
AFGHANISTAN
L’URGENZA
DI DECISIONI POLITICHE NON PIÙ RINVIABILI
8 Novembre
2006
Al fine di rendere trasparente una missione divenuta confusa,
nel giugno scorso le Ong del Forum Solint (Cisp, Coopi,
Cosv, Intersos, Movimondo) evidenziavano al Governo italiano
tre priorità:
1. La fine della partecipazione italiana all’operazione
Enduring Freedom.
2. La richiesta, in sede Nato, di una seria valutazione dell’operazione
Isaf, dei suoi obiettivi e modalità operative, esigendo
chiarezza al fine di poter assumere decisioni coerenti.
3. L’ampliamento del programma di aiuto e cooperazione a
supporto delle realtà pubbliche e della popolazione in
Afghanistan, distinguendo e separando le azioni di cooperazione
da quelle militari.
Questa nuova nota predisposta per il
Forum Solint da INTERSOS, organizzazione umanitaria che opera in
Afghanistan dal 2001, intende offrire elementi di analisi, di valutazione
e di proposta al Governo ed alle forze politiche italiane, anche
in vista del prossimo dibattito parlamentare sul rinnovo de finanziamento
della missione militare.
1. Le operazioni militari in Afghanistan
1.1 Sono passati quattro mesi dal voto parlamentare
sulle missioni militari.
La missione Antica Babilonia, in Iraq, sta finendo i preparativi
per chiudere definitivamente la partecipazione ad un’avventura
militare sciagurata e disastrosa che non avrebbe mai dovuto avere
inizio.
In Afghanistan, la partecipazione italiana alle operazioni Isaf/Nato
continua senza che il Governo abbia ottenuto in sede Nato le necessarie
e chiare risposte alla domanda principale che oggi si impone con
urgenza: che ci stiamo a fare? E più in
particolare: con quali obiettivi, con quali regole operative (di
ingaggio), con quali strumenti e capacità, per quanto tempo?
1.2 Anche se rifiutiamo decisamente che la
guerra possa essere lo strumento per risolvere le controversie internazionali,
riteniamo che in alcuni particolari contesti, a salvaguardia della
vita e sicurezza di collettività in pericolo, la presenza
militare possa essere necessaria. Non di guerra si tratta,
ma di imprescindibile impegno della comunità internazionale
a tutela delle popolazioni o per la stabilizzazione e la pacificazione
dopo un conflitto. Pensiamo alla scellerata decisione delle Nazioni
Unite di ritirare il proprio contingente in Ruanda nel 1994, invece
di potenziarlo. Pensiamo alla supplica delle organizzazioni umanitarie
al Consiglio di Sicurezza nel 2003 perché fossero inviati
adeguati contingenti militari in Congo a tutela dei gruppi etnici
in pericolo. Pensiamo alla Bosnia abbandonata per anni alla violenza
fratricida, dove ancora oggi il ritiro dei contingenti militari
potrebbe significare, come in Kosovo, la ripresa delle ostilità.
Pensiamo all’esigenza di una forza di tutela e interposizione
in Darfur come ora in Libano e come sarebbe auspicabile in Palestina.
E altri casi ancora.
Tale presenza militare non deve mai rappresentare, in ogni caso,
lo strumento principale o, peggio ancora, l’unico strumento
di intervento in quei particolari contesti. Senza l’azione
politica, basata sul dialogo, sull’ascolto, sulla
comprensione dei problemi, su coerenti decisioni condivise, qualsiasi
presenza militare diventa alla lunga inefficace, inopportuna e dannosa.
1.3 L’operazione Isaf (Internationali
Security Assistance Force) in Afghanistan non è nata come
azione di guerra. A Bonn, alla fine del 2001, erano presenti tutti:
i rappresentanti delle varie comunità tribali afgane, le
Nazioni Unite, e molti altri paesi ed organizzazioni internazionali.
È stata un’iniziativa sotto l’egida dell’Onu,
multilaterale, che ha prodotto decisioni concordate e legittime.
Compresa quella dell’invio di una forza multinazionale in
Afghanistan per garantire la sicurezza alle nuove istituzioni
transitorie che dovevano assumere il difficile compito di governare
il paese. Anche se funzionale ala strategia americana,
l’operazione Isaf non aveva il compito di combattere qualcuno,
ma di permettere l’avvio della nuova fase politica. Due le
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza: la n. 1386 del 20 dicembre
2001 che autorizza la missione sotto il cap. VII della Carta Onu
e la n. 1510 del 13 ottobre 2003 che ne ha esteso il mandato.
1.4 Se c’è stato un limite, esso può
essere identificato nell’incapacità o la non volontà
di assicurare una presenza militare più ampia, non limitata
alla sola area di Kabul ma diffusa da subito su tutto il territorio
per assicurarne la sicurezza e garantire pace e protezione alle
popolazioni. Le province, schiacciate dalla prepotenza dei warlords
o insidiate dall’influenza talebana, avevano infatti bisogno,
in quella fase delicata, di una significativa presenza esterna
protettiva per permettere il cambiamento. Non si è
avuto il coraggio di farlo. È mancata soprattutto la volontà
del governo americano che voleva riservarsi una piena libertà
di azione sul territorio, senza vincoli e mediazioni degli alleati.
