| Convegno
internazionale
La
prospettiva europea dei Balcani occidentali e il ruolo dell’Italia
Ministero
degli Affari Esteri, 16 Gennaio 2007
========
Contributo
delle Ong e Associazioni italiane
|
Le Ong e Associazioni
italiane nei Balcani occidentali
Molte ong e associazioni italiane hanno condiviso con le popolazioni
dei paesi balcanici occidentali le varie fasi del cambiamento, dall’inizio
degli anni ’90 ad oggi. All’insieme delle attività
realizzate, che hanno raggiunto direttamente più di un milione
di persone e hanno superato i 300 milioni di euro tra fondi pubblici
e privati, va aggiunto il valore dei molti legami costruiti e consolidati.
Essi rappresentano un contributo prezioso che intendiamo valorizzare
e proporre alle istituzioni politiche, anche nell’ottica dell’integrazione
europea.
All’azione umanitaria nei momenti delle guerre, della fuga
e del ritorno è seguita l’azione di ricostruzione,
di riattivazione delle attività sanitarie, educative, culturali,
sociali, produttive, l’azione per favorire la ripresa e il
rafforzamento del dialogo interetnico e interreligioso e quindi
della pace. E’ seguita anche un’azione di stimolo a
nuovi processi di integrazione politica, sociale, culturale ed economica
aiutando realtà sociali e istituzionali, chiuse nel proprio
esclusivo nazionalismo, ad aprirsi e stabilire legami e interazioni
con altre corrispondenti realtà balcaniche e italiane. Non
è questa la sede per soffermarci ulteriormente su quanto
realizzato e sul significato etico e politico della nostra azione
di ieri e di oggi. Vogliamo però evidenziare, perché
ne siamo fieri, come italiani e come europei, che alcune delle nostre
azioni con i partners di questi paesi hanno avuto e continuano ad
avere risultati di grande valenza sociale e politica, purtroppo
sottovalutati dal ministero degli Esteri e dalla politica, anche
europea.
L’ineluttabilità dell’integrazione europea
Se guardiamo la carta dell’Europa ora, dopo l’ingresso
nell’Unione europea di Romania e Bulgaria, una reazione di
rifiuto, di irragionevolezza e inaccettabilità si manifesta
nelle nostre intelligenze. La macchia di diverso colore, compresa
tra l’Adriatico e i confini dei paesi UE che la circondano
sugli altri lati, pare un’assurdità. Come può
l’UE consolidarsi, rafforzarsi nella sua parte orientale,
se quel “buco” all’interno dei propri confini
non viene presto riempito? se quei paesi non vengono presto integrati?
E’ il futuro della stessa Europa che è in gioco, non
solo quello dei Balcani occidentali. E’ una presa di coscienza
che non può essere sottovalutata, rinviata ed ostacolata
ancora a lungo.
L’integrazione dei Balcani occidentali in Europa, quindi.
Si tratta di paesi che, per storia e vicinanza geografica, sono
legati all’Italia che dovrà, più di altri paesi
dell’Unione europea, sentirsi coinvolta, in prima persona
e per il proprio interesse, nel loro processo di integrazione. Ma
si tratta anche di paesi in cui l’instabilità politica
aggrava la situazione economica e sociale e frena il rafforzamento
della democrazia impedendo, in un circolo vizioso, quell’integrazione
europea che potrebbe fornirne la soluzione. Un percorso difficile,
che le ong e associazioni italiane hanno decisamente scelto e su
cui si stanno impegnando mettendo le basi per quel convincimento
e quella trasformazione dal basso, delle società civili nella
loro pluralità, che è al tempo stesso la premessa
necessaria e la forza per l’avvio di questo cammino e per
la sua realizzazione.
La rivalutazione delle identità plurali e il rafforzamento
delle società civili e dei partenariati
Della nostra strategia politica per perseguire questo obiettivo
vogliamo evidenziare in particolare due elementi: 1) quello della
rivalutazione ed esaltazione delle identità plurali come
antidoto all’unicità identitaria che ha prodotto divisione
e odio e 2) quello del rafforzamento e della partecipazione delle
società civili organizzate, dello sviluppo delle loro correlazioni
e connessioni, insieme a quelle dei propri territori, a livello
nazionale, regionale ed europeo.
