
LA NUOVA STRATEGIA
IN AFGHANISTAN
E LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO
Roma, 23 gennaio 2007
APPUNTO
1. C’è ampia condivisione nella maggioranza di governo
e in parte dell’opposizione sulla necessità di ribaltare
la strategia adottata dalla comunità internazionale in Afghanistan,
pena un clamoroso fallimento, con gravi conseguenze che non rimarrebbero
limitate al solo territorio afgano. Si è data infatti priorità
alla componente militare rispetto a quella politica e non si è
tenuto sufficientemente conto della realtà afgana, dei bisogni
e aspettative della popolazione e delle attese per la ricostruzione.
Molte le promesse, poche le realizzazioni, grande la delusione della
gente. Un primo forte e visibile segnale dell’avvio del cambiamento
dovrebbe quindi essere un maggiore impegno per gli aiuti, l’assistenza
e la ricostruzione, riducendo lo scarto esistente tra gli stanziamenti
per la cooperazione e quelli per la missione militare.
La priorità alla componente militare è stata inoltre
confusa e ambigua, mista tra sostegno alle istituzioni afgane e
guerra “al terrore” e a chiunque o qualunque Stato fosse
sospettato di sostenerlo, tra legittimazione Onu e pigra accettazione
di scelte compiute, tra strategia di rafforzamento delle capacità
istituzionali e di sicurezza afgane e azioni di prepotente e continuata
sostituzione esterna, tra riconoscimento della sovranità
del governo e delle istituzioni afgane e soffocamento della loro
autonomia, tra piani di sviluppo e obiettivi militari, tra interessi
dell’Afghanistan e interessi della Nato.
2. Un sintetico documento di analisi della situazione in Afghanistan
e di proposta è stato diffuso l’8 novembre scorso dalle
Ong del Forum Solint che hanno voluto esprimersi in proposito anche
in vista del dibattito sul rifinanziamento della missione militare
(v. in www.intersos.org “L’urgenza di decisioni politiche
non più rinviabili”). Questa ulteriore riflessione
intende riprendere e rafforzare alcuni punti, nell’imminenza
del dibattito parlamentare.
3. La necessità di un ripensamento e un cambiamento della
strategia da parte italiana ed europea è reale e urgente.
Ripensamento che dovrà, quasi certamente, mettere in discussione
decisioni prese solo un anno fa, nel febbraio 2006, dalla Conferenza
di Londra che ha varato l’ “Afghanistan Compact”.
Occorrerà in definitiva rispondere con la massima chiarezza
alla domanda “che ci stiamo a fare in Afghnistan?” Domanda
a cui nessun Governo italiano e nessuna forza politica ha dato risposta
dal 2003 in poi, da quando Isaf si è trasformata in Nato
e ha stabilito sinergie con Enduring Freedom, senza alcun dibattito
e alcuna valutazione delle conseguenze per la politica complessiva
in e verso l’Afghanistan e a livello regionale. I tempi sono
purtroppo stretti per potere approfondire nel dovuto modo, tra le
forze politiche italiane ma soprattutto con l’Ue e la Nato,
una simile questione prima del voto sul rifinanziamento della missione.
Questo sarà comunque approvato, dato anche il sostegno convinto
di parte dell’opposizione. Sarà quindi necessario,
a nostro avviso, che tale voto venga accompagnato da una mozione,
vincolante e verificabile tra sei mesi, che impegni il Governo ad
esigere in sede europea e in sede Nato i necessari chiarimenti per
dare finalmente risposta alla domanda sui precisi scopi e finalità
della missione, sulla sua collocazione nella strategia più
generale e prioritaria del sostegno all’Afghanistan e al suo
processo di consolidamento istituzionale e di sviluppo, sulle conseguenti
e coerenti scelte politiche e azioni, anche militari, ma non solo,
da mettere in atto. Senza chiarezza condivisa si rischia di procedere
per inerzia, fedeli ad un’Alleanza che sa difendere bene i
propri interessi ma male ha difeso, almeno finora, quelli dell’Afghanistan.
In mancanza di chiarezza condivisa si potrà anche rinunciare
alla partecipazione all’Isaf, senza per questo essere accusati
di infedeltà all’Alleanza. Molto dipenderà anche
dal Governo italiano: se in questi anni i Governi sono stati distratti
e disattenti, prendendo per oro ciò che veniva fatto luccicare
nelle strategie e decisioni relative all’Afghanistan, il 2007
dovrà invece rappresentare l’anno dell’approfondimento
e della chiarezza. Ne va della dignità e della coerenza politica
del nostro paese, oltre che della più ampia sicurezza globale
che non può essere governata dalla armi ma dalla politica.
