SOMALIA
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

LA PRINCIPALE RAGIONE DELLA DEBACLE SOMALA:
NON AVER VOLUTO ASCOLTARE LE “RAGIONI DELL’ALTRO”.
CRITICA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO 

Roma 4 giugno 2009
Nino Sergi, Segretario Generale INTERSOS

Premessa

In Somalia la realtà può mutare rapidamente, sia in peggio, sia in meglio. Oggi sta mutando in peggio: centinaia di migliaia le persone in fuga dai combattimenti o colpite dalla mancanza di cibo, acqua, cure mediche. Esistono le condizioni per una soluzione che metta termine all’instabilità e al conflitto che dominano ininterrottamente dal 1991?

1.  La Comunità internazionale e la Somalia

Tra pochi giorni, il 9 e 10 giugno, si riunirà a Roma il Gruppo Internazionale di Contatto per la Somalia (GIC) sotto la presidenza del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite (NU), Ahmedou Ould Abdallah. Ci saranno anche alti rappresentanti dell’Unione africana (UA), UE (Commissione e Presidenza europea), Lega Araba, Organizzazione della Conferenza Islamica, Banca Mondiale, Autorità Intergovernativa dell’Africa Orientale IGAD, Tanzania, USA, Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Italia, di altri paesi interessati e porterà il saluto il presidente somalo Sharif Sheikh Ahmed.

La precedente riunione a Roma è stata il 10 settembre 2007. Nel rileggerne la dichiarazione finale di allora si rimane colpiti dall’assenza di idee forti, convincenti e efficaci per fare uscire il paese dal catastrofico stallo in cui si trovava, quando ancora sembravano esserci le condizioni per riuscirci. Il GIC ‘riconosce miglioramenti sulla sicurezza’, ‘esprime preoccupazione per la continua violenza’, ‘accoglie con favore l’impegno del presidente A. Yusuf di aprire un percorso politico che dia fiducia ai somali’, ‘seguirà attentamente gli sviluppi del dialogo politico’, ‘invita le istituzioni federali ad elaborare una tabella di marcia che porti al multi-partitismo e a libere elezioni democratiche nel 2009’, ‘accoglie con favore il rafforzamento dell’Ufficio politico delle NU per la Somalia’, ‘sottolinea la necessità di affrontare il peggioramento della situazione umanitaria’, ‘invita tutte le parti a rinunciare alla violenza, a partecipare al dialogo politico e a respingere gli estremisti’. Le dichiarazioni delle riunioni successive mantengono, più o meno, un’analoga lista di buoni auspici, riconoscimenti, inviti ed esortazioni, accompagnati talvolta anche da significativi impegni finanziari.

Rileggerle con un certo distacco, avendo davanti agli occhi l’attuale disperata situazione della Somalia, suscita la domanda se non siano proprio gli errori e le lentezze e omissioni della comunità internazionale ad aver portato la Somalia a questo punto. L’interrogativo è pesante, fastidioso, ma occorre porselo con coraggio. I somali ed in particolare gli esponenti delle istituzioni federali transitorie hanno gravissime responsabilità, ma ciò che oggi colpisce è l’impressionante divario tra la visione e l’azione internazionale (talvolta con gli autocompiacimenti dei documenti ufficiali) e l’evoluzione della situazione somala.

Spettava alle NU, la cui leadership è stata decisa a Stoccolma nell’ottobre 2004, guidare e sostenere il processo di transizione e di rafforzamento delle istituzioni a livello centrale, regionale e distrettuale. I due responsabili ONU che si sono susseguiti, pur essendo funzionari di valore e con un ottimo curriculum nelle NU, non sono riusciti ad adempiere al loro mandato e a contribuire alla soluzione dei problemi che sono invece progressivamente peggiorati. A fianco di lodevoli iniziative, vi sono stati troppi ritardi, indecisioni, errori nelle valutazioni e nelle scelte. La stessa macchina onusiana, l’UNPOS (Ufficio politico delle NU per la Somalia) che a Nairobi, in Kenya, conta circa 700 persone, è sembrata spropositata rispetto ai risultati ottenuti e alle attività realizzate, con decine di workshop e seminari all’estero, per politici, funzionari e amministratori somali, quando in Somalia sarebbe servito ben altro.