Il ritrovamento e la valorizzazione dell’identità
plurale, nel contesto balcanico come in ogni altro contesto, può
garantire razionalità politica e quindi pace nella convivenza.
E’ indubbio che il senso di identità, sia essa serba,
albanese, croata, musulmana, rom, macedone, montenegrina…,
permette di riconoscersi con altri membri della stessa comunità
e di vivere quindi quel senso di appartenenza che migliora la vita.
Esso può e deve però convivere con altre appartenenze
e altri aspetti identitari che fanno parte dell’essere sociale
di ogni persona, ovunque. Nell’ex Jugoslavia la violenza e
la disgregazione sono state fomentate dal disconoscimento delle
identità plurali dei cittadini jugoslavi, in favore della
celebrazione, fino all’imposizione, di identità uniche
e bellicose che hanno reso impossibile la convivenza e hanno alimentato
la guerra, gli odi, le divisioni. Occorre quindi, ne siamo convinti,
favorire decisamente ogni processo che restituisca e valorizzi le
diverse identità che ogni essere umano libero possiede e
normalmente valorizza: identità associative, di classe, di
genere, professionali, culturali, sociali, tecnico-scientifiche,
economiche, sportive, di comunanza di interessi, etiche, politiche
ecc.
Questa pluralità identitaria può essere ritrovata
proprio nella molteplicità delle espressioni della società
civile; molteplicità che è stata soffocata per anni
dalla politica nazionalista ad identità unica ed esclusiva.
Lo sforzo per la rinascita e lo sviluppo delle organizzazioni della
società civile aperte al dialogo e al confronto, e quindi
fattori di partecipazione e di democrazia, è stato e continua
quindi ad essere al centro della nostra azione di cooperazione.
Azione che si sviluppa in modo particolare a livello di territori,
a Kragajevac come a Novi Sad, Belgrado, Nis, Slavonski Brod, Podgorica,
Sarajevo, Mostar, Banja Luca, Brcko, Pristina, Peja, Skopje, Prilep,
Tirana, Lezha e in altri centri grandi e piccoli, spesso in relazione
con decine e decine di realtà territoriali italiane in cui
si muovono attivamente ong, associazioni, enti locali, organizzazioni
sociali e sindacali, università, scuole, parrocchie, cooperative,
enti economici e produttivi. Non sempre si è riusciti ad
esprimere al meglio le potenzialità a disposizione e a raggiungere
obiettivi duraturi, ma la direzione è quella giusta e va
perseguita e potenziata, anche con il sostegno del governo nazionale
e di quelli regionali. Si tratta di sostenere rapporti di vera partnership
tra governi locali, organizzazioni, associazioni che siano portatori
di principi democratici e di difesa dei diritti. Partenariati territoriali
diffusi, in un’ottica di scambio e di reciprocità finalizzate
alla crescita comune dei territori partners, a reciproco beneficio
ed interesse, in una prospettiva di integrazione.
Sinergie tra Ong, Associazioni, realtà territoriali e Governo
In Italia, nei quindici anni passati, vi sono stati momenti di
efficaci sinergie e ampio coordinamento tra l’iniziativa governativa
e quelle delle regioni, enti locali, ong, associazioni, organizzazioni
sociali e sindacali ecc. per gli interventi umanitari e di ricostruzione
nei Balcani occidentali, in un percorso chiaro, condiviso, compartecipato
e collegato alle realtà sociali e territoriali di quei paesi.
Un lavoro di rete che ha permesso risultati significativi. Quel
processo si è interrotto, rimanendo solo a livello di realtà
locali. La legge 84 del 2001 nata per favorire la stabilità
dei Balcani prevedendo un intervento-quadro di indirizzo, definizione
e governo del contributo italiano a tale processo, è stata
purtroppo “frantumata”, privilegiando spesso le priorità
italiane rispetto alle necessità balcaniche, fino ad essere
svuotata (anche finanziariamente) del suo vero significato. Anche
la cooperazione ha seguito le stesse logiche. E’ stata un’occasione
persa. Non per questo quel cammino va abbandonato. Va anzi ripreso
e potenziato in qualità e quantità. Un attento sguardo
al percorso effettuato e la valutazione di quanto realizzato, evidenziandone
i risultati comunque ottenuti, possono fornirci elementi sufficienti
per ridefinire il cammino da percorrere e le scelte politiche da
assumere. Esse dovranno puntare su obiettivi chiari quali: ripresa
del dialogo, valorizzazione delle identità plurali e della
cultura, ricostruzione fisica ma soprattutto sociale, culturale
e partecipativa, sviluppo di rapporti sociali, economici e istituzionali
intercomunitari, integrazione territoriale e regionale nell’area
balcanica, relazioni stabili con realtà territoriali italiane
ed europee favorendo anche la presenza giovanile con apertura della
politica dei visti e degli scambi culturali e di studio e valorizzando
l’esistente immigrazione balcanica.
