AFGHANISTAN
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

   AFGHANISTAN

L’URGENZA DI DECISIONI POLITICHE NON PIÙ RINVIABILI

8 Novembre 2006


Al fine di rendere trasparente una missione divenuta confusa, nel giugno scorso le Ong del Forum Solint (Cisp, Coopi, Cosv, Intersos, Movimondo) evidenziavano al Governo italiano tre priorità:


1. La fine della partecipazione italiana all’operazione Enduring Freedom.
2. La richiesta, in sede Nato, di una seria valutazione dell’operazione Isaf, dei suoi obiettivi e modalità operative, esigendo chiarezza al fine di poter assumere decisioni coerenti.
3. L’ampliamento del programma di aiuto e cooperazione a supporto delle realtà pubbliche e della popolazione in Afghanistan, distinguendo e separando le azioni di cooperazione da quelle militari.

Questa nuova nota predisposta per il Forum Solint da INTERSOS, organizzazione umanitaria che opera in Afghanistan dal 2001, intende offrire elementi di analisi, di valutazione e di proposta al Governo ed alle forze politiche italiane, anche in vista del prossimo dibattito parlamentare sul rinnovo de finanziamento della missione militare.


1. Le operazioni militari in Afghanistan

1.1 Sono passati quattro mesi dal voto parlamentare sulle missioni militari.
La missione Antica Babilonia, in Iraq, sta finendo i preparativi per chiudere definitivamente la partecipazione ad un’avventura militare sciagurata e disastrosa che non avrebbe mai dovuto avere inizio.
In Afghanistan, la partecipazione italiana alle operazioni Isaf/Nato continua senza che il Governo abbia ottenuto in sede Nato le necessarie e chiare risposte alla domanda principale che oggi si impone con urgenza: che ci stiamo a fare? E più in particolare: con quali obiettivi, con quali regole operative (di ingaggio), con quali strumenti e capacità, per quanto tempo?

1.2 Anche se rifiutiamo decisamente che la guerra possa essere lo strumento per risolvere le controversie internazionali, riteniamo che in alcuni particolari contesti, a salvaguardia della vita e sicurezza di collettività in pericolo, la presenza militare possa essere necessaria. Non di guerra si tratta, ma di imprescindibile impegno della comunità internazionale a tutela delle popolazioni o per la stabilizzazione e la pacificazione dopo un conflitto. Pensiamo alla scellerata decisione delle Nazioni Unite di ritirare il proprio contingente in Ruanda nel 1994, invece di potenziarlo. Pensiamo alla supplica delle organizzazioni umanitarie al Consiglio di Sicurezza nel 2003 perché fossero inviati adeguati contingenti militari in Congo a tutela dei gruppi etnici in pericolo. Pensiamo alla Bosnia abbandonata per anni alla violenza fratricida, dove ancora oggi il ritiro dei contingenti militari potrebbe significare, come in Kosovo, la ripresa delle ostilità. Pensiamo all’esigenza di una forza di tutela e interposizione in Darfur come ora in Libano e come sarebbe auspicabile in Palestina. E altri casi ancora.
Tale presenza militare non deve mai rappresentare, in ogni caso, lo strumento principale o, peggio ancora, l’unico strumento di intervento in quei particolari contesti. Senza l’azione politica, basata sul dialogo, sull’ascolto, sulla comprensione dei problemi, su coerenti decisioni condivise, qualsiasi presenza militare diventa alla lunga inefficace, inopportuna e dannosa.

1.3 L’operazione Isaf (Internationali Security Assistance Force) in Afghanistan non è nata come azione di guerra. A Bonn, alla fine del 2001, erano presenti tutti: i rappresentanti delle varie comunità tribali afgane, le Nazioni Unite, e molti altri paesi ed organizzazioni internazionali. È stata un’iniziativa sotto l’egida dell’Onu, multilaterale, che ha prodotto decisioni concordate e legittime. Compresa quella dell’invio di una forza multinazionale in Afghanistan per garantire la sicurezza alle nuove istituzioni transitorie che dovevano assumere il difficile compito di governare il paese. Anche se funzionale ala strategia americana, l’operazione Isaf non aveva il compito di combattere qualcuno, ma di permettere l’avvio della nuova fase politica. Due le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza: la n. 1386 del 20 dicembre 2001 che autorizza la missione sotto il cap. VII della Carta Onu e la n. 1510 del 13 ottobre 2003 che ne ha esteso il mandato.

1.4 Se c’è stato un limite, esso può essere identificato nell’incapacità o la non volontà di assicurare una presenza militare più ampia, non limitata alla sola area di Kabul ma diffusa da subito su tutto il territorio per assicurarne la sicurezza e garantire pace e protezione alle popolazioni. Le province, schiacciate dalla prepotenza dei warlords o insidiate dall’influenza talebana, avevano infatti bisogno, in quella fase delicata, di una significativa presenza esterna protettiva per permettere il cambiamento. Non si è avuto il coraggio di farlo. È mancata soprattutto la volontà del governo americano che voleva riservarsi una piena libertà di azione sul territorio, senza vincoli e mediazioni degli alleati. Mancanza che non è stata senza conseguenze. Si è data priorità all’operazione di guerra Enduring Freedom, la guerra “ai terroristi”, rispetto all’operazione di tutela e sicurezza Isaf, lasciando così sul territorio mano libera al dilagare di poteri mafiosi, del malaffare, della coltura dell’oppio, favorendo in alcune regioni il ritorno e la “tutela” dei taliban.

1.5 I militari di Enduring Freedom, proiettati contro Bin Laden e i capi taliban, hanno agito duramente, con regole operative molto “robuste”. Bombardando di continuo e senza nemmeno chiedere autorizzazioni al Governo, hanno spesso colpito civili innocenti, in particolare nelle province centro e sud orientali. Le stesse perlustrazioni nei villaggi sono brutali. In questo modo Enduring Freedom ha gettato interi villaggi nelle mani dei taliban e destabilizzato l’autorità di Karzai e delle Amministrazioni provinciali. Non ha importanza che il piano fosse diverso: i militari americani colpiscono i taliban (spesso solo presunti) nei villaggi, successivamente la polizia afgana interviene a bonificare la zona, infine l’amministrazione civile pianifica gli interventi che servono agli abitanti e alla comunità (scuole, pozzi, ecc). La realtà è stata ed è purtroppo tragicamente diversa. I poliziotti, mal equipaggiati ed addestrati, guadagnano 75 dollari al mese: il saccheggio dei villaggi diventa l’occasione per arrotondare il salario. E dopo di loro non arriva alcuna amministrazione civile a provvedere alle opere necessarie al villaggio. Tornano invece i taliban, forti come prima, che a loro volta incutono terrore uccidendo maestri, chiudendo scuole e imponendo le loro ossessioni.

