SOMALIA
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

OMICIDIO SHARMARKE: A MOGADISCIO MUORE LA SPERANZA?

Nino Sergi, 17 agosto 2007



Ali Iman Sharmarke

Tre giornalisti sono stati assassinati a Mogadiscio nel giro di pochi giorni. Continua la sequela di arresti e di uccisioni di operatori dell’informazione. Questa volta, l’11 agosto, ne è stato colpito uno tra i più importanti e significativi, Ali Iman Sharmarke. Fondatore e direttore di Horn Afrik Media, un gruppo indipendente somalo con sette emittenti radiofoniche e una televisiva, era tornato in Somalia nove anni fa dal Canada, dove risiedeva e dove aveva acquisito la cittadinanza. Un gesto coraggioso, che pochi somali sono riusciti a fare in questi anni, preferendo rimanere lontani dal bubbone somalo, quasi non li riguardasse. Aveva deciso di dare il suo contributo di competenza, professionalità, passione, capacità di capire e analizzare la realtà, per individuare, in quella difficile e pericolosa situazione, possibili percorsi di conciliazione e di pace, partendo dalla realtà, vissuta, documentata e comunicata. E’ stato ucciso subito dopo avere commemorato, nella cerimonia funebre, un suo collega, Mahad Ahmed Elmi, direttore di Radio Capital, una emittente del gruppo, anch’egli ucciso il giorno prima.

Ho incontrato Ali Iman Sharmarke a Mogadiscio, due volte, a fine gennaio 2007. Si trattava di un incontro con altri significativi esponenti della società civile, tutti impegnati in attività sociali, imprenditoriali, di tutela dei diritti umani e nell’informazione. Fin dalla fine del 2005, incontrando una ventina di organizzazioni sociali a Mogadiscio, mi ero reso conto della vitalità e della ricchezza umana, professionale e intellettuale che le persone incontrate esprimevano. Ho visitato alcune delle loro realtà: centri di formazione universitaria, centri per la tutela dei diritti umani, cliniche ospedaliere, centri di comunicazione e informazione. Realtà funzionanti e coinvolgenti centinaia di persone, in particolare giovani.
Sembrava tutto così lontano dal conflitto permanente tra persone perlopiù ignoranti che, con la forza delle armi e della sopraffazione, erano riuscite per anni a bloccare l’intero paese. Così lontano anche dall’incapacità delle nuove istituzioni di uscire dalla vecchia logica delle contrapposizioni e delle beghe “familiari” centrate sul mero interesse personale o di gruppo, misero e meschino, nonostante la speranza che la gran parte dei somali aveva posto in esse.
Il nostro incontro dello scorso gennaio era finalizzato a capire come le Ong italiane possno sostenere questa straordinaria forza che la società somala sta esprimendo. Non in contrapposizione alle istituzioni, ma a loro rafforzamento, come stimolo, capacità di analisi e di proposta, di azione.

La morte di Ali Sharmarke mi ha ferito, profondamente; essa lascia un vuoto nella Somalia, difficile da colmare. E’ la seconda volta che ne sono toccato direttamente. Anche Sterlin Abdi Arush, una donna intelligente, acuta, aperta, che mi aveva accompagnato e guidato fin dai primi passi in Somalia nel 1992, è stata uccisa, lasciando un vuoto che, anch’esso, in tanti anni non è stato possibile colmare.

Sono andato a ripercorrere gli appunti di quei momenti con Ali Sharmarke. Momenti che mi avevano confermato la convinzione della necessità di riunire presto una trentina di persone come lui, in Italia, lontano dal frastuono di Mogadiscio ed di Nairobi, per riflettere con le altre Ong e le istituzioni italiane, sul cammino da individuare e da sostenere per rafforzare con decisione l’iniziativa e la proposta della società civile somala. Parlavamo, tra l’altro, della formazione di un “Forum economico e sociale” da far riconoscere dal parlamento e dal TFG (governo federale transitorio) e da fare poi inserire nella nuova costituzione somala. Un organo formato da rappresentanti qualificati della società civile, dalla business community, alle associazioni professionali, alle Ong, alle organizzazioni femminili che avrebbe dato pareri e supporto alle istituzioni. Di questo avremmo dovuto riparlare presto, con lui e le altre Ong e organizzazioni somale, in vista dell’incontro in Italia. Ora sarà tutto più difficile.

Le parole di Ali, pur datate a sei mesi fa e pur riassunte in brevi appunti da un pensiero ben più articolato, mantengono valore e attualità. Riscriverle è il mio modo per ricordarlo e per dirgli grazie, sperando che i semi da lui lanciati, tanti e validi, possano essere accolti in terreni altrettanto fertili di somali e somale di buona volontà.