Pur sapendo che l’area andrebbe analizzata nel suo insieme,
vogliamo soffermare la nostra attenzione su due tra i casi più
problematici: la Bosnia Erzegovina e il Kosovo.
La Bosnia-Erzegovina
Nella Bosnia Erzegovina l’esercizio del potere politico-amministrativo
avviene su base etnica, basata ancora sul principio del disconoscimento
dell’altro, e i partiti nazionalisti sono visti come un ‘rifugio’
identitario prescindendo dalla condivisione delle linee politiche
di gestione della cosa pubblica, tanto a livello statale quanto
a livello locale. Dal punto di vista socio-economico la realtà
bosniaca appare caratterizzata da evidenti fattori di incertezza
rispetto al futuro, con il persistere di una struttura socio-economica
ancora fortemente condizionata dall’assistenza internazionale
e dal gravoso settore pubblico. Analoga incertezza caratterizza
la situazione politica del paese, sostanzialmente privo di un’identità
statuale unitaria: due entità, cinque presidenti, tre parlamenti,
tre governi, due eserciti, tre religioni, una denominazione vaga
che esclude il termine repubblica, una gestione del potere sotto
tutela internazionale con uno status di protettorato che è
servito certo a stabilizzare ma che non può durare. L’operazione
Althea che sostituisce la Nato e la missione di polizia civile saranno
vissute come presenza europea di tipo coloniale se l’impegno
di cooperazione e di aiuto tecnico non sarà visibile e tangibile
nei risultati e non si accompagnerà ad una altrettanta reale
cooperazione politica nel segno della progressiva ma certa integrazione.
Le priorità dovranno a nostro avviso orientarsi, tra l’altro,
su: (i) un processo di sviluppo e di crescita economica che renda
il paese meno dipendente dall’esterno; (ii) l’inclusione
sociale dei gruppi più deboli e meno protetti, ancora consistenti,
che rischiano marginalità durature e non prive di conseguenze;
(iii) il rafforzamento dei sistemi di governance locali, premiando
meccanismi che avvicinino le istituzioni alle comunità locali,
ai gruppi sociali deboli, ai piccoli produttori, con meccanismi
interattivi e di partecipazione che potrebbero incidere significativamente
sulla qualità del tessuto democratico; (iv) il rafforzamento
di un tessuto connettivo e sociale tendenzialmente unitario, attraverso
l’istruzione, la formazione e la cultura che possono contribuire
al superamento della frammentarietà e della visone identitaria
unica uscita dalle divisioni della guerra; (v) il rafforzamento
delle realtà associative, in particolare giovanili, e il
loro coinvolgimento nella vita democratica partecipativa; (vi) la
promozione di imprese a dimensione plurale, sia all’interno
della Bosnia Erzegovina che a livello balcanico ed europeo.
Il Kosovo
Valgono anche per il Kosovo le analisi e proposte appena espresse,
anche se la situazione è aggravata da una disoccupazione
che raggiunge il 50% della popolazione attiva, da bisogni primari
che toccano un quinto della popolazione che vive sotto la soglia
di povertà, dall’illegalità e criminalità
diffuse, anche grazie al superficiale lavoro dell’Unmik, dall’eccessiva
dimensione del settore pubblico, divenuto un’inefficiente
opera assistenziale e clientelare, dalla sottovalutazione della
penetrazione wahabita, dalle divisioni e contraddizioni internazionali
a partire da quelle dei paesi europei. La situazione politica è
ora condizionata dalla definizione dello status. Se non si dovesse
arrivare ad una rapida e condivisa definizione del futuro politico
del Kosovo, potrebbero derivarne gravi conseguenze. Si tratta di
una situazione esplosiva, di cui le violenze del marzo 2004 sono
state un primo limitato segnale. Violenze che hanno lasciato il
segno, ripresentando fantasmi considerati eliminati, anche nelle
persone più dialoganti e aperte alle ragioni della convivenza,
quali i nostri partners e operatori kosovari.
