SUDAN
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

TASSELLI DI PACE

di Enzo Maranghino, Sudan, Darfur, 1 giugno 2007


Sin dagli inizi della sua presenza in Darfur, INTERSOS si è sempre distinta per operare nei posti più impervi della regione, lavorando ovunque e con chiunque, come si addice ad ogni organizzazione umanitaria, consapevole che non c’è speranza di risanare la profonda ferita della crisi se non si dialoga con tutte le parti in conflitto. Sin dagli inizi, lo sforzo per comunicare segnali di pacificazione e riconciliazione è stato centrale nel nostro lavoro.
Non c’è ricostruzione se non si trova un punto di interesse comune da dove ricominciare. Nel contesto in cui operiamo, alcune esigenze prioritarie hanno rappresentato il punto comune da cui partire per tentare di avviare la ricomposizione materiale e sociale di queste popolazioni martoriate: l’educazione, l’acqua, la voglia di riprendersi la vita. La costruzione di scuole, la perforazione di pozzi, la diffusione di centri per donne e per giovani per l’implementazione di molteplici attività di utilità quotidiana: sono questi gli interventi che sono stati sviluppati.

INTERSOS ha portato la sua presenza negli angoli più remoti del Darfur, dando assistenza a tutti: i bambini, le donne, i più bisognosi e vulnerabili, tutti, senza distinzioni, senza barriere, in modo imparziale.
I suoi operatori e operatrici lavorano quotidianamente in 75 villaggi, assistendo circa 60.000 persone. Dal 2005 hanno costruito 36 scuole, ristabilendo in quest’area il sistema scolastico grazie al quale circa 7.000 studenti seguono le lezioni; hanno costruito 23 pozzi; implementato molteplici attività in 54 centri per donne e per giovani, nei villaggi e nei campi profughi. Nell’insieme, essi hanno monitorato regolarmente circa 550 villaggi del Darfur occidentale. Tutte le persone coinvolte nelle attività sono indistintamente “africani” e “arabi”, nomadi e sedentari.

Alla fine di ottobre 2006, INTERSOS organizzò a Garsila un incontro a cui partecipò il nostro personale internazionale e locale. Insieme ci prefiggemmo di affrontare in modo sistematico il problema della riconciliazione tra “arabi” e “africani”. Alla fine dell’incontro avevamo pianificato due strategie di intervento: una da attivare immediatamente, l’altra a lungo termine.

La prima era finalizzata a contrastare uno dei fenomeni più drammatici, che comincia proprio verso la fine di ottobre di ogni anno: la distruzione del raccolto da parte dei nomadi che transitano, con il bestiame, in mezzo alle coltivazioni delle popolazioni sedentarie. Il fenomeno della crop destruction è causa di tensioni, lotte, omicidi, stupri, di un odio atavico tra nomadi e sedentari, ed infierisce drammaticamente sulla già scarsa produzione alimentare di questa terra.

INTERSOS ha così fatto sorgere, o ha rivitalizzato, i comitati agricoli, per prevenire e risolvere la distruzione del raccolto. Non abbiamo creato niente di nuovo ma solo cercato di riesumare pratiche di un ordine sociale precedente, frantumato negli ultimi decenni e distrutto dal recente tremendo conflitto. Attraverso questi comitati agricoli misti (di “africani” e “arabi”, sedentari e nomadi) lavoriamo sul processo di riconciliazione.