1.6 Quando nel 2003 Isaf/Nato, sempre su mandato delle Nazioni Unite, ha finalmente iniziato ad operare nelle province del nord per poi estendersi a quelle occidentali, la situazione era ormai compromessa. La sovrapposizione tra Enduring Freedom e Isaf è stata inevitabile. Come inevitabile è stata la confusione tra le due operazioni agli occhi degli afgani. Sovrapposizione e confusione che si presenta ancora più accentuata, ora, nelle province meridionali e, a breve, in quelle orientali. E’ proprio questa confusione che ha portato le Ong italiane finora a rifiutare di operare nella provincia di Herat dove risiede il contingente italiano del Prt, mentre continuano a farlo in altre province. Senza chiara e riconoscibile distinzione e separazione dei ruoli e delle attività, troppo alto è il rischio di essere visti e vissuti, anche noi organizzazioni umanitarie, in modo equivoco e confondibile con i militari italiani.

1.7 Nello scorso mese di giugno sottolineavamo che il problema su cui doveva essere posta l’attenzione dell’Italia non doveva prioritariamente essere il ritiro dall’Isaf, nonostante la confusione evidenziata, ma la verifica della fedeltà al suo mandato e la messa in atto di modalità efficaci perché la presenza multinazionale di stabilizzazione e sicurezza rimanesse tale, sia nelle sue regole operative che nel vissuto degli afgani. Chiedevamo che il Governo italiano provvedesse in sede Nato ad un’attenta valutazione della situazione, dei risultati e degli insuccessi rispetto agli obiettivi stabiliti, portando estrema chiarezza sulle reali finalità della presenza militare “a supporto e rafforzamento delle istituzioni afgane centrali e periferiche”, sugli obiettivi generali e per provincia, sugli strumenti e mezzi da impiegare, sulle modalità operative, sui sistemi di comando e di guida politica della missione, sulle strategie da adottare. Verificasse quindi se sussistano tuttora le condizioni perché Isaf possa rimanere nel solco del mandato ricevuto: quello di sostenere le istituzioni afgane e la loro azione a livello centrale e provinciale garantendo, con presenze e mezzi adeguati, la sicurezza del territorio e delle popolazioni.

1.8 La fine dell’operazione Isaf non sarebbe infatti senza conseguenze. Non significherebbe la fine della violenza, come tutti auspichiamo. Non creerebbe una situazione migliore. Sarebbe l’avvio di scontri tra prepotenze tribali rappresentate da signori della guerra, sempre più forti e armati, pronti ad agire per conquistarsi maggiori spazi di potere e di malaffare. O sarebbe il ritorno, altrettanto feroce e oscuro, dei taliban con le loro ossessioni e pubbliche atrocità. Anche se la situazione in Afghanistan è carica di problemi, di errori gravi e ripetuti, di visione politica povera se non semplicemente assente, le popolazioni afgane, che sono la nostra priorità, non ne trarrebbero immediato giovamento. Di questo dobbiamo essere certi. E questo dovrebbe, a nostro avviso, guidare le valutazioni e le scelte politiche. Per sapere cosa potrebbe significare la partenza immediata delle truppe straniere basti ricordare che dopo la ritirata sovietica nell’89 più di sei milioni di afgani si sono rifugiati in Pakistan e in Iran e, tra il ’92 e il ’94, per la conquista di Kabul furono uccise circa 50 mila persone riducendo in macerie la città e provocando un altro milione di sfollati interni e il conseguente arrivo “salvifico” dei taliban.

1.9 Rimane comunque il fatto che, a cinque anni dalla fine della guerra, incominciano ad apparire le prime avvisaglie di una possibile sconfitta delle truppe Nato, come quella subita dai Sovietici nell’89 o, prima ancora, dai Britannici nell’800 e agli inizi del ‘900.
Ancora una volta, è stato dimostrato che è più facile fare una guerra (sempre più con bombardamenti aerei per non subire danni e vittime) che non gestire il momento più delicato e difficile, quello del dopo guerra. La Comunità internazionale dimostra, troppo spesso, di non avere alcuna strategia o idea precisa in merito, ma di procedere per tentativi per lo più carenti se non errati. È la mancanza di capacità politica che, con regolarità, si manifesta nella gestione delle crisi e delle situazioni di post-conflitto. Non si tratta di scaricare responsabilità sul solo Governo americano: anche i paesi alleati, l’Europa, l’Italia sono altrettanto responsabili per non avere osato avviare un confronto politico, anche duro, durissimo se necessario, di fronte ai palesi errori che si andavano commettendo con lampante evidenza e che venivano ammessi solo quando divenuti ormai irrimediabili. In Iraq, certo, ma anche in Afghanistan. Si è preferito il silenzio o il mugugno, accodandosi “per ragioni di alleanza” e accettando, quando non coprendo, le idiozie, le scelte sbagliate ma testardamente confermate, perfino gli orrori (meritoriamente evidenziati dai media). Sciagurata alleanza quella che rimane cieca e assecondante. In Iraq sarà molto difficile porvi rimedio. In Afghanistan c’è ancora qualche possibilità, ma va cercata e attuata subito.

1.10 Procedere ora in Afghanistan solo per dovere di alleanza, in una inevitabile escalation militare “di contrattacco” che potrebbe non avere limiti prevedibili, piuttosto che nella realizzazione di una progettualità politica multilaterale più ampia possibile, chiara negli obiettivi e partecipata, condivisa dagli afgani e realizzata coinvolgendo e responsabilizzando gli afgani, dotata dei mezzi necessari e adeguati alla difficilissima realtà, potrebbe portare ad una dolorosa e catastrofica fine. A pagarne le conseguenze sarebbe, ancora una volta e prima di tutti, la popolazione afgana.