Riteniamo importante soffermarci ulteriormente sul Kosovo, data
la valenza geo-politica che ha assunto. Le posizioni inconciliabili
dei governi serbo e kosovaro sono anche il frutto di un’operazione
iniziata e sviluppatasi male quale l’Unmik. Troppi errori,
ambiguità, indecisioni, ritardi: dovuti alla sottovalutazione
delle difficoltà del compito, agli incerti e divisi segnali
della comunità internazionale, all’assenza grave e
umiliante di una qualsiasi politica europea per il Kosovo e i Balcani.
Fino al ribaltamento dei soggetti colpiti dalla pulizia etnica,
che ha toccato prima gli albanesi e poi i serbi kosovari, sotto
gli occhi delle Nazioni Unite. Dopo sette anni siamo ormai di fronte
ad una realtà consolidata e inconfutabile. L’età
media dei 130 mila serbi kosovari è di 54 anni. Quella dei
2 milioni di albanesi kosovari è di 28 anni. Tra pochi anni
il rapporto si amplierà, fino a rendere numericamente infima
la minoranza serba. Il 90% della popolazione vuole l’indipendenza
e non è pronto ad alcuna concessione in merito Le violenze
del marzo 2004, con gli attacchi alle case e chiese serbe, potrebbero
ripetersi a livello di tutto il paese risolvendo – definitivamente,
ma tragicamente – il problema. Anche perché la gente
si sente tradita da una comunità internazionale dalle facili
promesse, ma incapace di assumere responsabilità e proporre
soluzioni. Lo diciamo avendo rapporti fraterni con entrambe le comunità
e avendo lavorato in questi anni, riuscendovi, per favorire il dialogo
e la convivenza anche auspicando l’integrità territoriale
stabilita dalla risoluzione 1244 del ’99.
Il Kosovo è già profondamente e irrimediabilmente
diviso dalla Serbia, che lo si voglia o no, che lo si accetti o
no. Se i monasteri e le chiese serbo-ortodosse dipendono ancora
da Belgrado, come d’altronde le scuole di Mitrovica nord,
le enclaves e realtà simili, il resto non ha più nulla
a che vedere con il governo serbo. Da questa realtà, dolorosa
per alcuni ma vera ed evidente, occorre partire. Non c’è
infatti una realtà alternativa. Un conto sono i legami etnici,
comunitari, religiosi, storici e un altro i rapporti istituzionali
e politici tra governi legittimi. Il Gruppo di contatto, Althisaari,
l’UE, il Consiglio di sicurezza non possono più tirarsi
indietro: devono assumere una decisione che non può contraddire
la realtà. E’ il risultato di quanto è stato
seminato. L’Unione europea dovrà giocare un ruolo primario,
sapendo che spetterà a lei governare questa nuova fase e
che la soluzione potrà avere successo solo in una prospettiva
europea definita. Il suo peso, se si presenterà unita, potrà
influenzare il Consiglio di Sicurezza per giungere alla decisone
finale senza traumi. Altrimenti, la decisione potrebbe essere presa
da Russia e Usa, facendosi reciprocamente concessioni su altri scacchieri
mondiali, senza alcuna prospettiva europea e con effetti difficilmente
governabili. O potrebbero essere gli Usa e alcuni paesi europei
a riconoscere unilateralmente l’indipendenza, aprendo una
tensione internazionale le cui conseguenze peseranno sia sugli albanesi
che sui serbi kosovari. Oppure saranno i kosovari stessi a dichiararla
unilateralmente, forse usando la violenza, forse rivitalizzando
l’ideologia pan-albanese, forse con il supporto del radicalismo
islamico, causando nuove lacerazioni internazionali e europee.
Se l’Europa, nelle sue divisioni, non riuscirà ad
esprimere nulla, rinunciando alla propria dignità politica,
rimarrà comunque l’interesse italiano e europeo di
tenere viva per tutti gli stati balcanici una prospettiva di ingresso
nella Ue che suggerisca moderazione e riforme. La via è tracciata
ed è unica, anche se le forme e i tempi possono variare al
fine di facilitarne l’accettazione presso le pubbliche opinioni
europee: manca solo il coraggio delle scelte.