Anche le Agenzie internazionali che avrebbero dovuto provvedere al rafforzamento delle istituzioni al livello locale, hanno realizzato poco, prima ed ora. Ci sono state difficoltà oggettive, certo, comuni a tutti, ma sono state sprecate occasioni preziose nei momenti in cui molto poteva essere fatto. In questi mesi sarebbe poi stato necessario dare segnali forti a sostegno delle uniche due amministrazioni regionali rimaste fedeli al nuovo governo e al nuovo presidente, Medio Scebeli e Hiran. E il non averlo fatto ha facilitato l’arrivo degli Shabab, i giovani mujahidin.

A seguito dell’invito del GIC al dialogo con le opposizioni e della nomina del primo ministro Nur Adde Hassan Hussein che ha posto subito l’accento sulla necessità di una riconciliazione politica, nasce nel 2008 il processo di unità nazionale di Gibuti. Il 9 giugno 2008 viene formalizzato, sotto l’egida delle NU, un percorso “unitario” che si chiude il 31 gennaio scorso con la nomina del presidente Sharif Sheikh Ahmed e la formazione di un nuovo governo. Si è trattato, evidentemente, di unità nazionale agli occhi della comunità internazionale, ma non agli occhi di tutti i somali. Il nuovo governo federale avrebbe infatti potuto muoversi solo in pochi quartieri di Mogadiscio e in due regioni sul lato nord del fiume Scebeli, mentre il resto del paese era ormai in mano a chi continuava a negare tale “unità nazionale”. Si trattava cioè di un governo nato forte all’esterno ma debole all’interno.

E’ stata sottovalutata sistematicamente la forza degli Shabab. Eppure, dal 1° maggio 2008, quando un improvvido missile statunitense ha ucciso il loro capo militare, Aden Hashi Ayro, è arrivato chiaro il segnale dell’inizio di una campagna in grande stile. Si sono susseguiti rapimenti, uccisioni, attacchi alle Agenzie e Ong internazionali, con una progressiva conquista dei territori, in una generale sottovalutazione del problema, che è stato a lungo definito  “criminalità sociale” dal Dipartimento per la sicurezza delle NU.

L’ulteriore sottovalutazione, nella riunione di Bruxelles lo scorso 23 aprile, degli effetti dirompenti che l’annuncio dell’impegno di 215 milioni di dollari per le forze di sicurezza avrebbe avuto in Somalia, ha contribuito all’accelerazione dell’attuale fase. Tale annuncio si è dimostrato infatti il maggiore incentivo per convincere l'opposizione integralista islamica a lanciare l'attacco finale.

In queste ultimi giorni, sembra invece dare risultati tangibili la recente adozione delle misure di blocco degli aeroporti e dei porti situati nelle zone controllate dai ribelli. Dato che gli interessi economici e clanici sono elementi centrali per quasi tutte le fazioni in lotta, gli effetti negativi che tali misure di interdizione producono sulle varie attività commerciali stanno ricadendo sulle stesse fazioni, che potrebbero avere qualche problema se il supporto degli uomini di affari e dei clan venisse meno. E’ difficile prevedere in che misura tali effetti si manifesteranno, ma va sottolineato che quando si vuole intervenire in modo efficace, gli strumenti per poterlo fare ci sono e non sono inevitabilmente le armi, che normalmente spostano il problema ma non lo risolvono.

2.  La posta in  gioco: l’anima della Somalia

Si è fatto troppo parlare delle divisioni interne degli Shabab e degli altri oppositori. Ma il collante del fanatismo è riuscito a porre rapidamente in secondo piano ogni elemento dialettico interno, facendo evolvere un iniziale processo di alleanza tattica (dal febbraio 2009 circa) in un’unione strategica che si è manifestata con un’offensiva risoluta da 7 maggio in poi. D’altro canto, nella comunità internazionale non sembrano esserci significativi ripensamenti e apprendimenti dagli errori commessi, né alcuna strategia per il concreto rafforzamento delle istituzioni che si intendono appoggiare, se non la palleggiata richiesta di una “maggiore attenzione da parte della comunità internazionale”, che diviene in questo caso un’astratta realtà a cui i paesi fanno riferimento quasi fosse esterna a loro stessi, garantendosi ogni possibilità di disimpegno.