2. Gli errori e l’attuale situazione

2.1 La lotta al terrorismo in Afghanistan ha avuto, in un primo momento, una visione e strategia politica ma, invece di essere perseguita con decisione, è stata purtroppo dimenticata o comunque gestita male od in modo gravemente insufficiente. Con la fine della guerra, era comune la convinzione che, per avere successo, la lotta al terrorismo doveva al contempo fornire ingenti aiuti immediati, assicurare pace e sicurezza e garantire l’avvio della ricostruzione. Si doveva cioè dare un segnale di vero cambiamento, tangibile e positivo, assicurando così credibilità alle nuove istituzioni democratiche e impedendo ogni occasione di “richiamo” da parte dei taliban.
L’azione è stata concentrata invece sulla caccia a Bin Laden e ai suoi complici (facendo l’errore di chiamare guerra, attuandola, un’operazione finalizzata a cercare, trovare e rendere inoffensivi terroristi in gran parte mescolati alla gente) e sulla sola tutela del governo centrale. Si è così ignorato quasi completamente il territorio afgano e le sue esigenze di sicurezza, di cambiamento e di ricostruzione. Con grande ritardo le forze Isaf si sono dispiegate al nord, all’ovest e – dopo ben cinque anni – al sud, ma la scarsa presenza militare sul territorio ha impedito che fosse assicurata in modo pieno e permanente la sicurezza di cui tutti sentivano la necessità e di cui la ricostruzione aveva bisogno. Non vi è stato controllo del territorio, nelle campagne, sulle vie di comunicazione, nelle grandi città. Le prepotenze tribali, i loro piccoli ma feroci dittatori e i taliban sono stati lasciati liberi di riorganizzarsi. Questi ultimi, in particolare, hanno riempito negli anni il vuoto politico e militare, captando e assecondando il senso di frustrazione della gente nelle aree più difficili.

2.2 Tutte le più importanti promesse sono rimaste deluse: costruire la democrazia, ricostruire il paese garantendo i servizi essenziali, avviare lo sviluppo. Le città sono sovrappopolate, il lavoro rimane scarso per milioni di profughi che vi fanno ritorno, poche o nulle le opportunità per i giovani in un paese con il 45% della popolazione sotto i 18 anni, per nulla sostenuta la ricostruzione della società civile. L’inutile guerra in Iraq (ma anche la crisi con l’Iran, il Medio Oriente) ha sottratto all’Afghanistan risorse, denaro, attenzione, impegno e militari. E la poca attenzione americana ha comportato altrettanta poca attenzione degli altri paesi. È mancata così una seria strategia, con conseguente iniziativa politica, sia da parte delle leadership occidentali che di quella afgana.

2.3 Eppure, già nel gennaio 2002, la Conferenza internazionale di Tokyo sulla “Ricostruzione e l’Assistenza all’Afghanistan” aveva evidenziato necessità per 5 miliardi di dollari per i primi trenta mesi e 15 miliardi per il decennio. Il presidente della Banca Mondiale, Wolfensohn, affermava allora: “E’ imperativo che le Autorità afgane e la comunità internazionale mostrino rapidi e tangibili benefici al popolo afgano. La lotta contro la povertà è centrale per il rafforzamento della pace e la stabilità. Il popolo afgano ha bisogno del nostro aiuto immediato”. Non avere ricostruito con rapidità quanto distrutto dai taliban e dalla guerra è stato un gravissimo errore politico della comunità internazionale. Ancora oggi, solo il 23% della popolazione accede all’acqua potabile e molte canalizzazioni sono rimaste distrutte o danneggiate; il 10% beneficia dell’energia elettrica e a Kabul un milione di persone su tre, a giorni alterni e solo per poche ore al giorno. Rimangono da ricostruire scuole, case, ospedali, strade. Venti anni di conflitti avevano distrutto ogni istituzione governativa e sociale e i 909 milioni di $ in aiuti assicurati nel 2002 corrispondono appena ad una ventesima parte dei 20 miliardi di $ allocati all’Iraq dopo la guerra.
Alle promesse mancate, si deve aggiungere lo scoordinamento degli aiuti che hanno visto ogni paese andare per proprio conto, l’incapacità dell’UE e dei paesi membri di individuare una strategia e un programma di interventi comune, l’esagerata presenza e parcellizzazione delle Agenzie e del personale internazionali a detrimento delle capacità afgane e dei finanziamenti per la ricostruzione.

2.4 Anche le responsabilità afgane sono immense. La corruzione è talmente diffusa, il governo così latente e il divario tra ricchi e poveri così ampio che Karzai sta perdendo il sostegno dell’opinione pubblica. Ben poche delle sue promesse si sono realizzate e i suoi compromessi sono male tollerati. Le inchieste sugli scandali del governo sono insabbiate; l’economia è nelle mani di mafia e narcotraffico; la corruzione dei giudici impedisce la giustizia; i vertici della polizia e i governatori corrotti restano al loro posto. Tanto per citare alcune tra le più vistose e conosciute nefandezze.

2.5 Occorre comunque tenere presente che, partendo dal livello di grande sfacelo causato da decenni di guerra e dal regime talebano, quanto realizzato in Afghanistan non va assolutamente sottovalutato. Le scuole e le università sono state riaperte, le ragazze - pur nei limiti imposti dalla tradizione - possono frequentare i vari cicli scolastici fino a quello universitario, i libri circolano, le istituzioni sono state ricostituite attraverso il voto popolare che, anche se in modo incompiuto e lacunoso, ha cercato di circoscrivere i poteri e ha permesso una pluralità di voci, comprese quel 28% di donne elette al Parlamento, anche la giustizia sta riprendendo il suo corso... Tutto questo grazie all’aiuto internazionale e all’impegno di afgane e afgani che credono nel proprio futuro e nella possibilità di realizzarlo, che sono pronti ad affrontare minacce e gravi rischi e che vanno quindi sostenuti, appoggiati e difesi. È necessario tenere sempre presenti, riconoscendole entrambe, le due facce della medaglia della realtà afgana.