Anche lo scorso anno però la distruzione dei raccolti è stata massiccia. A volte sembra che combattiamo contro il vento. Siamo comunque riusciti a fare sedere insieme quegli “arabi” e quegli “africani” che si sono massacrati quattro anni fa e che da allora non si sono mai più guardati negli occhi.
Una cosa mi ha colpito di questi “incontri di riconciliazione”. Dopo un po’ di tensione iniziale e dopo aver discusso dei vari problemi e di possibili (o impossibili) soluzioni, gli incontri finivano in un’atmosfera rilassata. In tutte le occasioni gli “arabi” e gli “africani” amavano ricordare quando erano bambini e giocavano insieme su quella stessa terra (forse si picchiavano già allora… ma giocando...). I loro occhi si distendevano e dai volti sparivano i massacri, subiti o compiuti quattro anni fa, in un momento particolare, che tale deve rimanere, senza mai più ripetersi. Non so cosa possa significare tutto questo, ma c’è la speranza di un futuro di convivenza in quei ricordi.
Stavamo provando a mettere il nostro tassello al processo di pace.

La seconda strategia delineata nell’incontro punta al lungo termine. INTERSOS si era prefissata di intervenire profondamente in questo angusto territorio, dove tante guerre e sfracelli sono stati compiuti principalmente per la scarsità di risorse naturali. Invece di lasciare che queste popolazioni si scannassero per la mancanza di acqua, terra coltivabile, foraggio per animali, occorreva intervenire per migliorare la disponibilità delle risorse vitali. Si dovevano studiare i movimenti dei nomadi, i loro bisogni, creare più risorse per i pastori e per gli agricoltori, creare comitati misti con lo scopo di risolvere i conflitti secondo le regole della tradizione, coltivando così il primato della ricomposizione, della riconciliazione, della pace.
Partendo da quest’idea e consapevolezza, INTERSOS ha cominciato a proporre questo cammino chiedendo a tutti di fare la propria parte, mettendoci competenza e passione. Era la fine dell’ottobre 2006. Il risultato di questo lavoro di squadra (ancora in corso) è confluito nella documentazione che qualche giorno fa, a fine maggio 2007, gli operatori e operatrici di INTERSOS hanno orgogliosamente presentato a Khartoum nel corso dell’incontro sulla “problematica ambientale” e la strategia di intervento in Darfur nel 2008, organizzato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR.

Il 29 ottobre, l’ultimo giorno di quel primo incontro, eravamo felici. Tutti gli operatori di INTERSOS, una squadra multietnica e multiculturale composta da bianchi, “africani” e “arabi”, stavano lavorando insieme per tentare di avviare un cammino di riconciliazione, per smussare la violenza. Stavamo tutti lavorando per cercare di sistemare il nostro tassello nell’interminabile e complesso mosaico della pace.

Il 30 ottobre le varie squadre sono di ritorno alle proprie basi. Tre veicoli di INTERSOS, con circa 20 persone a bordo si muovono in convoglio da Garsila verso le rispettive destinazioni.
Nel mezzo del tragitto un uomo con un kalascnikov puntato blocca la nostra corsa. Ne arrivano altri due dai lati. Sparano in aria. Ci fanno scendere e allontanare dalle macchine. La terza macchina, un po’ in ritardo, vede l’accaduto e scappa in retromarcia. I banditi gli sparano contro innumerevoli colpi. Fortunatamente i nostri colleghi si mettono in salvo. Per noi invece sono momenti terribili. I banditi sono furiosi. Ci sbattono faccia a terra. Continuano a urlare e sparare come dannati. Prendono tutta la nostra roba, telefoni, computer, denaro. Crediamo che gli basti. Invece no. Continuano ad urlare. Io cerco di accarezzare la mano di Jennifer, di mia moglie, e vorrei farla sparire da quel posto maledetto. Non abbiamo più niente da dargli. Perchè non se ne vanno? Allora uno dei banditi con il volto scoperto da assassino prende una frusta. Comincia a picchiare il nostro autista, un gigante pacifico di nome Bello, sdraiato affianco a me. Una, due, tre, dieci, venti frustate. Ma perché? E’ triste sentire un omone che ama la vita piangere di dolore picchiato a sangue. Mi ricordo lo scoppiettare della frusta sulla carne.
Poi frustano Khalil, il team leader di Habila, un uomo dolce e gentile, magrolino sembrava che le frustate lo dovessero spezzare. C’era un odio incomprensibile in quei colpi. Picchiano forte Mohammod il vecchietto del team. Se non si fosse protetto la testa lo avrebbero ucciso.

