 |
USCIRE
DAL CAOS DELL'IRAQ
Sono giorni di grande costernazione, di dolore e
di lutto per le vittime di Nassiriya. Giorni che hanno dato
una più lucida coscienza della cruda realtà
dell’Iraq con il suo crescente numero di vittime, italiane
e di altri paesi occidentali ma anche e soprattutto irachene.
Sarebbe forse giusto rimanere ancora per un po’ in silenzio,
come abbiamo fatto da quel tragico mattino, ma gli eventi
non lo permettono.
Le vittime, tutte le vittime, quelle che ci sono state e quelle
che purtroppo ci saranno ancora, ci impongono di uscire dal
raccoglimento per fornire un contributo di analisi e proposte.
Ne sentiamo il dovere, data la forte presenza di INTERSOS
in Iraq con ancora 23 operatori umanitari internazionali,
in varie aree e vari settori di intervento, e dato il rapporto
di solidarietà che ci unisce alla popolazione.
Già lo scorso primo settembre, dopo gli attentati alla
sede dell’ONU e alla moschea di Najaf, in un comunicato
dal titolo “Uscire dal caos dell’Iraq” avevamo
espresso alcune valutazioni e indicazioni che riteniamo tuttora
valide (www.intersos.org). Vogliamo ora inserirle nel modificato
contesto, tenendo conto delle nuove decisioni che si stanno
assumendo in sede internazionale.
1. Gli iracheni. La popolazione ha bisogno di aiuto.
La guerra e, soprattutto il dopo guerra, ha aggravato la situazione
sociale ed economica. La gente non sta bene; molti sono senza
lavoro e le loro famiglie hanno difficoltà a vivere;
i furti e il banditismo sono cresciuti creando ulteriore insicurezza
e paura. Le misure adottate dal Governo della Coalizione non
sono sufficienti, sono lente, tardive, spesso sbagliate, senza
strategia, contraddittorie. Gli iracheni si sentono esclusi.
Non solo le centinaia di migliaia del partito Baath e delle
forze armate, messi automaticamente al bando con un’insensata
e controproducente decisione, ma anche quelli chiamati a posizioni
di responsabilità (talvolta nominati dalle stesse comunità
locali) che vivono malamente un’assoluta subalternità
alle decisioni della Coalizione, sentendosi colonizzati e
impotenti. Il malcontento è crescente. Anche la presa
di coscienza da parte di molti iracheni che occorra - perfino
collaborando con le forze occupanti - mettere fine al terrorismo
che colpisce tutto e tutti creando instabilità, morti
indiscriminate, insicurezza e povertà si sta affievolendo:
per paura e per sfiducia nel sostegno e nelle reali capacità
e volontà internazionali. Nel complesso la gente comunque
vive, con grande voglia di ricostruire, ricominciare, lavorare
per un paese nuovo: non va abbandonata né delusa. Ma
il tempo a disposizione per poterglielo dimostrare è
rimasto ormai veramente poco.
2. Le forze occupanti e i loro alleati. La nuova
presa di coscienza della difficoltà (e degli errori
commessi) da parte della Coalizione può ora portare
a quelle decisioni che, se fossero state prese prima, nel
giusto momento, avrebbero potuto segnare un diverso cammino
per l’Iraq. È forse anche - lo speriamo vivamente
- la fine dell’arroganza. La fine cioè della
fede nella forza militare come mezzo per la soluzione dei
problemi internazionali compreso il terrorismo, per l’esportazione-imposizione
della democrazia e, in definitiva, per la difesa degli “interessi
nazionali”; la fine della negazione della supremazia
della politica e dell’insofferenza verso le diversità
delle posizioni di paesi alleati; la fine della tracotante
convinzione di autosufficienza e del non riconoscimento delle
sedi politiche multilaterali a partire dall’ONU.
3. L’ONU. Dopo averne negato il ruolo, umiliando
l’unica Istituzione politica globale esistente, la Coalizione
ne ha poi riconosciuto, nel dopoguerra, un ruolo “vitale”
che, secondo la Risoluzione 1511 andrà “rafforzato”.
L’ambiguità della terminologia viene oggi superata
dalla nuova realtà che richiede con ancora maggiore
forza una leadership per la fase di transizione neutrale,
estranea cioè al conflitto e all’occupazione;
leadership che solo un’organizzazione multilaterale
come l’ONU potrebbe garantire, pur con le difficoltà
e carenze che le sono proprie.