2.6 È mancata infine una strategia politica anche nel rapporto americano e occidentale con il Pakistan. Frequenti sono gli scontri tra Karzai e Musharraf, mentre ambigua e ambivalente rimane la posizione pakistana. Eppure è lì, tra Afghanistan e Pakistan che prospera il jihadismo globale e trova forza, continuando a crescere, il fondamentalismo islamico che minaccia Afghanistan, Pakistan, i paesi dell’Asia centrale e il Medio Oriente. D’altro canto Musharraf sa che non può vincere le elezioni senza l’appoggio dei partiti fondamentalisti; mentre i servizi segreti pakistani finanziano i taliban, anche come reazione all’alleanza Usa-India a cui partecipa l’Afghanistan.

3. La questione dell’oppio

3.1 I taliban sono ritornati nelle province del sud e l’insicurezza e la paura si sono propagate. A Kandahar i lavori infrastrutturali sono stati interrotti dalle imprese che hanno preferito ritirarsi; gli stranieri occidentali delle organizzazioni umanitarie, hanno dovuto lasciare l’area, divenuta pericolosa. I taliban sono in mezzo alla gente e con essa si confondono; affiggono proclami che invitano ad uccidere chi lavora per il governo o gli stranieri. Erano sì fuggiti, ma non erano stati sconfitti. Lo si sapeva, ma è stata comunque ridotta progressivamente la presenza militare nell’area. I taliban hanno saputo approfittare degli errori e delle incertezze e debolezze della presenza internazionale per riorganizzarsi e rafforzarsi: hanno avuto cinque anni per farlo.
Se la presenza militare americana nella provincia di Kandahar aveva da un lato ripristinato il potere locale, l’energia elettrica, le possibilità di lavoro nei progetti di ricostruzione, dall’altro aveva lasciato agire i trafficanti di droga e i potentati locali. È prosperata così la coltivazione del papavero che ha significato lavoro e reddito per migliaia di persone e traffici enormemente redditizi.
L’arrivo della Nato nelle province del Sud ha dato avvio, anche se in modo incerto, alla lotta alla droga e alla coltivazione del papavero. Ciò ha significato, per migliaia di persone, la perdita di un reddito regolare, anche se spesso pagato “in natura” con parte della stessa produzione. L’effetto è stato anche il rafforzamento dei taliban, visti come alleati - pur non desiderati - per riuscire a riappropriarsi della coltura dell’oppio e, con essa, della propria fonte di sussistenza.
Se la gente di Kandahar avesse lavoro e possibilità di reddito, se la ricostruzione ripartisse e contribuisse a questo scopo, se fosse garantita l’erogazione dell’energia elettrica, se i contingenti dell’Isaf riuscissero a rimuovere l’amministrazione corrotta, se riuscissero a controllare la frontiera con il Pakistan garantendo maggiore sicurezza … allora la gente non cercherebbe la propria tutela nei taliban. Lo stesso discorso può essere fatto anche per le altre cinque province meridionali dove Isaf ha preso il posto di Enduring Freedom.

3.2 Kandahar e Helmand sono le due province con la maggiore produzione di eroina di tutto l’Afghanistan, dove i contadini coltivano il papavero per sopravvivere. Dal 2005 i taliban hanno stretto alleanza contro il governo con ogni probabilità con parte delle stesse autorità locali coinvolte nel traffico della droga. Altre province, altri contadini, altri trafficanti e altre autorità locali sono ormai dominate da questa fonte di reddito e di profitto. L’Afghanistan produce il 90% dell’oppio mondiale, ma non esiste una strategia chiara, comune e condivisa, sia a livello afgano che internazionale, su come affrontare il problema. Sembra assurdo, ma è così.

3.3 Da un lato, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, Unodc, considera inevitabile l’abbandono delle coltivazioni, pur riconoscendo che ben 2,9 milioni di afgani, il 12,6% della popolazione, vivono dell’economia dell’oppio. Riconosce inoltre che solo l’1,9% dei coltivatori non ha riscontrato problemi una volta abbandonata la coltura del papavero a seguito delle distruzioni delle coltivazioni, mentre il restante 98,1% non riesce più a mantenere la famiglia, ad avere prestiti e si trova costretto a trasferirsi in altre zone per riprendere la coltivazione della droga. L’Unodc afferma giustamente che il problema non è militare ma sociale e propone un significativo ed immediato rafforzamento degli aiuti per lo sviluppo, considerando che il rientro nella legalità possa avvenire solo con un processo di crescita alternativo ala ricchezza dell’oppio e di miglioramento delle condizioni di vita e di benessere.

3.4 Dall’altro lato, esperti e politici suggeriscono di non ripetere esperienze come quella colombiana e propongono l’acquisto delle migliaia di tonnellate di oppio per essere usate dalla medicina, data la carenza di morfina per la terapia antidolore, specie il dolore cronico, ancora non sufficientemente sviluppata. In questo modo si continuerebbe a garantire lavoro e reddito alla gente pur combattendo i trafficanti in modo efficace. La produzione è giunta quest’anno in Afghanistan a 6100 tonnellate (4.600 t. nel 1999, calo a 200 t. nel 2001; ripresa a 4.100 t. nel 2005). Si tratta di 6.100.000 kg che, a 110 $ al kg, prezzo garantito dai narcotrafficanti, rappresenterebbero un costo complessivo di 671 milioni di dollari. Un costo inferiore al finanziamento di 700 milioni di dollari approvati dal Senato Usa per “combattere la massiccia produzione afgana d’oppio”.

3.5 Sta di fatto che la mancanza di un strategia comune e di coerenti e decise azioni contro il narcotraffico, senza negare alle popolazioni la possibilità di sussistenza, stanno favorendo i narcotrafficanti che, grazie agli inesauribili profitti, assumono sempre più potere, corrompendo le pubbliche amministrazioni e favorendo l’alleanza con le forze talebane, finanziandole e sostenendole in funzione antigovernativa per garantirsi la continuità e il rafforzamento della loro condizione di potere.