Mancanza che non è stata senza conseguenze. Si è data
priorità all’operazione di guerra Enduring Freedom,
la guerra “ai terroristi”, rispetto all’operazione
di tutela e sicurezza Isaf, lasciando così sul territorio
mano libera al dilagare di poteri mafiosi, del malaffare, della
coltura dell’oppio, favorendo in alcune regioni il ritorno
e la “tutela” dei taliban.
1.5 I militari di Enduring Freedom,
proiettati contro Bin Laden e i capi taliban, hanno agito duramente,
con regole operative molto “robuste”. Bombardando di
continuo e senza nemmeno chiedere autorizzazioni al Governo, hanno
spesso colpito civili innocenti, in particolare
nelle province centro e sud orientali. Le stesse perlustrazioni
nei villaggi sono brutali. In questo modo Enduring Freedom ha gettato
interi villaggi nelle mani dei taliban e destabilizzato l’autorità
di Karzai e delle Amministrazioni provinciali. Non ha importanza
che il piano fosse diverso: i militari americani colpiscono i taliban
(spesso solo presunti) nei villaggi, successivamente la polizia
afgana interviene a bonificare la zona, infine l’amministrazione
civile pianifica gli interventi che servono agli abitanti e alla
comunità (scuole, pozzi, ecc). La realtà è
stata ed è purtroppo tragicamente diversa. I poliziotti,
mal equipaggiati ed addestrati, guadagnano 75 dollari al mese: il
saccheggio dei villaggi diventa l’occasione per arrotondare
il salario. E dopo di loro non arriva alcuna amministrazione civile
a provvedere alle opere necessarie al villaggio. Tornano invece
i taliban, forti come prima, che a loro volta incutono terrore uccidendo
maestri, chiudendo scuole e imponendo le loro ossessioni.
1.6 Quando nel 2003 Isaf/Nato, sempre su mandato
delle Nazioni Unite, ha finalmente iniziato ad operare nelle province
del nord per poi estendersi a quelle occidentali, la situazione
era ormai compromessa. La sovrapposizione tra Enduring Freedom
e Isaf è stata inevitabile. Come inevitabile è
stata la confusione tra le due operazioni agli occhi degli afgani.
Sovrapposizione e confusione che si presenta ancora più accentuata,
ora, nelle province meridionali e, a breve, in quelle orientali.
E’ proprio questa confusione che ha portato le Ong italiane
finora a rifiutare di operare nella provincia di Herat dove risiede
il contingente italiano del Prt, mentre continuano a farlo in altre
province. Senza chiara e riconoscibile distinzione e separazione
dei ruoli e delle attività, troppo alto è il rischio
di essere visti e vissuti, anche noi organizzazioni umanitarie,
in modo equivoco e confondibile con i militari italiani.
1.7 Nello scorso mese di giugno sottolineavamo che
il problema su cui doveva essere posta l’attenzione dell’Italia
non doveva prioritariamente essere il ritiro dall’Isaf, nonostante
la confusione evidenziata, ma la verifica della fedeltà al
suo mandato e la messa in atto di modalità efficaci perché
la presenza multinazionale di stabilizzazione e sicurezza rimanesse
tale, sia nelle sue regole operative che nel vissuto degli afgani.
Chiedevamo che il Governo italiano provvedesse in sede Nato
ad un’attenta valutazione della situazione, dei risultati
e degli insuccessi rispetto agli obiettivi stabiliti, portando estrema
chiarezza sulle reali finalità della presenza militare
“a supporto e rafforzamento delle istituzioni afgane centrali
e periferiche”, sugli obiettivi generali e per provincia,
sugli strumenti e mezzi da impiegare, sulle modalità operative,
sui sistemi di comando e di guida politica della missione, sulle
strategie da adottare. Verificasse quindi se sussistano tuttora
le condizioni perché Isaf possa rimanere nel solco del mandato
ricevuto: quello di sostenere le istituzioni afgane e la loro azione
a livello centrale e provinciale garantendo, con presenze e mezzi
adeguati, la sicurezza del territorio e delle popolazioni.
1.8 La fine dell’operazione Isaf non
sarebbe infatti senza conseguenze. Non significherebbe la fine della
violenza, come tutti auspichiamo. Non creerebbe una situazione
migliore. Sarebbe l’avvio di scontri tra prepotenze tribali
rappresentate da signori della guerra, sempre più forti e
armati, pronti ad agire per conquistarsi maggiori spazi di potere
e di malaffare. O sarebbe il ritorno, altrettanto feroce e oscuro,
dei taliban con le loro ossessioni e pubbliche atrocità.