Diversa appare la “comunità” che sta ora dietro agli Shabab. Intanto, questi “giovani” mujahidin sono ormai cresciuti. Nel 2005, con le nuove istituzioni transitorie già insediate a Jowhar, a Mogadiscio era risaputo che molti giovani continuavano a venire addestrati militarmente, alcuni affiancando tale addestramento ai loro studi. Il nucleo forte degli Shabab mujahidin si è formato quindi da tempo. Da giovani, sono diventati adulti. Si sono divisi in gruppi territoriali e tribali autonomi, spesso in contrasto tra di loro. Ad essi si sono facilmente uniti centinaia di altri giovani disperati, nati e cresciuti con le armi e pronti a commettere qualsiasi tipo di crimine, violenza, razzia per sopravvivere. Hanno indubbiamente una loro “comunità internazionale” di riferimento, quella che li sostiene, li arma, li motiva ideologicamente, che ha fatto sì che in poche settimane i vari gruppi trovassero compattezza, manifestando forza, convincimento e determinazione nella guerra alle nuove istituzioni transitorie. Attenti osservatori ritengono che gli stranieri siano ormai alcune centinaia e che continuino ad arrivare. Oltre ad essi, alcuni somali della diaspora, ormai naturalizzati in Europa, America, Medio Oriente, stanno affluendo per aiutare il proprio paese contro quelle che considerano camarille tra le NU e alcuni paesi interessati più ai propri interessi e alleanze che non alla Somalia: c’è in loro, in numero ancora limitato ma molto eloquente, una forte motivazione guidata dalla frustrazione di questi anni senza risultati duraturi.

Le istituzioni somale sono purtroppo nate senz’anima e senza grandi valori, dal 2004 ad oggi: sono infatti frutto di calcoli (interni e esterni alla Somalia), pesi e contrappesi, con personaggi pronti a dividersi e combattersi ogniqualvolta ne fiutano l’interesse; il cui senso della comunità e del bene comune è dominato spesso da un avido senso dell’interesse personale e familiare; la cui sicurezza dovrebbe essere assicurata da una forza che rimane disomogenea, disorganica, non motivata, che andrebbe armata ideologicamente prima ancora che militarmente; il cui islam tradizionale è stato a lungo sottovalutato mentre rappresenta l’unico elemento unificante di fronte alla divisione clanica e che oggi contribuisce in modo significativo, anche con forze di sicurezza coalizzate sotto l’autorevole appellativo dell’Ahlu-l-Sunna wa-l-Jama’a (popolo della tradizione e della comunità), ad arginare la deriva oltranzista degli Shabab. Vi sono alcune persone su cui si può contare, dallo stesso presidente al primo ministro, ad alcuni ministri e parlamentari: ma andrebbero valorizzati e sostenuti molto maggiormente e seriamente, coinvolgendo al loro fianco la società civile sana che esiste nel paese e che sta dando da tempo e con competenza quelle risposte sociali che le istituzioni non sono riuscite a fornire. Non è stato fatto con determinazione nel passato e non lo si è fatto in questi mesi decisivi.

Forse non è ancora chiaro che si sta combattendo una guerra per l'anima stessa della Somalia: da un lato i "veri stranieri" armati di una ideologia nazi-islamica che sostituirebbe i valori fondanti dei somali con un'organizzazione politica e religiosa che non ha alcuna radice nella società somala; dall'altra un governo che dovrebbe difendere i valori identificanti della tradizione clanica e religiosa, ma che è erede degli errori fatti dai suoi predecessori ed è identificato con i partners internazionali che questi errori li hanno spesso decisi e difesi. Non è una questione destinata a rimanere entro i confini somali: ciò che sarà la Somalia e le modalità con cui il suo futuro sarà definito avranno ripercussioni sull’intera area e altrove.

Come uscire dal vicolo cieco? E ancora possibile, dopo aver contribuito, anche senza volerlo, a rimettere somali contro somali, pensando che la regola democratica della maggioranza potesse permettere di sottovalutare una minoranza che rimane comunque influente e che sarebbe stato forse utile ascoltare più attentamente? Ci voleva poco ad immaginare che una soluzione che non fosse condivisa e accettata anche da tutte quelle forze di opposizione che allora si presentavano con una diversa agenda politica ma senza armi, sarebbe stata problematica, nonostante il gradimento e l’appoggio internazionale.

La stessa convinzione l’hanno probabilmente alcuni tra i leaders delle opposizioni: anche se dovessero prendere il potere con le armi, infatti, difficilmente potrebbero governare un paese che rimarrebbe diviso e in continuo conflitto, in nome dell’islam.

