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USCIRE
DAL CAOS DELL'IRAQ
I due tragici attentati alla sede ONU di Baghdad
e alla moschea di Najaf hanno segnato indubbiamente una svolta
nella vicenda della guerra e dell’occupazione irachena.
Oggi possiamo forse quasi pensare e sperare che la morte di
Sergio Vieira de Mello e di Mohammed Baqir al Hakim, come
quella delle varie decine di persone insieme a loro, non siano
state vane.
Tre infatti ci sembrano essere le grandi novità.
a) La prima è la presa di coscienza da parte irachena,
o almeno di molta parte della società, che occorra
assolutamente mettere fine alla nuova follia del terrore che
colpisce non solo l’intruso esterno ma tutto e tutti,
senza alcun rispetto perfino delle realtà e dei simboli
più sacri e importanti dell’islam da un lato
e della comunità internazionale dall’altro. Da
parte irachena non si tratta più solo di pretendere
sicurezza, funzionamento dei servizi e lavoro da parte degli
occupanti; non si tratta più solo di ringraziarli ed
invitarli a ritornarsene là da dove sono partiti; non
si tratta più nemmeno solo di colpirli quotidianamente
per ricordare impietosamente questo invito. Si tratta di capire
come, forse anche con un nuova (e fino ad ora impensabile)
collaborazione con le forze occupanti, poter non solo arginare
ma mettere fine a simili gravi e crescenti attentati. Essi
non colpiscono infatti solo gli stranieri ma minano profondamente
e pericolosamente la stessa società irachena rendendone
impossibile la ricostruzione, politica, sociale ed economica
e la pacificazione.
b) La seconda è un’analoga presa di coscienza
da parte di quanti hanno appoggiato la guerra e l’occupazione
militare che la situazione in Iraq non corrisponde affatto
a quel giocattolo che, secondo l’Amministrazione Bush,
si sarebbe potuto aggiustare senza troppe difficoltà,
per mostrarlo poi come un esempio di democrazia e di stabilizzazione
a tutta l’area mediorientale. Presa di coscienza inoltre
che la potenza (strapotenza) militare da sola non risolve
ma amplifica i problemi senza peraltro colpire il terrorismo;
che i costi e i tempi dell’operazione Iraq superano
di gran lunga le reali possibilità delle potenze occupanti;
che senza un mutamento radicale della strategia finora seguita
la Coalizione rischia una sonora sconfitta; che è finito
il tempo dell’arroganza e dell’illusione dell’autosufficienza
e che occorre coinvolgere la comunità internazionale
e sentirsi parte - importante, ma sempre parte - di essa.
c) La terza è la presa di coscienza quasi generalizzata,
compresa buona parte dei politici americani, che le Nazioni
Unite devono non solo avere nel dopoguerra il “ruolo
vitale” concesso loro dalla Coalizione, ma devono divenire
il principale soggetto di riferimento politico a cui deve
fare capo ogni decisione per tutto il periodo della transizione.
Più in generale, si sta facendo strada anche la presa
di coscienza che dell’ONU non si può fare a meno:
ogni scorciatoia si dimostrerebbe, nel mondo di oggi, non
solo fallimentare ma anche causa di nuovi ed incontrollabili
problemi. Va certo riformata e in fretta, in particolare nella
composizione del Consiglio di Sicurezza, va dato più
spazio al mondo musulmano oggi iniquamente sminuito, va resa
più trasparente e democratica: ma anche con i suoi
tanti limiti e le sue debolezze - e forse proprio grazie ad
esse – l’ONU si dimostra oggi, agli occhi di tutti,
indispensabile ed insostituibile.
Con lo sguardo volto alle popolazioni e al loro
benessere e basando la nostra analisi e la nostra azione sui
principi fondamentali di indipendenza e imparzialità,
a cinque mesi dall’inizio dell’occupazione militare
noi organizzazioni umanitarie impegnate in Iraq vogliamo fare
sentire con molta più forza la nostra voce.
Ad INTERSOS alcuni punti sembrano abbastanza chiari, anche
se di non facile attuazione.
1. La gestione politica della crisi irachena deve prendere
il sopravvento sulla gestione militare, definendo un preciso
programma ed una strategia condivisi a livello multilaterale.
Occorre inoltre prendere coscienza che i tempi della politica,
in questo caso, non possono essere lunghi come normalmente
avviene, ma le decisioni vanno prese in tempi molto stretti.
2. La grande priorità, verso cui indirizzare tutti
gli sforzi, è la costituzione di un Governo provvisorio
iracheno dotato di reali poteri e reale autonomia, rappresentativo
di tutte le componenti politiche e religiose, sostenuto dalla
comunità internazionale sia finanziariamente che nella
formazione e nel rafforzamento delle nuove istituzioni. Solo
così possono essere, al contempo, isolate le forze
legate a Saddam Hussein e quelle legate al terrorismo internazionale.
Al fine dello sviluppo delle nuove istituzioni civili e militari
vanno inoltre recuperate tutte le capacità e le forze
irachene disponibili, senza alcuna esclusione politica se
non quella dei soli alti responsabili del deposto regime.
3. Pur considerando illegittima l’occupazione militare
del paese, peraltro avversata dalla maggioranza degli iracheni,
ci sembra oggi irrealistico pretendere il ritiro delle forze
militari. Una forza di sicurezza è divenuta indispensabile:
banditismo, saccheggi, vendette, disordini e sopraffazioni
si moltiplicherebbero a danno della popolazione civile e potrebbe
divenire realtà l’ipotesi di una sanguinosa guerra
civile. La presenza della forza di sicurezza, ampliata anche
alla partecipazione di paesi del mondo musulmano, dovrà
però basarsi su un esplicito e ampiamente condiviso
mandato delle Nazioni Unite e un altrettanto esplicito e condiviso
accordo del Governo provvisorio iracheno (e, nell’attesa,
dell’attuale Consiglio iracheno di Governo).
4. Alle Nazioni Unite, rivalutate e politicamente rafforzate,
va quindi restituito, in questa fase di transizione, il ruolo
fondamentale di pacificazione e di ricostruzione politica
ed economica del paese. A loro, con il consenso dei rappresentanti
del popolo iracheno, spetta di definire il mandato, l’ampiezza
e la titolarità del comando delle forze di peace keeping.
A loro spetta la programmazione ed il coordinamento degli
aiuti, da quelli umanitari a quelli per la ricostruzione.
Si tratta di un compito immane e delicato - reso ancora più
difficile dal peggioramento della situazione - che richiede
l’impegno, oggi e domani, dell’intera comunità
internazionale.
Noi organizzazioni umanitarie continuiamo a rimanere nel paese:
lo sentiamo doveroso per dare continuità al patto di
solidarietà stabilito con la popolazione irachena.
Con maggiore vigilanza, maggiore attenzione e più precise
misure di sicurezza data la gravità della situazione;
ma soprattutto con un rapporto ancora più approfondito
e umano con le persone con cui veniamo quotidianamente in
contatto: sono loro infatti la nostra migliore garanzia per
la protezione e la sicurezza.
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