Anche se la situazione in Afghanistan è carica di problemi,
di errori gravi e ripetuti, di visione politica povera se non semplicemente
assente, le popolazioni afgane, che sono la nostra priorità,
non ne trarrebbero immediato giovamento. Di questo dobbiamo essere
certi. E questo dovrebbe, a nostro avviso, guidare le valutazioni
e le scelte politiche. Per sapere cosa potrebbe significare la partenza
immediata delle truppe straniere basti ricordare che dopo la ritirata
sovietica nell’89 più di sei milioni di afgani si sono
rifugiati in Pakistan e in Iran e, tra il ’92 e il ’94,
per la conquista di Kabul furono uccise circa 50 mila persone riducendo
in macerie la città e provocando un altro milione di sfollati
interni e il conseguente arrivo “salvifico” dei taliban.
1.9 Rimane comunque il fatto che, a cinque anni dalla
fine della guerra, incominciano ad apparire le prime avvisaglie
di una possibile sconfitta delle truppe Nato, come quella subita
dai Sovietici nell’89 o, prima ancora, dai Britannici nell’800
e agli inizi del ‘900.
Ancora una volta, è stato dimostrato che è più
facile fare una guerra (sempre più con bombardamenti aerei
per non subire danni e vittime) che non gestire il momento più
delicato e difficile, quello del dopo guerra. La Comunità
internazionale dimostra, troppo spesso, di non avere alcuna strategia
o idea precisa in merito, ma di procedere per tentativi per lo più
carenti se non errati. È la mancanza di capacità
politica che, con regolarità, si manifesta nella gestione
delle crisi e delle situazioni di post-conflitto. Non si
tratta di scaricare responsabilità sul solo Governo americano:
anche i paesi alleati, l’Europa, l’Italia sono altrettanto
responsabili per non avere osato avviare un confronto politico,
anche duro, durissimo se necessario, di fronte ai palesi errori
che si andavano commettendo con lampante evidenza e che venivano
ammessi solo quando divenuti ormai irrimediabili. In Iraq, certo,
ma anche in Afghanistan. Si è preferito il silenzio o il
mugugno, accodandosi “per ragioni di alleanza” e accettando,
quando non coprendo, le idiozie, le scelte sbagliate ma testardamente
confermate, perfino gli orrori (meritoriamente evidenziati dai media).
Sciagurata alleanza quella che rimane cieca e assecondante. In Iraq
sarà molto difficile porvi rimedio. In Afghanistan c’è
ancora qualche possibilità, ma va cercata e attuata subito.
1.10 Procedere ora in Afghanistan solo per
dovere di alleanza, in una inevitabile escalation militare “di
contrattacco” che potrebbe non avere limiti prevedibili,
piuttosto che nella realizzazione di una progettualità
politica multilaterale più ampia possibile, chiara
negli obiettivi e partecipata, condivisa dagli afgani e realizzata
coinvolgendo e responsabilizzando gli afgani, dotata dei mezzi necessari
e adeguati alla difficilissima realtà, potrebbe portare
ad una dolorosa e catastrofica fine. A pagarne le conseguenze
sarebbe, ancora una volta e prima di tutti, la popolazione afgana.
2. Gli errori e l’attuale situazione
2.1 La lotta al terrorismo in Afghanistan
ha avuto, in un primo momento, una visione e strategia politica
ma, invece di essere perseguita con decisione, è stata purtroppo
dimenticata o comunque gestita male od in modo gravemente insufficiente.
Con la fine della guerra, era comune la convinzione che, per avere
successo, la lotta al terrorismo doveva al contempo fornire ingenti
aiuti immediati, assicurare pace e sicurezza e garantire l’avvio
della ricostruzione. Si doveva cioè dare un segnale
di vero cambiamento, tangibile e positivo, assicurando così
credibilità alle nuove istituzioni democratiche e impedendo
ogni occasione di “richiamo” da parte dei taliban.
L’azione è stata concentrata invece sulla caccia a
Bin Laden e ai suoi complici (facendo l’errore di chiamare
guerra, attuandola, un’operazione finalizzata a cercare, trovare
e rendere inoffensivi terroristi in gran parte mescolati alla gente)
e sulla sola tutela del governo centrale. Si è così
ignorato quasi completamente il territorio afgano e le sue esigenze
di sicurezza, di cambiamento e di ricostruzione. Con grande ritardo
le forze Isaf si sono dispiegate al nord, all’ovest e –
dopo ben cinque anni – al sud, ma la scarsa presenza militare
sul territorio ha impedito che fosse assicurata in modo pieno e
permanente la sicurezza di cui tutti sentivano la necessità
e di cui la ricostruzione aveva bisogno. Non vi è stato controllo
del territorio, nelle campagne, sulle vie di comunicazione, nelle
grandi città. Le prepotenze tribali, i loro piccoli ma feroci
dittatori e i taliban sono stati lasciati liberi di riorganizzarsi.
Questi ultimi, in particolare, hanno riempito negli anni il vuoto
politico e militare, captando e assecondando il senso di frustrazione
della gente nelle aree più difficili.