Ma forse non è questo l’obiettivo degli oltranzisti. Forse esso è già stato raggiunto: dimostrare che le istituzioni federali non hanno alcuna autonomia e dipendono totalmente dall’esterno, a Mogadiscio dall’AMISOM, forze di peacekeeping dell’Unione Africana, e a Belet Weyne, più a nordovest, dalla vicinanza delle forze etiopiche. Questa dimostrazione permette loro di giustificare, anche con alcuni consensi, il proseguimento degli attacchi alle istituzioni e la continua destabilizzazione. Sarebbe per la Somalia la peggiore situazione.

Senza sminuire quanto, bene o male, è stato realizzato finora, occorrerebbe trovare il modo per giungere al pieno coinvolgimento di tutta l’opposizione, escludendo solo chi manifestamente - e non per superficiale valutazione pregiudiziale come è successo in passato -  si riferisce a pratiche qaediste o terroristiche. Ascoltare e capire le loro ragioni, rispettarle e tenerle in considerazione per tutto quanto è accettabile e ragionevole, anche se politicamente difficile e a prima vista impossibile: è l’approccio che doveva essere seguito, seriamente e perseverantemente. Avrebbe permesso non solo di discutere tali ragioni a fondo, ma anche di condividere le istanze condivisibili e di confutare le altre senza rompere il dialogo, in un confronto rispettoso e senza anatemi. Si è invece scelto troppo spesso la strada meno faticosa del pregiudizio e dell’interdizione, anche di fronte all’evidenza contraria come era il consenso popolare all’Unione delle Corti Islamiche nel 2006, ottenebrati da quella “guerra al terrore” che in realtà ha generato terrore lì dove non c’era. E’ una strada che andrebbe ripresa e percorsa, anche se difficile e considerata da alcuni impossibile.

3.  La più grave crisi umanitaria in Africa

Così è stata definita dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Mun già un anno fa. Lo confermano tutte le organizzazioni umanitarie che operano in Somalia.  Più di tre milioni di somali, con un incremento dell’80% rispetto al 2007, soffrono oggi delle conseguenze del conflitto, delle violenze, dell’insicurezza permanente, della ciclica e perdurante siccità che produce carestie e decima il bestiame. Gli scontri armati hanno avuto il loro epicentro prima a Mogadiscio, da dove è fuggita quasi la metà della popolazione dall’inizio del 2007, fino ad estendersi in tutta l’area centro meridionale dalla seconda metà del 2008 ad oggi. Gli sfollati hanno cercato sicurezza e rifugio fuori dalla capitale, in particolare lungo le vie di comunicazione che conducono ad Afgoye, o hanno fatto ritorno nelle regioni di origine, alcune già colpite dalla persistente siccità. Mentre c’era chi stava ormai facendo ritorno a Mogadiscio, sperando in un periodo di stabilizzazione con il nuovo Governo di unità nazionale, gli scontri sono ripresi pesantemente all’inizio di maggio, provocando 70 mila nuovi profughi in poche settimane. Chi non riesce a spostarsi sono i più poveri, che vivono di stenti. L’insicurezza, la povertà, la fame, la carenza di acqua e di cure mediche, le difficoltà della sopravvivenza stanno aspramente colpendo la popolazione. Un bambino su sei, sotto i cinque anni, è gravemente malnutrito e a rischio sopravvivenza, particolarmente nel centro-sud del paese. Non più del 15% della popolazione ha accesso all'assistenza sanitaria di base. Circa 500 mila persone hanno ormai cercato rifugio in altri paesi. I campi di rifugio in Kenya e nello Yemen sono cresciuti di mese in mese, nonostante le difficoltà alla frontiera e alcune migliaia tra morti e dispersi nella acque del Golfo di Aden.

La crisi non è mediatizzata, non vi sono i cronisti televisivi e i testimonial come nel ‘91 e ‘92, ma la situazione attuale rischia di raggiungere la tragedia di quegli anni.

L’attenzione e l’impegno della comunità internazionale per affrontare la crisi umanitaria rimangono drammaticamente insufficienti. Le Ong somale e internazionali hanno più volte sollecitato maggiori attenzione e aiuti, denunciando la gravità della situazione. Vanno evidenziate, certo, le responsabilità degli stessi somali, dalle intimidazioni, sopraffazioni e violenze di polizia e altre autorità istituzionali, a quelle di banditi pronti ad approfittarne per arricchirsi sulla pelle dei più deboli e indifesi. L’accesso stesso alle popolazioni bisognose è spesso difficoltoso e insicuro: conflitti armati, insicurezza, centinaia di blocchi stradali con taglieggi pesanti, furti… fino ai sequestri e uccisioni del personale umanitario.