4. Sicurezza e strategia militare

4.1 La situazione della sicurezza sta peggiorando. Anche se Afghanistan e Iraq rappresentano due situazioni totalmente diverse, incominciano ad esserci preoccupanti segnali di progressiva irachizzazione del contesto afgano. La relazione al Parlamento del Cesis, Comitato esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza, dello scorso settembre, evidenzia in particolare: esplosioni quotidiane, ricorso crescente agli attentati suicidi, ampio uso di armi artigianali e fortemente esplosive, impiego di sequestri, mediatizzazione di uccisioni di collaborazionisti. La popolazione di Kabul ha imparato a stare alla larga da qualsiasi mezzo delle truppe straniere. La strada Kabul-Jalalabd è colpita più volte al mese e al sud è guerra aperta. Le grandi speranze suscitate dalla sconfitta del regime talebano si stanno spegnendo e cresce nella popolazione la percezione degli stranieri come invasori.

4.2 Non si vede alcuna strategia e piano politico capace di guidare un paese come l’Afghanistan che sta nuovamente disintegrandosi con la guerra, la corruzione, il narcotraffico. La Nato non riesce ad avere dagli alleati i rinforzi che sarebbero necessari. Ogni contingente Nato ha una sua strategia: gli inglesi sono per l’offensiva, gli olandesi per una strategia difensiva, gli italiani per isolarsi nella propria area nascondendo la propria azione dietro le apparenze della ricostruzione, ecc. Diverse per ogni contingente sono anche le regole operative, quelle comunemente chiamate “di ingaggio”, rendendo arduo l’esercizio del comando. La Nato appare essere così una coalizione di indecisi, mentre i taliban si rafforzano e diventano ogni giorno più aggressivi. Gli americani si ritirano, mentre in Afghanistan tutti sanno che la sopravvivenza dell’attuale governo è legata all’amministrazione americana e alla sua capacità di convincere il mondo a finanziare la ricostruzione.

4.3 Le forze armate americane e quelle Nato sono ormai sempre più chiamate a confrontarsi, come in Iraq, con le conseguenze delle loro stesse azioni: con i civili innocenti che continuano a subire gravi e ripetuti “effetti collaterali” che producono morte e con i rivoltosi che reagiscono a ciò che viene percepito come ingiustizia. La gran parte della gente si oppone ai taliban, ai trafficanti, ai signori della guerra e ha visto di buon occhio l’arrivo delle truppe straniere. Se questo vale ancora in alcune aree, certamente non vale più in quelle regioni dove gli errori della presenza militare sono stati troppi e prolungati, dove tale presenza si è fatta detestare.
La Nato ha ora assunto nelle province meridionali e orientali, anche se in modo subdolo, il compito di Enduring Freedom, la guerra contro il terrorismo. Proprio nel momento in cui l’Afghanistan non è più il focolaio del terrorismo globale ma un paese dove qualcuno cerca di abbattere un regime ritenuto incapace e corrotto sorretto dagli stranieri. Qualcuno forse anche peggiore delle attuali massime autorità, ma che presumibilmente non ha nulla da spartire con il terrorismo.

4.4 I ministri della Difesa della Nato hanno approvato il 28 settembre scorso a Portorose, Slovenia, la quarta fase della missione Isaf che prevede l’allargamento operativo alle province orientali al confine con il Pakistan, assumendo così la piena responsabilità della sicurezza dell’intero territorio afgano. 11.250 mila militari americani di Enduring freedom sono passati così sotto comando Isaf/Nato che, a partire dal febbraio 2007, sarà assunto dal generale americano Dan McNeil. E’ il compimento della fusione delle due operazioni e la conferma definitiva della loro confusione agli occhi degli afgani e dei paesi dell’area (pur rimanendo ancora un nucleo di Enduring Freedom composto dai rimanenti 8000 militari americani). Secondo i dati Nato al 5 ottobre 2006, l’operazione Isaf sull’intero territorio afgano è composta di 31000 militari di 37 paesi (USA 11250, Gran Bretagna 5200, Germania 2750, Olanda 2100, Canada 1800, Italia 1800, Francia 700, Romania 750, Spagna 625, Turchia 475…)

5. Alla ricerca di una “success strategy”, nella chiarezza

5.1 Il gen. David Richards, comandante Isaf, afferma che per vincere i taliban ci vogliono dai tre ai cinque anni. Se si tratta di anni di azione militare, di “guerra” ai taliban, a nostro avviso il generale sbaglia. Sarebbe sufficiente osservare quanto successo in Iraq, ma anche lo stesso recupero e rafforzamento dei taliban in Afghansiatn.
Concordiamo invece con quanti affermano che forse si può ancora recuperare il tempo perduto e rimediare, almeno in parte, agli errori commessi. Nel dubbio, vale la pena di tentare, subito, prima che sia definitivamente troppo tardi, con uno sforzo molto intenso e coordinato, un rinnovato impegno e una nuova e convinta strategia multilaterale per ridare credibilità alle istituzioni afgane e alla presenza internazionale. Più che pensare a un’exit strategy occorre definire e decidere, nel poco tempo che ancora rimane, una “success strategy”, mettendo a punto un programma di aiuti efficaci ai civili, di tutela dei più deboli, di supporto severo alle istituzioni, di ricostruzione del paese, di garanzia della sicurezza, di valorizzazione delle capacità e risorse afgane, di formazione e ampio coinvolgimento e responsabilizzazione delle forze di polizia e delle stesse forze armate afgane. La popolazione deve poter vedere un reale cambiamento e deve poterlo apprezzare per tornare a credere alla presenza internazionale come a una presenza di reale aiuto.
Occorrerebbe cioè un ribaltamento della strategia e dell’azione internazionale che dia priorità alla risposta ai bisogni delle popolazioni e alla ricostruzione rispetto all’azione di guerra. Ma non siamo affatto certi che, anche nel caso di condivisione dell’analisi, la comunità internazionale ne abbia la volontà. Vogliamo continuare a sperarlo.