2.2 Tutte le più importanti promesse
sono rimaste deluse: costruire la democrazia, ricostruire
il paese garantendo i servizi essenziali, avviare lo sviluppo. Le
città sono sovrappopolate, il lavoro rimane scarso per milioni
di profughi che vi fanno ritorno, poche o nulle le opportunità
per i giovani in un paese con il 45% della popolazione sotto i 18
anni, per nulla sostenuta la ricostruzione della società
civile. L’inutile guerra in Iraq (ma anche la crisi con l’Iran,
il Medio Oriente) ha sottratto all’Afghanistan risorse, denaro,
attenzione, impegno e militari. E la poca attenzione americana ha
comportato altrettanta poca attenzione degli altri paesi. È
mancata così una seria strategia, con conseguente iniziativa
politica, sia da parte delle leadership occidentali che di quella
afgana.
2.3 Eppure, già nel gennaio 2002, la Conferenza
internazionale di Tokyo sulla “Ricostruzione e l’Assistenza
all’Afghanistan” aveva evidenziato necessità
per 5 miliardi di dollari per i primi trenta mesi e 15 miliardi
per il decennio. Il presidente della Banca Mondiale, Wolfensohn,
affermava allora: “E’ imperativo che le Autorità
afgane e la comunità internazionale mostrino rapidi e tangibili
benefici al popolo afgano. La lotta contro la povertà è
centrale per il rafforzamento della pace e la stabilità.
Il popolo afgano ha bisogno del nostro aiuto immediato”. Non
avere ricostruito con rapidità quanto distrutto dai taliban
e dalla guerra è stato un gravissimo errore politico
della comunità internazionale. Ancora oggi, solo il 23% della
popolazione accede all’acqua potabile e molte canalizzazioni
sono rimaste distrutte o danneggiate; il 10% beneficia dell’energia
elettrica e a Kabul un milione di persone su tre, a giorni alterni
e solo per poche ore al giorno. Rimangono da ricostruire scuole,
case, ospedali, strade. Venti anni di conflitti avevano distrutto
ogni istituzione governativa e sociale e i 909 milioni di $ in aiuti
assicurati nel 2002 corrispondono appena ad una ventesima parte
dei 20 miliardi di $ allocati all’Iraq dopo la guerra.
Alle promesse mancate, si deve aggiungere lo scoordinamento degli
aiuti che hanno visto ogni paese andare per proprio conto, l’incapacità
dell’UE e dei paesi membri di individuare una strategia e
un programma di interventi comune, l’esagerata presenza e
parcellizzazione delle Agenzie e del personale internazionali a
detrimento delle capacità afgane e dei finanziamenti per
la ricostruzione.
2.4 Anche le responsabilità afgane
sono immense. La corruzione è talmente diffusa,
il governo così latente e il divario tra ricchi e poveri
così ampio che Karzai sta perdendo il sostegno dell’opinione
pubblica. Ben poche delle sue promesse si sono realizzate e i suoi
compromessi sono male tollerati. Le inchieste sugli scandali del
governo sono insabbiate; l’economia è nelle mani di
mafia e narcotraffico; la corruzione dei giudici impedisce la giustizia;
i vertici della polizia e i governatori corrotti restano al loro
posto. Tanto per citare alcune tra le più vistose e conosciute
nefandezze.
2.5 Occorre comunque tenere presente che, partendo
dal livello di grande sfacelo causato da decenni di guerra e dal
regime talebano, quanto realizzato in Afghanistan non va assolutamente
sottovalutato. Le scuole e le università sono state riaperte,
le ragazze - pur nei limiti imposti dalla tradizione - possono frequentare
i vari cicli scolastici fino a quello universitario, i libri circolano,
le istituzioni sono state ricostituite attraverso il voto popolare
che, anche se in modo incompiuto e lacunoso, ha cercato di circoscrivere
i poteri e ha permesso una pluralità di voci, comprese quel
28% di donne elette al Parlamento, anche la giustizia sta riprendendo
il suo corso... Tutto questo grazie all’aiuto internazionale
e all’impegno di afgane e afgani che credono nel proprio
futuro e nella possibilità di realizzarlo, che sono
pronti ad affrontare minacce e gravi rischi e che vanno quindi sostenuti,
appoggiati e difesi. È necessario tenere sempre presenti,
riconoscendole entrambe, le due facce della medaglia della realtà
afgana.
2.6 È mancata infine una strategia
politica anche nel rapporto americano e occidentale
con il Pakistan. Frequenti sono gli scontri tra Karzai
e Musharraf, mentre ambigua e ambivalente rimane la posizione pakistana.
Eppure è lì, tra Afghanistan e Pakistan che prospera
il jihadismo globale e trova forza, continuando a crescere, il fondamentalismo
islamico che minaccia Afghanistan, Pakistan, i paesi dell’Asia
centrale e il Medio Oriente. D’altro canto Musharraf sa che
non può vincere le elezioni senza l’appoggio dei partiti
fondamentalisti; mentre i servizi segreti pakistani finanziano i
taliban, anche come reazione all’alleanza Usa-India a cui
partecipa l’Afghanistan.