Si è decretato però troppo presto e troppo in fretta di lasciare la Somalia. In realtà, dal 1990 ben poche organizzazioni internazionali vi hanno risieduto stabilmente, preferendo la più sicura e comoda postazione di Nairobi, imponendo con ciò a tutti di farvi riferimento. E ciò fino al primo maggio 2008 quando, con l’uccisione del capo shabab Aden Hashi Ayro, è iniziata l’offensiva contro tutto ciò che poteva in qualche modo rappresentare l’Occidente.

Fino a quella data si sono sprecate molte possibilità. Non è la stessa cosa aiutare un paese a 2000 km di distanza o risiedendovi, vivendo a fianco della popolazione e delle istituzioni. Ma si è data priorità a Nairobi, alle esigenze della sua fornita comunità internazionale e alle sue infinite riunioni. E’ stata tollerata un’esagerata “gestione a distanza” dei progetti, fino al colmo di far sentire anomale le organizzazioni che avevano scelto di rimanere in Somalia.

Si è lavorato “per”, indubbiamente. Non sempre è stata data priorità al lavorare “con”, dando all’azione quel valore aggiunto che avrebbe potuto forse contribuire a una diversa evoluzione delle cose. Vanno lodate quelle Agenzie umanitarie e Ong internazionali che, ogniqualvolta possibile, hanno cercato di rimanere coerenti con il loro mandato e che, fornendo gli aiuti,  hanno anche mostrato la massima vicinanza alla popolazione e alle istituzioni somale e la massima condivisione delle difficoltà. Vanno lodate quelle Ong e realtà somale, anch’esse spesso a rischio, che hanno saputo dimostrare dedizione, impegno, vicinanza con i bisognosi, spesso lottando contro i profittatori ed esponendosi direttamente.

Da tempo influisce sulla Somalia la “donors fatigue”, con la conseguente diminuzione degli aiuti internazionali. Fortunatamente i grandi donatori, tra cui in particolare l’Unione Europea, stanno mantenendo e rinnovando gli impegni assunti, ma il rallentamento, dettato dalla sfiducia e dalle difficoltà oggettive, è reale e rischia di peggiorare, anche perché parte degli impegni internazionali sono dirottati ora sul problema della pirateria sentito più immediato, fino al punto che per alcuni paesi il problema somalo è limitato al solo aspetto della pirateria, cioè ai soli effetti sui propri interessi commerciali. Come se fosse possibile separarlo da tutto il resto ed in particolare dalla mancanza di alternative per migliaia di giovani somali e per le comunità delle aree del nordest, gravemente colpite dalla siccità.

A proposito di pirateria, è bene evidenziare che la sua estensione è anch’essa frutto di occasioni mancate, di sottovalutazioni, di superficialità nell’esaminare i fenomeni quando iniziano a prodursi e nel darvi risposta. La sua sottovalutazione e il ritardo nel combatterla, rispetto alla prima richiesta di aiuto dell’allora primo ministro Ali Ghedi tre anni fa, hanno portato alla situazione odierna, molto complessa anche per le connessioni e ramificazioni che si sono sviluppate, che richiede ora impegni gravosi e costi di gran lunga superiori rispetto a quanto sarebbe stato necessario, allora, per una immediata e forse risolutiva risposta.

Sarebbe un grave errore non dare risposte concrete ai bisogni più gravi relativi alla sopravvivenza: cibo, acqua, salute, ma anche a quelli altrettanto importanti relativi all’istruzione ai vari livelli, alla formazione professionale, alle produzioni agricole, all’allevamento, al microcredito, alle attività produttive ecc. Non si tratterebbe infatti solo di un secondo fallimento, ancor più preoccupante, da parte della “comunità internazionale”, ma anche dell’implicita decisione di lasciare la Somalia nelle mani del migliore offerente, come in parte sta avvenendo. Con le conseguenze che si possono immaginare.

4.  Che fare?

Quali potrebbero essere i punti chiave su cui puntare? Ci soffermiamo su alcuni che toccano direttamente la comunità internazionale e lo stesso GIC per la Somalia.