5.2 Un simile cambiamento non può avvenire, comunque, senza discontinuità. Esso necessita infatti una nuova volontà ed un nuovo impegno internazionale, più ampio di quello dell’Alleanza Atlantica ormai inquinato dalla confusione/identificazione tra l’operazione di guerra Enduring Freedom e la missione Isaf/Nato. Solo da una nuova Conferenza internazionale sull’Afghanistan sotto l’egida dell’Onu, che veda coinvolte le istituzioni e rappresentanze afgane e i paesi confinanti e centro-asiatici oltre a quelli occidentali, potrà uscire la nuova e condivisa volontà politica, la nuova strategia e il nuovo impegno per la ricostruzione, la sicurezza e il rafforzamento delle istituzioni rappresentative. Delegare alla sola Nato, cioè all’Alleanza militare occidentale, il compito di accompagnare il cammino dell’Afghanistan garantendone la sicurezza, è per l’Onu un segno di debolezza e per i paesi centro-asiatici qualcosa di inaccettabile.
L’Italia, nuovo membro del Consiglio di Sicurezza per il prossimo biennio, può prendere l’iniziativa, sollecitando l’Unione Europea ad assumere le proprie responsabilità in questa direzione senza più fuggire di fronte a problemi che sono inesorabilmente anche suoi e dei paesi membri nel loro insieme. Lo auspichiamo vivamente. La necessaria discontinuità non passa infatti dal disimpegno o dal ritiro dell’uno o dell’altro contingente militare dall’Afghanistan, foss’anche il contingente italiano, ma da una piena assunzione di responsabilità della Comunità internazionale, compresa l’Italia e l’intera Unione Europea, basata sulla chiarezza e condivisione degli obiettivi, della strategia e degli impegni politici e delle modalità operative per poterli raggiungere con successo.

5.3 Con la mozione votata dal Parlamento il 27 luglio 2006 il Governo italiano si è impegnato a promuovere nelle sedi internazionali, Onu e Nato in particolare, una riflessione sulla strategia politica e diplomatica in Afghanistan e una verifica costante dei risultati raggiunti. Successivamente, il 26 settembre, otto senatori dell’Unione hanno chiesto l’istituzione di un osservatorio permanente per dare seguito all’impegno di verifica. Nella lettera al presidente Marini, essi mettevano in evidenza che la spesa militare ha superato del 900% quella per lo sviluppo e la ricostruzione. Esprimevano quindi la convinzione che la comunità internazionale debba ridefinire l’intero approccio verso la questione afgana e che gli aiuti per superare l’emergenza povertà e dare risposta ai bisogni debbano essere la priorità assoluta, indispensabile per potere parlare di nation-building e di ricostruzione. Altri parlamentari e membri del Governo si sono pronunciati in proposito sollecitando un’accelerazione della ridiscussione nelle sedi Nato e Onu e spingendo sull’impegno civile e di cooperazione per lo sviluppo del paese, da tenere nettamente distinto da quello militare.
È proprio quanto chiedevano le Ong del Forum Solint nello scorso mese di giugno.

5.4 Per il Governo italiano la prima occasione per chiedere un’attenta verifica della missione Isaf in Afghanistan sarà il summit della Nato di fine novembre, a Riga; summit che dovrà rivedere gli obiettivi dell’Alleanza Atlantica. Si tratta, per l’Italia, di una richiesta ormai ineludibile. Il rafforzamento dell’Alleanza passa attraverso un confronto approfondito e franco e una rigorosa valutazione e verifica del suo operato. Altrimenti sarebbe per l’Italia opportunistica subalternità e rinuncia al proprio ruolo politico. Sull’Afghanistan, in particolare, dove abbiamo assunto responsabilità al più alto livello, non possiamo permettercelo.

6. Il problematico rapporto civile-militare

6.1 L’Italia partecipa all’operazione Isaf/Nato con circa 1900 militari (1100 su Kabul, 800 su Herat), buona parte dei quali, quelli a Kabul, senza diretta responsabilità di comando. Un generale italiano coordina il comando dei Prt (Provincial Reconstruction Team, squadre provinciali di ricostruzione) delle quattro province della regione ovest: Herat, a comando italiano; Farah, americano; Badghis, spagnolo; Ghor, lituano.
I Prt, con l’ambigua definizione di “squadre di ricostruzione” hanno in realtà il compito di “concorrere al processo di espansione della Nato in Afghanistan” (ministro Parisi). Stando a quanto affermato nei documenti ufficiali, i Prt sono una struttura operativa sotto il Comando Isaf/Nato con alcuni scopi primari:
- estendere l’influenza del governo centrale a livello provinciale;
- fornire assistenza e aiuto alle strutture di sicurezza dell’Amministrazione e al disarmo;
- fornire ed addestrare l’esercito e le forze di polizia locali;
- fornire un ambiente sicuro per le organizzazioni e le attività umanitarie;
- facilitare lo scambio di informazioni e sostenere le campagne mediatiche;
- sviluppare progetti di ricostruzione identificati in consultazione con le autorità locali.
Si tratta della realizzazione della strategia Nato volta a “conquistare i cuori e le menti” delle popolazioni attraverso attività umanitarie e di ricostruzione (quali la costruzione di una scuola, la fornitura di materiale scolastico, la riparazione di un piccolo ponte, la distribuzione di medicinali ed altre) a fianco delle attività militari.

6.2 Sempre secondo i documenti ufficiali, il Prt è una struttura mista composta da unità militari e civili. La componente civile del Prt in verità non è riferita alla sua composizione ma a quella parte di attività che va sotto il nome di cooperazione civile-militare. Si tratta dello sviluppo di una nuova strategia dovuta al cambiamento dei teatri operativi della Nato nei nuovi contesti internazionali di crisi, che viene attuata tramite una nuova struttura di comando, la Cimic (Civil-Military Cooperation).
L’interazione tra le forze alleate e il contesto civile governativo e non governativo nel quale operano è considerata infatti cruciale per il successo delle operazioni militari. Queste hanno quindi l’esigenza di coordinare le attività con i governi nazionali e locali e con le organizzazioni internazionali e non governative (Ong) presenti nella stessa area. La struttura Cimic è “il coordinamento e la cooperazione, a sostegno della missione, tra il Comando Nato ai vari livelli e gli attori civili, inclusi la popolazione e le autorità locali, le organizzazioni e internazionali e nazionali, le Ong”.