3. La questione dell’oppio
3.1 I taliban sono ritornati nelle province del sud
e l’insicurezza e la paura si sono propagate. A Kandahar i
lavori infrastrutturali sono stati interrotti dalle imprese che
hanno preferito ritirarsi; gli stranieri occidentali delle organizzazioni
umanitarie, hanno dovuto lasciare l’area, divenuta pericolosa.
I taliban sono in mezzo alla gente e con essa si confondono;
affiggono proclami che invitano ad uccidere chi lavora per il governo
o gli stranieri. Erano sì fuggiti, ma non erano stati sconfitti.
Lo si sapeva, ma è stata comunque ridotta progressivamente
la presenza militare nell’area. I taliban hanno saputo approfittare
degli errori e delle incertezze e debolezze della presenza internazionale
per riorganizzarsi e rafforzarsi: hanno avuto cinque anni per farlo.
Se la presenza militare americana nella provincia di Kandahar aveva
da un lato ripristinato il potere locale, l’energia elettrica,
le possibilità di lavoro nei progetti di ricostruzione, dall’altro
aveva lasciato agire i trafficanti di droga e i potentati locali.
È prosperata così la coltivazione del papavero che
ha significato lavoro e reddito per migliaia di persone e traffici
enormemente redditizi.
L’arrivo della Nato nelle province del Sud ha dato avvio,
anche se in modo incerto, alla lotta alla droga e alla coltivazione
del papavero. Ciò ha significato, per migliaia di persone,
la perdita di un reddito regolare, anche se spesso pagato “in
natura” con parte della stessa produzione. L’effetto
è stato anche il rafforzamento dei taliban, visti come alleati
- pur non desiderati - per riuscire a riappropriarsi della coltura
dell’oppio e, con essa, della propria fonte di sussistenza.
Se la gente di Kandahar avesse lavoro e possibilità di reddito,
se la ricostruzione ripartisse e contribuisse a questo scopo, se
fosse garantita l’erogazione dell’energia elettrica,
se i contingenti dell’Isaf riuscissero a rimuovere l’amministrazione
corrotta, se riuscissero a controllare la frontiera con il Pakistan
garantendo maggiore sicurezza … allora la gente non cercherebbe
la propria tutela nei taliban. Lo stesso discorso può essere
fatto anche per le altre cinque province meridionali dove Isaf ha
preso il posto di Enduring Freedom.
3.2 Kandahar e Helmand sono le due province con la
maggiore produzione di eroina di tutto l’Afghanistan, dove
i contadini coltivano il papavero per sopravvivere. Dal
2005 i taliban hanno stretto alleanza contro il governo con ogni
probabilità con parte delle stesse autorità locali
coinvolte nel traffico della droga. Altre province, altri contadini,
altri trafficanti e altre autorità locali sono ormai dominate
da questa fonte di reddito e di profitto. L’Afghanistan produce
il 90% dell’oppio mondiale, ma non esiste una strategia
chiara, comune e condivisa, sia a livello
afgano che internazionale, su come affrontare il problema. Sembra
assurdo, ma è così.
3.3 Da un lato, l’Ufficio delle Nazioni
Unite contro la droga e il crimine, Unodc, considera inevitabile
l’abbandono delle coltivazioni, pur riconoscendo
che ben 2,9 milioni di afgani, il 12,6% della popolazione, vivono
dell’economia dell’oppio. Riconosce inoltre che solo
l’1,9% dei coltivatori non ha riscontrato problemi una volta
abbandonata la coltura del papavero a seguito delle distruzioni
delle coltivazioni, mentre il restante 98,1% non riesce più
a mantenere la famiglia, ad avere prestiti e si trova costretto
a trasferirsi in altre zone per riprendere la coltivazione della
droga. L’Unodc afferma giustamente che il problema non è
militare ma sociale e propone un significativo ed immediato rafforzamento
degli aiuti per lo sviluppo, considerando che il rientro nella legalità
possa avvenire solo con un processo di crescita alternativo ala
ricchezza dell’oppio e di miglioramento delle condizioni di
vita e di benessere.
3.4 Dall’altro lato, esperti e politici suggeriscono
di non ripetere esperienze come quella colombiana e propongono
l’acquisto delle migliaia di tonnellate di oppio
per essere usate dalla medicina, data la carenza di morfina per
la terapia antidolore, specie il dolore cronico, ancora non sufficientemente
sviluppata. In questo modo si continuerebbe a garantire lavoro e
reddito alla gente pur combattendo i trafficanti in modo efficace.
La produzione è giunta quest’anno in Afghanistan a
6100 tonnellate (4.600 t. nel 1999, calo a 200 t. nel 2001; ripresa
a 4.100 t. nel 2005). Si tratta di 6.100.000 kg che, a 110 $ al
kg, prezzo garantito dai narcotrafficanti, rappresenterebbero un
costo complessivo di 671 milioni di dollari. Un costo inferiore
al finanziamento di 700 milioni di dollari approvati dal Senato
Usa per “combattere la massiccia produzione afgana d’oppio”.