L’Etiopia è stata sempre vista come la potenza nemica, interessata alla Somalia e alla sua stabilità o instabilità solo ai fini delle proprie convenienze interne e internazionali. Non può quindi essere coinvolta, in questa fase, nelle questioni somale ed è stato un errore averlo permesso. L’arbitraria occupazione militare il 24 dicembre 2006 (mentre la risoluzione 1725 del Consiglio di Sicurezza si era espressa in modo ben diverso solo pochi giorni prima) e il disumano comportamento dei suoi militari hanno rafforzato l’insofferenza dei somali verso il paese confinante. D’altro canto, il conflitto etiopico-eritreo influisce pesantemente sulla Somalia. La sua soluzione, nel rispetto del verdetto della Commissione Confini del 2002 riconosciuto da tutti ma mai attuato, potrebbe contribuire non solo alla pacificazione tra i due paesi ma anche alla stabilizzazione somala. L’Eritrea, che combatte la guerra contro l’Etiopia anche attraverso la Somalia, sostenendone apertamente le opposizioni e forse contribuendo al loro armamento, è parte anch’essa delle criticità somale che concorre a mantenere. Un rinnovato e deciso impegno per la fine del conflitto etiopico-eritreo dovrebbe divenire una delle priorità di tutto il GIC per la Somalia, premendo in ogni sede in modo risoluto e, se necessario, mettendo in discussione strategie e giochi geopolitici consolidati. Sarebbe opportuno l’inserimento del tema nell’agenda del prossimo G8 anche solo come indicazione di priorità su cui lavorare in modo risoluto nei mesi successivi. Si tratterebbe di un segnale politico importante per l’intera area del Corno d’Africa. Un segnale che si vuole finalmente fare sul serio per contribuire a mettere fine alle cause della destabilizzazione e dell’impoverimento di questi paesi e favorire, in una cornice di pace, la cooperazione regionale e lo sviluppo. Solo con la soluzione del problema etiopico-eritreo potrà inoltre riprendere a funzionare pienamente l’IGAD e potrà contare sull’area il peso dell’UA.

Sulla situazione interna è molto difficile fare previsioni, dato il progressivo deterioramento che ha portato ad un’altrettanto progressiva saldatura tra le diverse opposizioni combattenti. Se fino a poche settimane fa potevano essere considerate legate ai gruppi qaedisti solo poche e precise figure tra i leaders oltranzisti, ora non è forse più così.  Le divisioni all’interno dei gruppi shabab e tra questi e il raggruppamento Hisbul Islam, il partito islamico, rimangono ormai in sordina, smorzate dall’unificante collante del salafismo combattente e dell’odio verso le istituzioni “imposte dall’esterno”, contro cui occorre combattere senza compromessi, alleandosi con chiunque. Non vanno però per questo dimenticate. Anche se in sordina, sia negli Shabab che nell’Hisbul Islam rimangono posizioni più oltranziste con legami con il terrorismo internazionale e posizioni più politiche con una prevalente visione nazionalistica. Queste ultime dovrebbero essere maggiormente ascoltate, prima che scompaiano del tutto con l’incalzare degli eventi, cercando di capirne le ragioni e coglierne utili indicazioni. A meno di volere puntare innanzitutto, ancora una volta, sull’uso della forza creando un altro interminabile Afghanistan, con l’unico effetto di radicalizzare maggiormente il conflitto e prolungare le sofferenze della popolazione.

Una di queste posizioni puntava su una soluzione politica, tutta somala e non guidata o imposta dall’esterno. Veniva proposta una conferenza nazionale somala, tra somali, alla pari, senza interferenze esterne, al fine di trovare la soluzione “che sia nostra e quindi vera e definitiva, dato che quelle individuate finora, suggerite dall’esterno, hanno dimostrato, una dopo l’altra, di non reggere”. Si è trattato sempre, secondo questa lettura, di soluzioni che hanno favorito alcune fazioni rispetto ad altre, contribuendo così a rafforzare le divisioni, per rispondere ad interessi diversi da quelli somali. Questa visione nazionalistica pura è alquanto utopica, ma rimane legittima e andrebbe tenuta presente valorizzando - ove ancora esiste - quell’orgoglio nazionale somalo che è venuto meno in questi anni di mendicità in attesa che la soluzione venisse sempre dall’esterno. E’ una posizione che, tradotta in opzioni politiche, rifiuta l’ingerenza dell’Etiopia, data la storica contrapposizione di interessi tra i due paesi e la subalternità dell’IGAD e dell’UA al suo peso politico; rifiuta quindi ogni presenza militare etiopica o dell’UA, vista come tutela di soluzioni di parte; rifiuta l’inefficacia dell’azione della comunità internazionale, dimostratasi incapace con i suoi pregiudizi politico-religiosi di capire la realtà e i cambiamenti in atto, di fare cessare le ostilità e sostenere la pace, di alleviare le sofferenze e la disperazione della popolazione; rifiuta il processo di Gibuti, visto come risultato della divisione e del compromesso. Manca il riferimento al rifiuto dell’ingerenza eritrea, ma è comprensibile.

