SOMALIA
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

Somalia. Alima e le altre

Caterina Isabella, operatrice di Intersos, è impegnata a Jowhar nella realizzazione di un nuovo Centro di formazione professionale finanziato da Ebitemp, l’Ente bilaterale italiano per il lavoro temporaneo. Dal suo lavoro con la Women Jowhar Association, l’associazione delle donne, è nata la richiesta di studiare la lingua italiana. Nella valle del fiume Scebeli l’italiano è parlato infatti ancora oggi. Ecco la testimonianza di Caterina.Immagine astratta

Ogni mercoledì e giovedì, alle quattro del pomeriggio, a Jowhar lezione di italiano con le donne che, con puntualità e desiderio di apprendere, arrivano a piedi dai diversi villaggi.
I nostri appuntamenti sono anche incontro di culture diverse e tradizioni storiche lontane. In uno di questi scriviamo la parola povertà che in somalo leggiamo saboolnimo e cerco di indagare in questa loro armonia femminile, la percezione della loro povertà. Un nome al quale non riusciamo ad unire un aggettivo perchè essa, mi dicono, è anche aggettivo.
Chiedo ad Alima: “cos’è per te la povertà?” Mi ascolta con stupore ma mi risponde con decisione: “la mancanza di istruzione, poi la mancanza di cammelli e di capre, di intelligenza, di salute”.
E le altre, colorate negli abiti quanto lei, aggiungono: “la mancanza di intelligenza è più grave della mancanza di cammelli e di capre, perchè con la nostra intelligenza possiamo procurarci dei cammelli e delle capre”.
Parlano molto queste donne; una lingua, quella somala, per me incomprensibile, dal suono forte, musicale, espressivo. Di colpo mi sembra di aver compreso quanto mi vogliono comunicare.
I nostri incontri in questi pomeriggi caldi e polverosi, sono sempre attivi e loro vogliono imparare l’italiano. Scopro dopo diverse lezioni che alcune di loro non sanno scrivere e leggere; usano questi incontri come un’opportunità per alfabetizzarsi e mettono in mostra una memoria di ferro.
Queste donne non vogliono solo imparare una lingua che a loro piace molto perchè è la lingua che i loro genitori conoscono bene; vogliono avere con me uno scambio culturale, mi fanno domande curiose e piene di interesse verso il nostro mondo.
Tante domande e tante voci che chiedono curiose ed attente: “perche’ voi donne in Europa avete pochi figli? com’è la vostra libertà?”
Amina che ascolta sempre in silenzio, rompe la sua apparente assenza e mi chiede: “come prega una donna italiana? perchè volete studiare e lavorare?”
Domande che cercano un loro riscatto. Tra un verbo ed un altro Alima con coraggio dice a voce alta: “è un peccato sposarsi a quattordici anni, ma sappiamo portare il nostro velo, amiamo i nostri figli anche se sono tanti, crediamo nella nostra religione, ma soffriamo molto la nostra povertà”.
Alima sa leggere e scrivere molto poco, fa la casalinga ha trentacinque anni ed è incinta dell’undicesimo figlio; mi meraviglia la sua forza ed il suo sorriso, sempre presente alle lezioni nonostante i dieci figli che lascia a casa.
Alima e le altre non si stancano, curve a scrivere su tavoli di plastica una frase importante sulla lavagna: io sono una donna.

Jowhar, Somalia, 17 settembre 2006


 

 


 
 

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