3.5 Sta di fatto che la mancanza di un strategia
comune e di coerenti e decise azioni contro il narcotraffico,
senza negare alle popolazioni la possibilità di sussistenza,
stanno favorendo i narcotrafficanti che, grazie agli inesauribili
profitti, assumono sempre più potere, corrompendo le pubbliche
amministrazioni e favorendo l’alleanza con le forze talebane,
finanziandole e sostenendole in funzione antigovernativa per garantirsi
la continuità e il rafforzamento della loro condizione di
potere.
4. Sicurezza e strategia militare
4.1 La situazione della sicurezza sta peggiorando.
Anche se Afghanistan e Iraq rappresentano due situazioni totalmente
diverse, incominciano ad esserci preoccupanti segnali di progressiva
irachizzazione del contesto afgano. La relazione al Parlamento
del Cesis, Comitato esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza,
dello scorso settembre, evidenzia in particolare: esplosioni quotidiane,
ricorso crescente agli attentati suicidi, ampio uso di armi artigianali
e fortemente esplosive, impiego di sequestri, mediatizzazione di
uccisioni di collaborazionisti. La popolazione di Kabul ha imparato
a stare alla larga da qualsiasi mezzo delle truppe straniere. La
strada Kabul-Jalalabd è colpita più volte al mese
e al sud è guerra aperta. Le grandi speranze suscitate dalla
sconfitta del regime talebano si stanno spegnendo e cresce nella
popolazione la percezione degli stranieri come invasori.
4.2 Non si vede alcuna strategia e piano politico
capace di guidare un paese come l’Afghanistan che sta nuovamente
disintegrandosi con la guerra, la corruzione, il narcotraffico.
La Nato non riesce ad avere dagli alleati i rinforzi che sarebbero
necessari. Ogni contingente Nato ha una sua strategia: gli inglesi
sono per l’offensiva, gli olandesi per una strategia difensiva,
gli italiani per isolarsi nella propria area nascondendo la propria
azione dietro le apparenze della ricostruzione, ecc. Diverse per
ogni contingente sono anche le regole operative, quelle comunemente
chiamate “di ingaggio”, rendendo arduo l’esercizio
del comando. La Nato appare essere così una coalizione
di indecisi, mentre i taliban si rafforzano e diventano
ogni giorno più aggressivi. Gli americani si ritirano, mentre
in Afghanistan tutti sanno che la sopravvivenza dell’attuale
governo è legata all’amministrazione americana e alla
sua capacità di convincere il mondo a finanziare la ricostruzione.
4.3 Le forze armate americane e quelle Nato sono
ormai sempre più chiamate a confrontarsi, come in Iraq, con
le conseguenze delle loro stesse azioni: con i civili innocenti
che continuano a subire gravi e ripetuti “effetti collaterali”
che producono morte e con i rivoltosi che reagiscono a ciò
che viene percepito come ingiustizia. La gran parte della
gente si oppone ai taliban, ai trafficanti, ai signori della guerra
e ha visto di buon occhio l’arrivo delle truppe straniere.
Se questo vale ancora in alcune aree, certamente non vale più
in quelle regioni dove gli errori della presenza militare
sono stati troppi e prolungati, dove tale presenza si è
fatta detestare.
La Nato ha ora assunto nelle province meridionali e orientali, anche
se in modo subdolo, il compito di Enduring Freedom, la
guerra contro il terrorismo. Proprio nel momento in cui l’Afghanistan
non è più il focolaio del terrorismo globale ma un
paese dove qualcuno cerca di abbattere un regime ritenuto incapace
e corrotto sorretto dagli stranieri. Qualcuno forse anche peggiore
delle attuali massime autorità, ma che presumibilmente non
ha nulla da spartire con il terrorismo.
4.4 I ministri della Difesa della Nato hanno approvato
il 28 settembre scorso a Portorose, Slovenia, la quarta fase della
missione Isaf che prevede l’allargamento operativo alle province
orientali al confine con il Pakistan, assumendo così la piena
responsabilità della sicurezza dell’intero territorio
afgano. 11.250 mila militari americani di Enduring freedom sono
passati così sotto comando Isaf/Nato che, a partire dal febbraio
2007, sarà assunto dal generale americano Dan McNeil. E’
il compimento della fusione delle due operazioni e la conferma definitiva
della loro confusione agli occhi degli afgani e dei paesi dell’area
(pur rimanendo ancora un nucleo di Enduring Freedom composto
dai rimanenti 8000 militari americani). Secondo i dati Nato al 5
ottobre 2006, l’operazione Isaf sull’intero territorio
afgano è composta di 31000 militari di 37 paesi (USA 11250,
Gran Bretagna 5200, Germania 2750, Olanda 2100, Canada 1800, Italia
1800, Francia 700, Romania 750, Spagna 625, Turchia 475…)
5. Alla ricerca di una “success strategy”,
nella chiarezza
5.1 Il gen. David Richards, comandante Isaf, afferma
che per vincere i taliban ci vogliono dai tre ai cinque anni. Se
si tratta di anni di azione militare, di “guerra” ai
taliban, a nostro avviso il generale sbaglia. Sarebbe sufficiente
osservare quanto successo in Iraq, ma anche lo stesso recupero e
rafforzamento dei taliban in Afghansiatn.