6.3 Non è quindi la “componente civile” del Prt che svolge le attività di ricostruzione di ambulatori, scuole, ospedali, pozzi, sistemi idrici… , cosa di per sé già problematica dal punto di vista della fedeltà ai principi umanitari, ma sono gli stessi militari della struttura Cimic a farlo in relazione con le Autorità civili locali e utilizzando i loro mezzi logistici e di sicurezza. Si tratta delle stesse attività da sempre e ovunque realizzate dalla cooperazione civile, sia governativa che non governativa (a costi indubbiamente inferiori e con un rapporto con le popolazioni più trasparente).
Da qui nasce l’ambiguità e la confusione che le Ong umanitarie continuano a denunciare, fino ad esprimere gesti estremi come decidere di rinunciare a svolgere attività nelle aree adiacenti ai Prt. Le Ong devono in ogni caso salvaguardare la loro autonomia, indipendenza, neutralità umanitaria e laddove non c’è chiarezza, dove non c’è severa distinzione tra i compiti, gli spazi, le attività dei militari e quelle delle Ong, dove la sfera umanitaria viene inquinata da strumentalizzazioni ed è subalterna ad altre finalità, allora le organizzazioni non governative si sentono obbligate a prendere le distanze, fino ad allontanarsi da tali contesti.
Anche per quanto riguarda l’azione di ricostruzione e di sviluppo, siamo convinti che spetti alle amministrazioni e alle organizzazioni civili provvedere alla valutazione, programmazione e realizzazione di tali interventi, coinvolgendo e responsabilizzando le popolazioni.
Una netta distinzione si impone in questo ambito, al fine di evitare ogni sorta di confusione tra l’azione militare e quella delle organizzazioni civili, in particolare quella delle organizzazioni umanitarie e di sviluppo.

6.4 In realtà le popolazioni e le amministrazioni locali chiedono alle forze internazionali sicurezza su tutto il territorio. Condizione fondamentale per poterlo amministrare, per consolidare le istituzioni decentrate, programmare interventi di ricostruzione e di sviluppo sociale e infrastrutturale, permettere alle popolazioni sfollate di fare ritorno a casa e a quelle presenti di progettare e programmare il proprio futuro. Senza garanzia di sicurezza, ogni sforzo per la ricostruzione sarebbe vano. Gli afgani non si aspettano dalle forze internazionali interventi umanitari o di ricostruzione (anche se vale anche per loro il proverbio “a caval donato non si guarda in bocca”), ma di essere tutelati e assicurati nei movimenti e nelle loro attività quotidiane. Attesa che rimane purtroppo ancora tale in molte regioni.

6.5 Le organizzazioni non governative hanno suggerito raccomandazioni per un ripensamento dei Prt al fine di salvaguardare i principi umanitari e il rispetto della sfera umanitaria. Ne citiamo alcune.
- Ogni soggetto svolga le proprie specifiche attività, quelle per cui è preparato e formato, seguendo la propria mission, senza ambiguità e confusione di ruoli e evitando sprechi e danni irreparabili. I militari dei Prt devono focalizzare le proprie attività, con risorse e mezzi adeguati, sul loro mandato specifico: garantire la sicurezza alle popolazioni, allo sviluppo del processo istituzionale ed alle attività delle amministrazioni locali. Dato il grave deterioramento della sicurezza in Afghanistan, questa raccomandazione andrebbe presa in seria considerazione.
- Se i Prt fossero chiamati a sostenere attività di ricostruzione (cosa non auspicabile) devono indirizzarsi su progetti infrastrutturali di ampia portata a sostegno delle amministrazioni e non su iniziative che sono da sempre nell’ambito degli interventi umanitari quali la salute, l’educazione, l’acqua, la nutrizione. Le Ong hanno sperimentato sulla propria pelle che le “attività umanitarie” condotte dai Prt hanno portato all’erosione della sicurezza delle organizzazioni umanitarie, perché viste in una sovrapposizione con i militari e rapidamente confuse con loro.
- È comunque auspicabile che, pur nella severa distinzione dei ruoli e delle posizioni, si sviluppi un dialogo tra i Prt e le amministrazioni pubbliche e comunità locali, le organizzazioni internazionali e le Ong. L’ascolto dei diversi attori sul territorio potrebbe giovare a svolgere meglio il proprio mandato evitando rischiose sbavature.

6.6 Le Organizzazioni umanitarie, multilaterali e non governative, hanno prodotto ormai una preziosa serie di analisi e proposte sul rapporto civile-militare. In Italia non c’è ancora stato un serio approfondimento, se non tra pochi addetti ai lavori. È giunto il tempo che istituzioni governative, politici, Difesa e Ong affrontino con serietà questo tema che riguarda l’attualità ma riguarderà probabilmente, e forse maggiormente, il prossimo futuro.

7. Gli aiuti e la ricostruzione

7.1 Anche se nel contesto afgano la comunità internazionale non può limitarsi agli aiuti umanitari e alla ricostruzione, questa componente, insieme a quella politica e militare, è essenziale e prioritaria. Uno dei più gravi errori è stato proprio di avere sottovalutato, realizzandola in modo insufficiente, quella che può essere considerata la parte fondamentale della strategia politica della “lotta al terrorismo”, quella dell’aiuto e della cooperazione per assicurare efficaci risposte ai bisogni primari delle popolazioni, garantire la ricostruzione e promuovere lo sviluppo dell’Afghanistan. L’aiuto umanitario e la cooperazione hanno già dato positivi risultati, ma in modo limitato e non continuativo: vanno ora ampliati, in stretto legame con le istituzioni afgane, al fine di dare risposte efficaci ai bisogni primari. Se alcune infrastrutture importanti sono state realizzate, le condizioni di povertà della gente sono invece le stesse e le aspettative sono rimaste deluse, mentre si è lasciato spazio ad ogni forma di prepotenza, di illegalità e di corruzione. Il senso di frustrazione si è diffuso, favorendo lo sviluppo di forze antigovernative e in alcune aree il ritorno dei taliban. Occorre ribaltare la direzione di marcia, dando priorità a queste tipologie di intervento, più efficaci e meno costose di quelle militari. Aumentare e qualificare l’azione di cooperazione da parte della Comunità internazionale, e quindi anche da parte dell’Italia e dell’Europa, deve divenire la preoccupazione dominante e la prova della reale assunzione di responsabilità.

