| Bor:
la nostra scuola è una speranza per il futuro e per la pace
Sudan, 30 aprile 2007
La stagione delle piogge è
ormai decisamente prossima e già ci sono stati i primi rovesci
ad annunciare quello che avverrà nei prossimi mesi. Parlo
con la gente del posto e, da quello che dicono, c’è
davvero di che mettersi all’erta; a quanto pare il maltempo
bloccherà ogni attività per lungo tempo. Mi dicono
che a volte i veicoli restano impantanati nel fango e lì
vengono lasciati sino al ritorno della buona stagione...
Noi siamo qui, a fare del nostro meglio, pronti a portare il nostro
aiuto a questo Sud Sudan che esce da una lunga guerra e comincia
lentamente la sua ricostruzione.
Ci troviamo a Bor, a quattro ore di fuoristrada da Juba, dopo altrettante
ore di volo dalla capitale Khartoum. Siamo nell’Africa “vera”,
a lavorare fianco a fianco con gente resa un po’ dura dalla
lunga belligeranza, dalle condizioni della natura e dalla mancanza
di comunicazioni e trasporti.
Villaggi dove la vita si basa
principalmente sulla pastorizia, con migliaia di capi di bestiame,
mucche e capre, il tutto costantemente avvolto per mesi da una polvere
finissima che copre ogni cosa, senza che nessun ostacolo o filtro
possa fermarla.
Una vita difficile. Ma la pace
adesso permette di rimettersi in cammino e, come in altri posti
remoti nel mondo, Intersos cerca di portare un contributo, una speranza,
un’idea di sviluppo, una presenza: una prova di solidarietà
che viene ben accolta dalla popolazione e riconosciuta dalle autorità
locali.
Non è facile nemmeno per noi vivere e lavorare in queste
terre, ma si va avanti nonostante le difficoltà e i problemi
del caso.
Stiamo finendo di costruire una scuola qui a Bor, manca davvero
poco e, credeteci, gli ostacoli non sono stati pochi: materiali
che non venivano consegnati entro i tempi previsti dal progetto,
la burocrazia che, come spesso avviene, tira il freno della “locomotiva
lavoro”.

Ma è una soddisfazione quando si va in cantiere e si vede
questa “creatura” di cemento che cresce ogni giorno
un poco di più...
Ora c’è tutto: il tetto, le finestre, i pavimenti.
Tra non molto ci saranno anche i bambini, i futuri uomini di questo
Sud Sudan, e speriamo che la loro istruzione possa servire a trovare
in futuro un’alternativa alla violenza dei padri!
La nostra presenza è anche in altri villaggi, in questa grande
regione che è il Jonglei State. Villaggi dai nomi che non
suonano strani a chi ha esperienza di queste regioni dell’Africa:
Jalle, Makuach, Baidit. Qui il nostro impegno è diretto allo
sviluppo di centri di aggregazione sociale creati insieme alle locali
comunità, dove i giovani e le donne imparano a sfornare il
pane, a tessere i teli e a produrre oggetti che poi saranno rivenduti
al mercato; apprendono mestieri che permetteranno, soprattutto alle
donne, di avviare una piccola attività.
Dovrebbero fare un monumento alla donna africana, a volte penso
che questo Continente collasserebbe su se stesso senza la forza
delle sue donne...
Prossimamente in questi centri consegneremo i beni che la comunità
ha richiesto e ritenuto utili: mulini per la macinatura del sorgo,
nuove macchine da cucire a pedale - proprio quelle che usavano le
nostre nonne, qui vanno ancora benissimo visto che non esiste la
corrente. Nella lista vi sono anche delle macchine per la produzione
di mattoni, con i quali la gente del villaggio potrà costruire
dei locali. Ma una cosa è certa: qui nessuno vuol sentir
parlare di “soluzioni temporanee”: quello che va costruito
- o ricostruito - deve essere permanente, solido, una base su cui
impiantare il futuro.
Siamo in tre in questo “avamposto”, nonostante l’ostilità
della natura e il caldo impossibile stiamo dando il massimo affinché
tutto venga distribuito e introdotto nelle comunità prima
delle piogge, che tanto temiamo. Non c’è sosta...
Quello che c’impegna maggiormente, e che presto darà
grande soddisfazione a noi di Intersos ma soprattutto alla comunità,
è la scuola che stiamo costruendo a Matiang.
Sei classi alla cui realizzazione Intersos ha partecipato fornendo
materiali e progettazione, ma che soprattutto sono sorte con la
partecipazione di tutti i clan locali, che innanzitutto hanno fornito
la mano d’opera.
La mia collega Valentina e
il suo predecessore hanno offerto un contributo decisivo dal punto
di vista sociale, cercando gli adeguati accordi e compromessi del
caso con i vari capi villaggio, un compito decisamente impegnativo.
L’obiettivo, del resto, è fare in modo che qualunque
azione sia sentita propria dalla comunità che ne beneficia.
Vlada, l’esperto in costruzioni, segue con fervore i lavori,
recandosi ogni giorno sul posto, portando esperienza e consigli
e partecipando spesso in prima persona. Poi ci sono io, il logista,
che cerco di barcamenarmi per far sì che mezzi e materiali
non manchino; a tutto questo aggiungiamo il team di Bor: senza la
loro attiva partecipazione, molto poco sarebbe stato possibile,
molto poco avrebbe avuto senso.
Credo che l’inaugurazione di questa scuola sarà davvero
un evento, dato che ogni clan, coinvolto e responsabilizzato, sente
la costruzione un po’ sua.
Manca poco, siamo in dirittura d’arrivo e presto i bambini
anche qui potranno fare lezione al riparo dalle intemperie.
I nostri figli, i loro figli…
Bambini: ecco l’unico “investimento” possibile;
abbiamo un grande dovere nei loro confronti, e dà una bella
forza vederli circolare intorno al cantiere mentre curiosano dentro
le classi;
piccoli mezzi nudi, impolverati ma sorridenti, che presto, dalla
loro capanna di rami e paglia, si alzeranno al mattino per venire
a sedersi proprio qui.
Forza Africa, coraggio, si va avanti…

Marco Macchi
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