Concordiamo invece con quanti affermano che forse si può
ancora recuperare il tempo perduto e rimediare, almeno in parte,
agli errori commessi. Nel dubbio, vale la pena di tentare, subito,
prima che sia definitivamente troppo tardi, con uno sforzo molto
intenso e coordinato, un rinnovato impegno e una nuova e convinta
strategia multilaterale per ridare credibilità alle istituzioni
afgane e alla presenza internazionale. Più che pensare a
un’exit strategy occorre definire e decidere, nel poco tempo
che ancora rimane, una “success strategy”,
mettendo a punto un programma di aiuti efficaci ai civili, di tutela
dei più deboli, di supporto severo alle istituzioni, di ricostruzione
del paese, di garanzia della sicurezza, di valorizzazione delle
capacità e risorse afgane, di formazione e ampio
coinvolgimento e responsabilizzazione delle forze di polizia e delle
stesse forze armate afgane. La popolazione deve poter vedere un
reale cambiamento e deve poterlo apprezzare per tornare a credere
alla presenza internazionale come a una presenza di reale aiuto.
Occorrerebbe cioè un ribaltamento della strategia e dell’azione
internazionale che dia priorità alla risposta ai
bisogni delle popolazioni e alla ricostruzione rispetto all’azione
di guerra. Ma non siamo affatto certi che, anche nel caso
di condivisione dell’analisi, la comunità internazionale
ne abbia la volontà. Vogliamo continuare a sperarlo.
5.2 Un simile cambiamento non può avvenire,
comunque, senza discontinuità. Esso necessita infatti una
nuova volontà ed un nuovo impegno internazionale, più
ampio di quello dell’Alleanza Atlantica ormai inquinato dalla
confusione/identificazione tra l’operazione di guerra Enduring
Freedom e la missione Isaf/Nato. Solo da una nuova Conferenza
internazionale sull’Afghanistan sotto l’egida dell’Onu,
che veda coinvolte le istituzioni e rappresentanze afgane e i paesi
confinanti e centro-asiatici oltre a quelli occidentali,
potrà uscire la nuova e condivisa volontà politica,
la nuova strategia e il nuovo impegno per la ricostruzione, la sicurezza
e il rafforzamento delle istituzioni rappresentative. Delegare alla
sola Nato, cioè all’Alleanza militare occidentale,
il compito di accompagnare il cammino dell’Afghanistan garantendone
la sicurezza, è per l’Onu un segno di debolezza e per
i paesi centro-asiatici qualcosa di inaccettabile.
L’Italia, nuovo membro del Consiglio di Sicurezza per il prossimo
biennio, può prendere l’iniziativa, sollecitando
l’Unione Europea ad assumere le proprie responsabilità
in questa direzione senza più fuggire di fronte a problemi
che sono inesorabilmente anche suoi e dei paesi membri nel loro
insieme. Lo auspichiamo vivamente. La necessaria discontinuità
non passa infatti dal disimpegno o dal ritiro dell’uno
o dell’altro contingente militare dall’Afghanistan,
foss’anche il contingente italiano, ma da una piena
assunzione di responsabilità della Comunità internazionale,
compresa l’Italia e l’intera Unione Europea,
basata sulla chiarezza e condivisione degli obiettivi, della strategia
e degli impegni politici e delle modalità operative per poterli
raggiungere con successo.
5.3 Con la mozione votata dal Parlamento il 27 luglio
2006 il Governo italiano si è impegnato a promuovere
nelle sedi internazionali, Onu e Nato in particolare, una riflessione
sulla strategia politica e diplomatica in Afghanistan e una verifica
costante dei risultati raggiunti. Successivamente, il 26
settembre, otto senatori dell’Unione hanno chiesto l’istituzione
di un osservatorio permanente per dare seguito all’impegno
di verifica. Nella lettera al presidente Marini, essi mettevano
in evidenza che la spesa militare ha superato del 900% quella per
lo sviluppo e la ricostruzione. Esprimevano quindi la convinzione
che la comunità internazionale debba ridefinire l’intero
approccio verso la questione afgana e che gli aiuti per
superare l’emergenza povertà e dare risposta ai bisogni
debbano essere la priorità assoluta, indispensabile
per potere parlare di nation-building e di ricostruzione. Altri
parlamentari e membri del Governo si sono pronunciati in proposito
sollecitando un’accelerazione della ridiscussione nelle sedi
Nato e Onu e spingendo sull’impegno civile e di cooperazione
per lo sviluppo del paese, da tenere nettamente distinto da quello
militare.
È proprio quanto chiedevano le Ong del Forum Solint nello
scorso mese di giugno.