L’Istituzione va certo riformata e in fretta, in particolare
nella composizione del Consiglio di Sicurezza, va dato più
spazio al mondo musulmano oggi iniquamente sminuito, va resa
più trasparente e democratica. Ma anche con i suoi
tanti limiti e le sue debolezze - e forse proprio grazie ad
esse - l’ONU si dimostra oggi, in Iraq indispensabile
ed insostituibile.
Lo sguardo di INTERSOS è volto alle popolazioni
e al loro benessere e fonda la propria analisi e azione sui
principi fondamentali di indipendenza e imparzialità.
Alcuni punti ci paiono ormai chiari, anche se di difficile
attuazione, dato il peggioramento della situazione. La guerra
è stata un grave errore, come errata è stata
la gestione del dopo guerra, ma sarebbe un errore altrettanto
grande lasciare ora gli iracheni al proprio destino sostenendo
il ritiro delle truppe, giusto e quindi condivisibile come
posizione di principio, ma non attuabile senza una valida,
contemporanea e altrettanto condivisa strategia politica.
1. La gestione politica della crisi irachena deve
prendere il sopravvento sulla gestione militare, con decisioni
che vanno prese ed attuate in tempi molto stretti e con l’acquisizione
del massimo consenso interno ed internazionale, a partire
dai paesi della regione.
2. Alle Nazioni Unite, rivalutate e politicamente
rafforzate, va quindi restituito il ruolo fondamentale di
pacificazione e di ricostruzione politica ed economica del
paese. A loro, con il consenso dei rappresentanti del popolo
iracheno, spetta di definire il mandato, l’ampiezza
e la titolarità del comando delle forze di peace keeping.
A loro spetta la programmazione ed il coordinamento degli
aiuti, da quelli umanitari a quelli per la ricostruzione.
3. Presto - e non entro il prossimo mese di giugno
- va costituito un Governo provvisorio iracheno dotato di
reali poteri e reale autonomia, rappresentativo di tutte le
componenti politiche e religiose, sostenuto dalla comunità
internazionale sia finanziariamente che nella formazione e
nel rafforzamento delle nuove istituzioni, isolando così
le forze legate a Saddam Hussein e quelle legate al terrorismo
internazionale. Al fine dello sviluppo delle nuove istituzioni
civili e militari vanno inoltre recuperate tutte le capacità
e le forze irachene disponibili, senza alcuna esclusione politica.
4. Abbiamo considerato illegittima l’occupazione
militare del paese, peraltro avversata dalla maggioranza degli
iracheni. Il ritiro delle attuali forze militari dovrà
quindi avere luogo come atto riparatore e di formale cambiamento
agli occhi degli iracheni e della comunità internazionale.
Esso può avvenire però solo a seguito di una
valida, precisa e condivisa strategia politica definita dall’ONU,
con la piena partecipazione dei paesi dell’area e dell’Autorità
transitoria irachena, che definirà anche la composizione
e il mandato della forza di sicurezza e di peace keeping necessaria.
Altrimenti banditismo, saccheggi, vendette, disordini e sopraffazioni
si moltiplicherebbero a danno della popolazione civile e potrebbe
divenire realtà l’ipotesi di una sanguinosa guerra
civile.
5. L’Europa e l’Italia. Se esiste ancora
una speranza di uscire dal caos iracheno, questa passa anche
dall’impegno dell’Europa. L’Italia ha la
presidenza del Consiglio europeo; ha deciso di allearsi alla
Coalizione fin dalla prima ora; ha avuto i suoi morti. Si
trova quindi nelle condizioni migliori per sollecitare quella
volontà europea che non è ancora riuscita ad
esprimersi al fine di un confronto leale ma franco con gli
Stati Uniti. La presidenza italiana proponga immediatamente
un’iniziativa dell’Europa, riprendendo le posizioni
di Francia e Germania, per rilanciare il ruolo dell’ONU
in Iraq e per coinvolgere i paesi della regione mediorientale.
Pur con la necessaria prudenza e valutando quotidianamente
la realtà in cui opera, INTERSOS continua a rimanere
in Iraq finché vi saranno le condizioni e finché
i suoi operatori non si sentiranno in pericolo. Lo sentiamo
doveroso non perché ci viene chiesto, imprudentemente
e sconsideratamente, da governi della Coalizione (che così
facendo rendono ancora più difficile la nostra permanenza
che deve essere e apparire pienamente indipendente e imparziale),
ma per dare continuità al patto di solidarietà
stabilito con la popolazione irachena che rimane la nostra
unica e migliore garanzia di sicurezza.
18 Novembre 2003
|