AFGHANISTAN
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

AFGHANISTAN: LA MORTALE CONFUSIONE CIVILI-MILITARI
di Emanuele Giordana, Lettera 22

Le informazioni che arrivano dall'Afghanistan sono spesso lacunose. Logico, in un paese dove la copertura mediatica è molto bassa e per il quale ci accontentiamo di spezzoni di notizie in cui il dato principale è la violenza. Raramente conosciamo i fatti nella loro profondità in modo che sia possibile rifletterci.
Così è accaduto anche per la morte di tre operatrici umanitarie occidentali e del loro autista afghano dell'International Rescue Committee che, il 13 agosto, sono state crivellate di colpi sulla strada tra Gardez e Kabul. Le agenzie di stampa ci hanno riempito di particolari sulla loro nazionalità, sui numeri delle violenze in corso in Afghanistan e sulla rivendicazione dei taleban che hanno ammesso di essere stati gli esecutori. Il Financial Times ha persino citato un anonimo comandante taleban che rivendicava un tentativo di sequestro, notizia che lo stesso FT diceva priva di altri riscontri, e davvero bizzarra: non si crivella di colpi un'auto di umanitari, che viaggiano disarmati, per sequestrarli.
Sembra però che le cose siano andate assai diversamente. E non l'avremmo saputo se un giornalista dell'Agenzia Italia, recuperando un'abitudine che sembra ormai perduta, non avesse voluto fare un supplemento d'indagine alzando il telefono, anziché limitarsi, come capita ormai sempre più spesso e per svariati motivi che non staremo a ricordare, a tradurre i resoconti in inglese di qualche primaria major dell'informazione.
L'Agi ha così appreso che, il giorno dopo l'omicidio, una sessantina di responsabili di Ong straniere impegnate in Afghanistan si erano riunite a Kabul, convocate dall'Afghan National Security Organisation, «... per fare il punto sulla sicurezza degli operatori umanitari all'indomani dell'uccisione di tre cooperanti straniere e del loro autista afghano, rivendicata dai talebani». Fresca di questa riunione, Monica Matarazzo, capo missione in Afghanistan della ong italiana Intersos, spiegava all'Agi che «... l'assenza di un'agenzia indipendente per la tutela degli operatori umanitari come l'Ocha, e la confusione tra ruoli - umanitario e militare - generato nella popolazione dall'atteggiamento ambiguo tenuto dalle forze armate, sono considerate dalla comunità di Ong le cause chiave della loro condizione di insicurezza».
L'operatrice umanitaria aggiungeva che «...un'animata riflessione è stata innescata dal messaggio di rivendicazione dell'attentato, in cui i taleban affermano di aver confuso automobili dell'Irc con veicoli militari. Le forze armate utilizzano normalmente le stesse auto bianche usate dalle organizzazioni umanitarie. Il rappresentante speciale dell'Onu in Afghanistan, Kai Eide, ha detto di aver sollevato il problema nelle riunioni di coordinamento con le forze militari presenti nel paese, cioè Enduring Freedom, Isaf e Prt», cioè gli Usa, la Nato e gli organismi di ricostruzione civile-militare.
Questa notizia, apparsa solo sul sito Agimondo.org, fornisce una chiave di lettura dell'omicidio del tutto diversa da quella apparsa sulle principali agenzie, che di quel comunicato riportavano solo la rivendicazione. Ciò non rende i taleban meno spregevoli (si pensi all'uso dei kamikaze). Chiarisce però che non è ancora avvenuto il «salto di qualità» (colpire volutamente i civili o gli operatori umanitari) che la vicenda faceva temere, anche se le tre operatrici del Irc non sono certo le prime vittime. Dice inoltre che l'antica querelle tra operativi militari e azione umanitaria sia ancora lontana da una soluzione. Con tutto ciò che di grave e drammatico ciò comporta.

 

 

© 2008 Intersos

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