A proposito di opinioni pubbliche europee, a nostro avviso il problema
è stato e continua ad essere mal posto. Tranne alcune componenti
più chiuse e xenofobe, i cittadini europei non si contrappongono
pregiudizialmente alla definizione di un’Europa che comprenda
anche i Balcani occidentali. In realtà essi hanno paura che
l’Unione europea, con le sue divisioni, la sua cieca e supponente
burocrazia, la sua limitata partecipazione democratica, non riesca
a trasmettere alcuna passione politica alla società europea,
non abbia alcuna capacità di convincimento e soprattutto
non riesca a governare processi nuovi e difficili come quello dell’integrazione
dei Balcani.
I Balcani interpellano l’Unione Europea. Essa dovrà
innanzitutto chiedere a sé stessa cos’è e cosa
vuole, se corrisponde ancora a quell’idea di Europa che era
entrata nelle coscienze e nelle volontà dei cittadini europei
ma che ora non ritrovano più.
Le autorità kosovare dovranno, dal canto loro, puntare decisamente
sulla legalità, il rispetto dei diritti e delle libertà,
la good governance, la legittimità popolare e la partecipazione
democratica. Dovranno inoltre riconoscere e tutelare la minoranza
serba, garantendole pieni diritti di cittadinanza, riconoscendo
una sorta di “extraterritorialità” al patrimonio
religioso serbo ortodosso e gli ambienti circostanti le chiese e
i monasteri, risolvendo il più ampio problema delle proprietà.
Le autorità serbe dovranno essere aiutate ad accettare l’indipendenza
del Kosovo, anche come fattore di sviluppo dei propri interessi.
Continuare infatti a esigere ciò che è divenuto ormai
impossibile, pur vantando diritti, non facilita alcuna evoluzione
della Serbia e nessuno sguardo a un futuro che può essere
di progresso e di sviluppo, specie se inserito da subito in una
qualche forma vantaggiosa di integrazione europea. E’ questa
la prospettiva che può aiutare i serbi ad accettare la più
dolorosa delle divisioni.
Spetterà all’UE favorire queste evoluzioni con un piano
strategico e propositivo che accompagni i cambiamenti politici:
con programmi che puntino all’istruzione, alla cultura, al
cambiamento della società e dell’economia, alla crescita
della realtà sociale plurale e organizzata e della partecipazione
democratica, allo sviluppo di relazioni intercomunitarie e interstatali
a livello regionale, allo sviluppo economico basato sull’impresa
puntando su ceti imprenditoriali sani, favorendo imprese miste serbo-albanesi
kosovare e kosovare-serbe fino ad aperture più ampie a livello
regionale ed europeo.
Non vi è alternativa alla prospettiva europea per i Balcani
occidentali: iniziare da subito
Alcune considerazioni finali.
Se la prospettiva europea è “la” soluzione per
i Balcani occidentali, l’UE dovrà convincersene e impegnarsi
alla sua realizzazione nei tempi e nei modi che la comunità
internazionale e le realtà balcaniche definiranno. E’
una sfida per l’Europa ed il suo futuro.
Se non si avvia un vero processo di collaborazione regionale, sviluppando
progetti comuni che superino le divisioni etniche e comunitarie
e rafforzino la pace e la cooperazione ad ogni livello, ogni soluzione
rappresenterà per i paesi dell’area balcanica occidentale,
ed in particolare per il Kosovo, false promesse che non risolveranno
i problemi ma li sposteranno nel tempo aggravandoli ed aggravando
al contempo la sensazione di impotenza europea.
All’Italia, come abbiamo sottolineato, spetta un ruolo primario
sia a livello dell’UE sia nei rapporti bilaterali. Le Ong
e Associazioni italiane propongono che sia stabilito un tavolo di
confronto, di valutazione e di proposta con il governo italiano,
le regioni, gli enti locali e gli attori sociali, culturali ed economici
interessati all’area al fine di identificare strategie comuni,
fare sistema e coordinare e rendere più efficace, nelle proprie
autonomie operative, la presenza e l’azione italiana.
Rimaniamo convinti che anche le azioni di cooperazione più
meritorie ed efficaci rischieranno di risultare vane se non saranno
svolte all'interno di una prospettiva di appartenenza europea di
quei popoli e se non agiranno all'interno di un effettivo e realistico
cammino verso l'Europa.
|