate da famiglie serbe, e di serbi bosniaci nelle proprie case, in analoghe condizioni, in zona musulmana. Anche lì abbiamo fortemente creduto, a ragione, che sarebbe stato possibile.