Poi si avvicinano a Jennifer e le danno due frustate. In quel momento la mia testa si surriscalda. La pace non appartiene più al mio spirito. Io sono vicino a lei, stringe i denti. E’ forte. Le dico di non fiatare perché non è niente. Poi danno un paio di frustate anche a me. Giuro che non sento niente. L’adrenalina è più forte. Ho paura dei fucili puntati e degli spari. Un colpo partito per sbaglio: quello sì che mi fa paura.
E via a picchiare gli altri.
La cosa che ci ha ferito molto è che picchiavano solo gli “africani”. Gli “arabi” non li toccavano. Li minacciavano ma non li toccavano. Alla faccia della riconciliazione, dell’uguaglianza e della pace. Alla faccia dell’incontro appena concluso.
A un certo punto mi fanno alzare, mi ficcano un fucile nella schiena e mi portano via dagli altri. Non ricordo quello che pensavo. Mi portano alle macchine, gridano incomprensibili suoni, caricano i fucili. Io fingo di cercare qualcosa in macchina, senza sapere cosa. Gli dico: ma fì (non c’è).
Meno male, non mi sparano, mi riportano in mezzo ai mie colleghi, alla mia famiglia. Finalmente qualcuno ci traduce e capiamo che cercano i soldi degli stipendi. Allora gli dico con decisione che non abbiamo più niente. Un bandito mi urla qualcosa. Mi chiede sigarette. Gli tiro con disprezzo mezzo pacchetto. In quel momento capiamo che l’incubo è finito. Ci lasciano andare dopo 35 interminabili minuti.

Mi ricordo i granelli di sabbia quando stavamo di faccia a terra. Li vedevo grandi e colorati. Come quei tasselli della pace che INTERSOS prova a inserire nel mondo.
In macchina quasi non parliamo, vogliamo solo andare, andare. Poi uno dei momenti più belli: arriviamo ad Umkher, scendiamo e ci abbracciamo tutti. Un abbraccio che aveva un calore speciale e che ci legava per sempre.

Il giorno dopo abbiamo fatto un grande debriefing. Abbiamo sgozzato una pecora e fatto una festa. Abbiamo parlato, ognuno dal suo. Abbiamo riso. Ci siamo fatti le imitazioni gli uni degli altri di quando eravamo sotto attacco. Abbiamo ribaltato in comicità la violenza. Abbiamo trasformato in risata la paura.
Il nostro staff ci ha coccolato come figli e fratelli. Ci chiedevano perdono per la loro gente. Zhara e Khaltouma, le mamme della base di Forobaranga, sono andate al mercato a comprarci vestiti, camice e mutande, perchè non avevamo più niente. Ci avevano rubato tutto, ma quanto eravamo ricchi di vita quel giorno. Sono venuti da tutte le parti e da tutti i villaggi dove lavoriamo a dirci: ci dispiace.

Il Darfur ci ha picchiato. Il Darfur ci ha abbracciato.
Questo è il Darfur, violenza assurda e indicibile dolcezza.
Prima e dopo questo incidente numerosi attacchi hanno colpito gli operatori di INTERSOS. Prima e dopo questo incidente numerose braccia li hanno abbracciati. La solidarietà che noi portiamo in prima linea ci è stata resa.
E ora siamo ancora qui a portare avanti il nostro lavoro e qui resteremo finché ci sarà bisogno, perché crediamo che le nostre idee alla fine sono più forti di questa violenza e crediamo che l’abbraccio che ci hanno dato al nostro ritorno da quella brutta esperienza, grazie anche al nostro lavoro e alla nostra presenza, si allargherà sempre di più. E ci piace credere che un giorno racchiuderà tutte le popolazioni di questa terra devastata.


 
 

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