Si obietterà che è ingenuo credere alla favola della conferenza somala senza interferenze esterne, ma se posizioni come queste - trattandosi poi di proposta costantemente ribadita dall’ARS e oggi dall’Hisbul Islam - non vengono anch’esse prese seriamente in considerazione, rimangono solo le armi. Sono posizioni e opzioni politiche che possono non piacere, che appaiono poco credibili perché in realtà nascondono una volontà di ribaltamento delle influenze esterne. Non possono però essere scartate a priori: se per fare la pace occorre parlare con l’avversario, prima o poi occorrerà anche tener conto delle sue posizioni. Non è stato fatto nel passato, in altre analoghe occasioni, sbagliando e rimediando tardi e solo in parte agli errori. Sarebbe bene non continuare a farlo per il futuro. In Somalia non può più essere esclusa alcuna opzione politica, anche quando potrebbe portare a soluzioni impensate e ritenute impossibili, pena il permanente conflitto e il crescente rafforzamento delle tendenze più oltranziste.

Alle istituzioni transitorie attualmente in carica spetta il compito di far transitare la Somalia verso una fase conclusiva di stabilizzazione e pace. Un compito arduo ma appassionante. Il processo di transizione dovrebbe avere l’obiettivo di far nascere le nuove istituzioni, comprendenti quanti ne sono finora rimasti estranei, accettate da tutti i somali e definitive. Occorrerà certo isolare e sconfiggere i gruppi estremisti, quelli che basano la propria azione sul disprezzo e l’annientamento dell’altro; come occorrerà che tutti riescano a staccarsi da agende politiche che nulla hanno a che vedere con la realtà, l’autenticità e gli interessi della Somalia. E’ realizzando questo processo, su rinnovate basi di parità e rispetto reciproco, da somali e tra somali, dell’interno e della diaspora, che le istituzioni si rafforzeranno e otterranno vero riconoscimento. Ne saranno capaci?

La comunità internazionale dovrebbe fare di più, con più convinzione e impegno. La pirateria è solo uno degli elementi da prendere in considerazione, non certo il primo. Dovrà assicurare vera attenzione, interesse e preoccupazione verso questo paese, la sua popolazione e i suoi problemi. Ma sarà necessario al contempo che riesca a “fare un passo indietro”, coinvolgendo in questo l’Etiopia e l’Eritrea. Dovrà cioè lasciare l’iniziativa politica ai somali, dando loro fiducia, limitandosi ad appoggiarli fortemente e decisamente, possibilmente senza interferire, anche se le soluzioni che saranno individuate potrebbero essere diverse dalle aspettative e dagli interessi geopolitici immediati. Ne sarà capace?

5.  L’Italia e il suo possibile ruolo

Dati i legami storici, l’Italia è ancora considerata in Somalia e a livello internazionale come paese di riferimento rilevante. La sua conoscenza della realtà e le maggiori possibilità di dialogo e mediazione sono viste come estremamente utili, sia nei rapporti interni che a livello regionale. L’interesse per la Somalia rimane quindi un dovere che l’Italia, nel porsi fra i Grandi, non può eludere. Purtroppo, si è trattato di un dovere troppo a lungo ignorato o preso alla leggera e che si è basato prevalentemente su alcune singole buone volontà piuttosto che su una scelta politica determinata e continuativa. «Gli italiani sono stati i nostri tutori, ma nel momento più difficile ci hanno lasciati soli. Riceviamo solo inviti alla riconciliazione, parole. Se l’Italia avesse mostrato un serio e continuativo impegno, le cose in Somalia sarebbero andate diversamente»: è una testimonianza del 2005, ma la si sente ripetere spesso in Somalia.