7.2 Lo sforzo italiano di aiuto e di cooperazione, come quello di qualsiasi altro paese, non avrebbe la necessaria efficacia se non collegato e coordinato con quello dell’insieme dei paesi e delle organizzazioni internazionali. L’esperienza, oltre che la ragione, dimostrano che gli aiuti scoordinati, fatti più per interesse di bandiera che per il bene delle popolazioni, non raggiungono i risultati che intendono produrre. Anche per definire questo piano coordinato di aiuti visibili ed efficaci e di interventi di ricostruzione e di sviluppo, l’auspicata Conferenza internazionale sull’Afghanistan dovrà essere realizzata quanto prima. Il coinvolgimento e l’assunzione di responsabilità del più ampio numero di paesi insieme alle Autorità afgane e le decisioni politiche che ne scaturiranno devono essere accompagnate, questa volta davvero, da un piano preciso e circostanziato per aiutare l’Afghanistan ad uscire dal baratro in cui si trova da ormai troppi anni.

7.3 Affermare che l’indispensabile assunzione di responsabilità deve comportare una forte, decisa e riconoscibile azione di cooperazione significa anche assicurare i necessari finanziamenti per poterla realizzare. Le promesse costantemente disattese o solo parzialmente attuate creano sfiducia, frustrazioni e reazioni negative. Specie se si mettono a confronto (e gli afgani lo fanno, come noi) i fondi spesi per le attività militari con quelli spesi per la ricostruzione. Il costo delle operazioni militari è stato dal 2002 ad oggi di circa 82 miliardi di $, nove volte di più di quanto è stato speso per finanziare lo sviluppo, 7,3 miliardi.
Nel 2004, la seconda Conferenza internazionale per l’aiuto all’Afghanistan tenutasi a Berlino si è impegnata per 8,3 miliardi di $, mentre quella del 2006 a Londra per 10,5 miliardi. Cifre sempre molto inferiori rispetto a quelle militari, con la differenza che queste vengono sempre erogate e spese, mentre quelle per gli aiuti e la cooperazione rimarranno in parte, ancora una volta, mere promesse.
La cooperazione italiana ha seguito un rapporto di sei a uno. I finanziamenti al contingente militare sono di 320 milioni € l’anno, mentre la cooperazione ha speso complessivamente 230 milioni negli ultimi quattro anni. Ma il continuo ricorso ai tagli dei fondi della cooperazione per “risanare il bilancio dello Stato” è un segno preoccupante, di poca serietà ed è una pessima premessa per quell’assunzione di responsabilità verso la crisi afgana che il nostro Paese, membro del Consiglio di Sicurezza e dell’Unione europea, dovrebbe sentire il dovere di caldeggiare e favorire.

8. Le strategie regionali

8.1 A livello regionale, il problema non è solo il Pakistan. Anche l’Iran ha un forte peso, insieme agli altri vicini come India, repubbliche centro-asiatiche, Russia che non gradiscono la presenza americana e stanno finanziando propri movimenti di contrasto. Sarebbe dovuto essere compito vitale della Nato, che ha assunto il compito della sicurezza e della stabilità in Afghanistan curare i rapporti con i paesi vicini, il Pakistan e l’Iran in particolare. Per farlo in modo efficace avrebbe dovuto assumere posizioni diverse da quelle del governo americano o comunque più attenuate e aperte al dialogo, specie rispetto all’Iran. Con il comando (anche se indiretto) americano, non può farlo.
È necessario comunque che nella regione cambi radicalmente la strategia politica occidentale, quella americana e quella europea, in particolare. La prima dovrà aprirsi al dialogo regionale e alla partecipazione multilaterale preferendo la diplomazia, il negoziato e la politica alle armi, la seconda dovrà convincersi che non può più rifiutare di assumere il proprio ruolo e le proprie responsabilità politiche presentandosi con un’unica voce e strategia politica. Gli interessi nazionali dei singoli paesi membri, in questo caso, come d’altronde nel caso iracheno, assumono un’importanza ben limitata e comunque miope e impediscono l’indispensabile assunzione collettiva di responsabilità.

8.2 Occorrerà cioè riuscire ad attenuare le contrapposte strategie politiche nella regione che suscitano e alimentano instabilità, favorendo il jihadismo globale e il fondamentalismo: gli scontri tra Afghanistan e Pakistan, gli interessi e l’ambigua posizione di quest’ultimo verso il paese vicino, le influenze del conflitto indo-pakistano, gli interessi dell’Iran, della Russia, dell’India, delle Repubbliche centro-asiatiche, la mal sopportata presenza americana nella regione, le differenze geostrategiche tra Usa e Ue e tra gli stessi paesi Ue. La Conferenza internazionale non potrà trovare soluzioni a così profonde diversità ma, se gestita bene e con la partecipazione attiva dei paesi confinanti e di quelli dell’area, potrà ottenere la loro collaborazione per porre severi argini alle infiltrazioni jihadiste, anche nel loro stesso interesse. Essa potrà dare inoltre indirizzi utili per una visione rinnovata dell’Afghanistan e della regione, come realtà che riguarda anche i nostri destini futuri e non solo i nostri interessi immediati.

8.3 Rafforzare l’iniziativa e l’azione politica internazionale, potenziando il multilateralismo, il ruolo politico e la presenza europea, il coinvolgimento dei paesi dell’area il dialogo interno afgano, è la via obbligata per riuscire a definire e realizzare una “success strategy”. Il tempo non gioca a favore, corre anzi rapidamente in direzione opposta. Questa presa di coscienza deve spingere il mondo occidentale, e gli Usa e l’Europa in particolare, verso un reale cambiamento di strategia ed una accelerazione dei tempi.
La presenza militare internazionale rimarrà così uno degli elementi di valutazione e di decisione, e nemmeno il principale, e sarà determinata sulla base delle reali necessità e di scelte condivise che da esse dipenderanno. Considerarla una questione interna alla politica italiana sarebbe semplicemente disastroso.


Nino Sergi, INTERSOS,

per il Forum Solint.

 

 

 
 

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