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Paolo
è chirurgo a Como. E' partito come consulente medico per
sviluppare dei moduli formativi a favore dello staff medico e paramedico
presso l'ospedale di Jowhar.
Lo sapevo, l'ho tanto desiderato.
Torno in Africa.
Cosa mi spinge? La risposta e' semplice e se volete anche banale:
la curiosita' di conoscere altri popoli ed il desiderio di fare
il mio lavoro, il chirurgo, in Paesi più bisognosi del mio.

Dopo la Repubblica Democratica del Congo adesso parto per la Somalia;
destinazione l'ospedale INTERSOS di Jowhar, una piccola citta' a
90 km. a nord di Mogadiscio, dove andrò a lavorare per cinque
settimane.
La Somalia è un ex colonia in parte italiana ed in parte
britannica. Dopo la fine della guerra civile e la caduta di Siad
Barre i media italiani hanno rivolto ben poche attenzioni alla Somalia.
Per conoscere la situazione attuale ho cercato su Internet, pozzo
di informazioni, ed ho visto che in questa terra la situazione politica
e' esattamente come in Italia al tempo dei feudatari: ogni citta'
e' stata occupata da un Warlord che riscuote delle imposte che lui
ha stabilito e mantiene la sicurezza e la stabilità della
zona con una sua milizia, composta principalmente da ragazzi
di 20-25 anni che si spostano con furgoni pick-up con avvitate delle
mitragliatrici (eredita' sovietica). Se si cambia citta', passando
in un altro "feudo", si cambia Signore, si cambia milizia
e si paga il pedaggio per passare.
Comunque, finalmente il giorno della partenza: 10 Marzo 2006. Milano-Bruxelles-Nairobi.
La mattina presto, molto presto, partenza da Nairobi con un piper
a 7 posti.
Il viaggio è lungo ma affascinante. Voliamo sopra un tappeto
di bianche nuvole riunite in batuffoli che disegnano la loro ombra
nera sopra una terra color ocra macchiata di arbusti grigio-verde.
Sopra di noi il cielo e' di un azzurro cristallino, pulito, un mantello
infinito che avvolge questo piccolo aereo, un puntino rumoroso nell'immensità
di questi spazi silenziosi. Ci abbassiamo. Un tuffo cieco nell'umidità
grigia delle nuvole, sobbalzi. Riappare la luce, abbagliante. E
la pista: una striscia di terra battuta e ghiaia in mezzo ad una
pianura di sabbia e polvere senza fine.
Dall'aeroporto percorro un tratto della "strada imperiale":
è questo il nome che nel ventennio fascista e' stato dato
alla strada che avrebbe dovuto unire Mogadiscio ad Addis Abeba.
Adesso l'asfalto è seminato di buche e crateri, ma è
utilizzata ancora ed è percorsa da enormi camion stracarichi
di merci e di essere umani, mezzi militari, carretti tirati da asini,
bestiame, pedoni.
Jowhar e' una cittadina di circa 35.000 persone, due strade, case
di mattoni di cemento grigio con il solo piano terra, tetti nell'immancabile
ed onnipresente lamierino. Il complesso dove si trova l'ospedale
(l'unica costruzione ad un piano) è l’ex base dei militari
italiani durante la missione Onu nel 1992.
La situazione atmosferica è caratterizzata da un caldo umido
e feroce; una luce che acceca ed appiattisce. Non ci sono ombre:
tutto è immobile, congelato da questo sole implacabile.
La popolazione ha una giornata regolata dai tempi della religione
islamica: sveglia all'alba con la preghiera scandita dal minareto
della moschea, cibi rigorosamente senza carne di maiale, assoluto
divieto di bevande alcoliche, l'ultima preghiera al tramonto.
Anche le regole di comportamento e l'organizzazione della società
sono dettate dall'islam: gli uomini sono gli indiscussi capifamiglia
e possono avere fino a 4 mogli, le donne portano tutte rigorosamente
il chador e veli coloratissimi molto larghi per coprire il corpo
e sono le responsabili della gestione dei generalmente numerosi
figli.
In mezzo a questa gente mi sono trovato benissimo a mio agio, tranquillo,
senza che mai, mai, io mi sia sentito direttamente minacciato come
occidentale, come cattolico o come bianco. Ciò che mi ha
colpito è stato come in un contesto così diverso dal
mio, io abbia trovato una serenità di rapporti con persone
con una visione della vita così differente.
Parlare, lavorare, vivere e mangiare insieme. Cose semplici che
possono avvicinare mondi lontani solo in superficie. Perchè
se vai sotto la superficie trovi parole, gesti, sguardi che sono
in comune a tutti.
Ho lavorato tanto nell'ospedale di Jowhar, tutti i giorni e a volte,
anche di notte: ho curato ferite d'arma da taglio (le liti in famiglia
o tra amici si risolvono così), ferite da arma da fuoco dei
feriti dei combattimenti di Mogadiscio; ho fatto nascere bambini
e bambine (ed ho riso con le madri ed i padri perchè i neonati
sono bianchi, la melanina che scurisce la cute si sviluppo dopo
due o tre giorni), ho medicato decine di persone; ho organizzato
una sala operatoria. Ho fatto ogni cosa con gli infermieri ed i
medici somali. E' impossibile nominarli tutti, ma tutti li porto
con me; con i loro nomi impossibili da dire; con i loro sguardi
spensierati; con la loro camminata sempre tranquilla.
Ecco, quando mi sono trovato in albergo a Nairobi, con le valigie
pronte per tornare in Europa, la nostalgia di staccarmi dall'Africa
mi ha preso a tradimento.
Un nodo in gola da sciogliere con la prossima missione.
Paolo Negri
Maggio 2006
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