D’altro canto, questo legame storico si è spesso manifestato in ricerca di rifugio e sicurezza nel nostro paese, dove gli sbarchi della disperazione hanno visto, in gran parte, profughi provenienti dal Corno d’Africa e dalla Somalia in particolare.

Anche se negli ultimi anni il ministero degli Esteri ha cercato di sostenere il difficile processo di transizione, è mancata all’Italia sia un’azione coordinata a livello ministeriale, sia la traduzione del sostegno in regolari impegni concreti da realizzarsi attraverso azioni di aiuto e di cooperazione, anche per rafforzare le istituzioni nel loro compito primario di dare sicure risposte ai bisogni della popolazione. Il progressivo taglio degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo ha reso in seguito ancora più difficile ogni programmazione in merito.

Il periodo dell’inviato speciale per la Somalia, Mario Raffaelli, nominato sei anni fa in occasione della Conferenza di pace e riconfermato fino al gennaio 2009, ha certamente contribuito a posizionare il nostro paese, con competenza e autorevolezza. Avere abolito questa figura rischia ora di indebolire la già debole azione italiana. Anche se, a onor del vero e contrariamente alle previsioni, questi ultimi mesi presentano un bilancio con alcune positività che vanno riconosciute e che evidenziamo, anche perché sono le stesse istituzioni somale a considerare positivamente il momento attuale dei rapporti con l’Italia.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha assunto una posizione di pieno sostegno alle nuove istituzioni di unità nazionale ma, al contempo, ha sempre sottolineato l’importanza di un consenso più ampio che includa le forze dell’opposizione. Una visione di apertura, in continuità con l’azione dell’inviato speciale, ma che assume maggiore rilevanza politica con l’esplicito pronunciamento del ministro. Non è dato sapere, però, se siano state avviate significative azioni in tal senso. E anche la cooperazione, che avrebbe potuto essere uno strumento per favorire il dialogo, si è chiusa in una visione da “fortino”, terrorizzata dalla situazione e terrorizzando gli operatori umanitari ben oltre il necessario.

Il ministro ha inoltre facilitato, in un momento molto difficile per la Somalia, la riunione del GIC a Roma, invitando per l’occasione lo stesso presidente somalo e dimostrando così, alla vigilia del G8, di volere confermare l’interesse italiano per la Somalia. C’è ora da sperare che dal GIC possano uscire elementi di novità tali da rispondere alla situazione attuale e che il tema, nella sua imprescindibile dimensione regionale, possa entrare nell’agenda del G8 come impegno per i mesi successivi.

Ha infine disposto, in questi ultimi giorni, un volo di medicinali e materiali sanitari di emergenza per gli ospedali di Mogadiscio. Pur senza alcun coordinamento con quanto l’Italia sta già facendo nell’area in ambito ospedaliero, si è trattato di un segnale importante nel momento in cui la popolazione è maggiormente colpita dalla ripresa dei combattimenti. Da sottolineare è il particolare, politicamente significativo, che parte dei medicinali sono destinati, con la garanzia del primo ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke, all’ospedale di Daynile, un’area periferica di Mogadiscio, ora in mano agli Shabab.

L’Italia ha agito in coordinamento con l’Unione Europea e ciò va a suo merito. L’Europa avrebbe potuto avere un ruolo significativo e avrebbe potuto forse influire maggiormente sulle decisioni e sull’evoluzione della situazione somala, dati anche gli ingenti fondi messi a disposizione per gli aiuti umanitari, per garantire i servizi di base e le ricostruzioni, per la sicurezza. Avrebbe dovuto porsi con una sola voce. In realtà, almeno in un primo periodo, hanno contato le posizioni, talvolta discordanti, dei singoli paesi impegnati nel GIC e la turnazione semestrale della presidenza UE non ha favorito una costante e decisa pressione politica. Un inviato speciale plenipotenziario dell’UE per la Somalia sarebbe stato necessario per parlare con una voce sola fin dall’inizio. Ma hanno prevalso altre scelte, facendo ricadere sulla Somalia le problematiche interne all’UE. Un a correzione di rotta, in questo senso, sarebbe opportuna.

Conclusione.

Occorre far di tutto perché non siano solo le armi e il fanatismo a determinare il futuro della Somalia. Occorre volerlo, fino in fondo e agire di conseguenza, anche percorrendo strade nuove e impensate rispetto al passato carico di troppi insuccessi.

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