“ Il TFG deve riuscire a dialogare con il popolo. La gente è stanca di guerra ed è disponibile a dialogare e appoggiare le istituzioni. Tutti sentono che è il momento della pace. Il TFG non deve perdere questa occasione. Deve saper dimostrare di voler seguire la via del dialogo, nel rispetto dei diritti. Dialogo inclusivo di tutte le varie componenti, favorendo la riconciliazione con la condivisione del potere. Ci sarà ancora chi continuerà ad andare nella direzione opposta, ma più il processo riuscirà ad avanzare e più sarà possibile coinvolgere anche gli scettici”.
“ La pace è indispensabile per lo sviluppo economico e sociale. Va quindi vista e affrontata tenendo presenti contemporaneamente le esigenze e i punti di vista politici, economici, sociali e culturali. Il TFG è debole e senza risorse: così non può affrontare i gravi problemi sorti in questi anni. Senza interventi esterni tecnici e finanziari, senza risorse, non potrà fare nulla. Solo con precisi aiuti della comunità internazionale cela si potrà fare. Sviluppare scuole, ospedali e servizi essenziali significa ridare fiducia alla gente e credibilità al cambiamento”.
“ Il governo transitorio non ha una chiara visione di quanto è stato realizzato ed è progredito a Mogadiscio in questi anni. Sia la business community che le organizzazioni della società civile hanno sviluppato iniziative e attività di valore, dando uno straordinario dinamismo alla realtà della capitale. Il governo deve saper ripartire da quanto di positivo esiste ed è stato realizzato, correggendo, ove necessario, e regolamentando. Ma non c’è purtroppo alcun dialogo tra TFG e chi ha sviluppato scuole, università, sanità, commercio. Sarebbe invece utile, anche per avere suggerimenti sulle misure e sui programmi da adottare”.
“ Due cose ostacolano le istituzioni transitorie: 1) la composizione parlamentare rigidamente ancorata ai criteri clanici, senza tenere in alcun conto la necessità di una preparazione culturale; 2) data la scelta dei membri del governo tra i parlamentari, come previsto dalla costituzione, il riferimento clanico si è trasferito anche sul governo: i ministri non sono scelti e non contano per quello che sono e valgono, ma solo per l’appartenenza clanica. Occorre prevedere una modifica costituzionale che permetta alle istituzioni transitorie di aprirsi alla società civile, agli intellettuali, imprenditori illuminati, esperti e alle organizzazioni sociali e culturali, non fermandosi al tribalismo ma puntando sulle persone e sul radicamento sociale piuttosto che tribale. Siamo pronti a collaborare con il TFG, anche gratuitamente. Possiamo fare studi ed elaborare proposte per il governo, i ministeri e il parlamento: le nostre associazioni professionali possono farlo. Anche dall’estero possono ritornare utili competenze: occorre però che sia garantito loro un programma di inserimento certo, sostenuto dalla comunità internazionale”.
“ O si arriva ad una riconciliazione o si va al disastro: non c’è terza via. La vittoria di Abdullahi Yusuf, sostenuta dall’esercito etiope, è effimera, non può durare. Occorre quindi mettere in atto un processo che consolidi le istituzioni. Ma esse, ed in particolare il governo, sembrano temere di stabilire rapporti con noi, con la società civile; e per noi, senza disponibilità da parte governativa, non è facile prendere l’iniziativa e proporre percorsi di pace e di sviluppo”.
“ L’idea di costituire un ‘Forum economico e sociale’ è da percorrere, perché corrisponde al cammino che vorremmo intraprendere. Stiamo infatti già pensando a una forma di associazione delle Ong e realtà sociali somale, al fine di interloquire con una voce forte, rappresentativa di professionalità e capacità plurali. Sentiamo anche il bisogno di avere maggiore formazione e di rafforzare la nostra accountability: solo garantendo trasparenza e correttezza riusciamo a trasmettere nelle istituzioni, a livello somalo e internazionale, la fiducia che vogliamo meritare. Il discorso dell’accountability vale anche per il governo e i ministeri. Gli aiuti internazionali dovrebbero essere accompagnati da un Trustee Committee, con presenze internazionali, per verificare come vengono spesi gli aiuti e con quali risultati”.
“ Le idee e la buona volontà non ci mancano. Noi siamo pronti, da subito”.

E’ stato ucciso da chi si oppone a qualsiasi cambiamento in Somalia. Fuori, ma forse anche dentro le istituzioni. Ma è proprio per questo, e per persone come Ali Iman Sharmarke e tante altre che hanno pagato con la vita, che i somali non devono mollare. E noi con loro. E l’Italia e la comunità internazionale con loro. Per il bene di tutti. E’ un’impresa ardua, che richiede di superare, al di là di ogni evidenza, scoramento e sconforto.


 
 

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