4. La politica dovrà infatti riprendere il ruolo prioritario.
L’annunciata conferenza internazionale sull’Afghanistan
potrà essere l’occasione per individuare un nuovo percorso
che, partendo dalla situazione afgana e dal piano strategico ed
operativo per farvi fronte nel riconoscimento e rafforzamento della
sovranità dello Stato e delle sue istituzioni, veda coinvolti
anche i paesi dell’area in una visione geostrategica dei problemi
e delle soluzioni da proporre. E senza l’impegno dell’Unione
europea e l’egida delle Nazioni Unite tale coinvolgimento
difficilmente potrà essere ottenuto.
5. L’azione di aiuto, assistenza e cooperazione andrebbe
comunque rafforzata, da subito, segnando una netta distinzione e
separazione tra cooperazione civile e azione militare. Distinzione
non significa contrapposizione. La chiarezza sulla diversità
dei compiti, ruoli e attività è stata la condizione
che ha permesso, in altri contesti di crisi, forme di interlocuzione
e talvolta di positiva collaborazione tra componente civile e componente
militare, per una migliore tutela delle popolazioni e per un più
sicuro avvio della ricostruzione sociale, fisica e politica. Garantendo
questa chiara distinzione, riconoscibile da tutti, le Ong del Forum
Solint ritengono che la cooperazione, sia governativa che non governativa,
possa operare anche nella provincia di Herat. Non sussistono infatti
maggiori difficoltà e insicurezza rispetto alle altre province
occidentali e settentrionali del paese e alla stessa Kabul dove
le Ong italiane hanno agito, in modo continuativo, per ben cinque
anni. La presenza operativa a Herat, senza alcuna tutela armata,
di Ong di altri paesi e del loro personale internazionale lo dimostra.
La cooperazione nelle province occidentali ed in particolare in
quella di Herat non può però, a nostro avviso, essere
vista disgiunta da quella realizzata dalle Ong italiane e dalla
stessa Cooperazione italiana in altre province e a Kabul. Si tratta
talvolta di una presenza che è riuscita a costruire rapporti
di fiducia, con le comunità e le autorità locali,
valorizzandole, a rispondere a reali bisogni, a rafforzare stabilità
e sicurezza. Si tratta di un plusvalore italiano che non deve essere,
a nostro avviso, sottovalutato; andrebbe anzi continuato e rafforzato,
in una visione di insieme e non limitata alla sola provincia di
Herat.
Occorre inoltre tenere presente che, proprio grazie alla relativa
sicurezza nella provincia di Herat, una trentina tra Ong e organizzazioni
internazionali vi stanno operando da tempo. Per le province vicine
sarebbe insopportabile constatare una tale concentrazione di interventi
rispetto al proprio vissuto di povertà e di “abbandono”.
Potrebbe essere immaginata, per l’area occidentale, una priorità
italiana che, partendo da Herat, copra interventi anche in alcune
province più a nord, fino a quelle di Faryab e Mazar-i-Sharif,
province dove le Ong italiane hanno lasciato il segno. Sarebbe un
apprezzato segnale politico di attenzione alle popolazioni e di
messa in pratica della distinzione degli obiettivi tra cooperazione
e azione militare. Intervenire nella sola provincia di Herat rischierebbe
inevitabilmente di fare apparire la cooperazione come funzionale
e strumentale alla presenza militare italiana.
La collaborazione delle Ong con il team della Cooperazione italiana
a Herat potrà realizzarsi, a beneficio reciproco, attraverso
intese che rispettino la piena indipendenza ed autonomia della realtà
non governativa. Si tratta, con quello dell’imparzialità,
di principi irrinunciabili per ogni organizzazione umanitaria.
6. Le Ong avranno presto un tavolo di confronto con il Ministero
degli Esteri. A nostro avviso, è bene che tale tavolo, su
una questione così delicata e complessa, sia aperto a tutti
i principali soggetti istituzionali, negli Esteri ma anche nella
Difesa, direttamente coinvolti nelle decisioni che dovranno essere
prese. Occorre infatti tentare di giungere all’elaborazione
di una piattaforma condivisa di strategia e di azione di cooperazione,
nel rispetto delle reciproche autonomie, nei contesti di Herat e
di altre province afgane.
Le Ong italiane che hanno operato nel 2006 in Afghanistan sono:
Aispo, Intersos, Coopi, Cesvi, Alisei, Emergency.
(Nino Sergi, per il Forum Solint)

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