5.4 Per il Governo italiano la prima occasione
per chiedere un’attenta verifica della missione Isaf in Afghanistan
sarà il summit della Nato di fine novembre, a Riga;
summit che dovrà rivedere gli obiettivi dell’Alleanza
Atlantica. Si tratta, per l’Italia, di una richiesta ormai
ineludibile. Il rafforzamento dell’Alleanza passa attraverso
un confronto approfondito e franco e una rigorosa valutazione e
verifica del suo operato. Altrimenti sarebbe per l’Italia
opportunistica subalternità e rinuncia al proprio ruolo politico.
Sull’Afghanistan, in particolare, dove abbiamo assunto responsabilità
al più alto livello, non possiamo permettercelo.
6. Il problematico rapporto civile-militare
6.1 L’Italia partecipa all’operazione
Isaf/Nato con circa 1900 militari (1100 su Kabul, 800 su Herat),
buona parte dei quali, quelli a Kabul, senza diretta responsabilità
di comando. Un generale italiano coordina il comando dei Prt (Provincial
Reconstruction Team, squadre provinciali di ricostruzione)
delle quattro province della regione ovest: Herat, a comando italiano;
Farah, americano; Badghis, spagnolo; Ghor, lituano.
I Prt, con l’ambigua definizione di “squadre
di ricostruzione” hanno in realtà il compito di “concorrere
al processo di espansione della Nato in Afghanistan” (ministro
Parisi). Stando a quanto affermato nei documenti ufficiali, i Prt
sono una struttura operativa sotto il Comando Isaf/Nato con alcuni
scopi primari:
- estendere l’influenza del governo centrale a livello provinciale;
- fornire assistenza e aiuto alle strutture di sicurezza dell’Amministrazione
e al disarmo;
- fornire ed addestrare l’esercito e le forze di polizia locali;
- fornire un ambiente sicuro per le organizzazioni e le attività
umanitarie;
- facilitare lo scambio di informazioni e sostenere le campagne
mediatiche;
- sviluppare progetti di ricostruzione identificati in consultazione
con le autorità locali.
Si tratta della realizzazione della strategia Nato volta
a “conquistare i cuori e le menti” delle popolazioni
attraverso attività umanitarie e di ricostruzione
(quali la costruzione di una scuola, la fornitura di materiale scolastico,
la riparazione di un piccolo ponte, la distribuzione di medicinali
ed altre) a fianco delle attività militari.
6.2 Sempre secondo i documenti ufficiali, il Prt
è una struttura mista composta da unità militari e
civili. La componente civile del Prt in verità non
è riferita alla sua composizione ma a quella parte di attività
che va sotto il nome di cooperazione civile-militare. Si
tratta dello sviluppo di una nuova strategia dovuta al cambiamento
dei teatri operativi della Nato nei nuovi contesti internazionali
di crisi, che viene attuata tramite una nuova struttura di comando,
la Cimic (Civil-Military Cooperation).
L’interazione tra le forze alleate e il contesto civile governativo
e non governativo nel quale operano è considerata infatti
cruciale per il successo delle operazioni militari. Queste hanno
quindi l’esigenza di coordinare le attività con i governi
nazionali e locali e con le organizzazioni internazionali e non
governative (Ong) presenti nella stessa area. La struttura
Cimic è “il coordinamento e la cooperazione, a sostegno
della missione, tra il Comando Nato ai vari livelli e gli
attori civili, inclusi la popolazione e le autorità locali,
le organizzazioni e internazionali e nazionali, le Ong”.
6.3 Non è quindi la “componente civile”
del Prt che svolge le attività di ricostruzione di ambulatori,
scuole, ospedali, pozzi, sistemi idrici… , cosa di per sé
già problematica dal punto di vista della fedeltà
ai principi umanitari, ma sono gli stessi militari della struttura
Cimic a farlo in relazione con le Autorità civili locali
e utilizzando i loro mezzi logistici e di sicurezza. Si tratta delle
stesse attività da sempre e ovunque realizzate dalla cooperazione
civile, sia governativa che non governativa (a costi indubbiamente
inferiori e con un rapporto con le popolazioni più trasparente).
Da qui nasce l’ambiguità e la confusione che
le Ong umanitarie continuano a denunciare, fino ad esprimere
gesti estremi come decidere di rinunciare a svolgere attività
nelle aree adiacenti ai Prt. Le Ong devono in ogni caso salvaguardare
la loro autonomia, indipendenza, neutralità umanitaria e
laddove non c’è chiarezza, dove non c’è
severa distinzione tra i compiti, gli spazi, le attività
dei militari e quelle delle Ong, dove la sfera umanitaria viene
inquinata da strumentalizzazioni ed è subalterna ad altre
finalità, allora le organizzazioni non governative
si sentono obbligate a prendere le distanze, fino ad allontanarsi
da tali contesti.
Anche per quanto riguarda l’azione di ricostruzione e di sviluppo,
siamo convinti che spetti alle amministrazioni e alle organizzazioni
civili provvedere alla valutazione, programmazione e realizzazione
di tali interventi, coinvolgendo e responsabilizzando le popolazioni.
Una netta distinzione si impone in questo ambito, al fine di evitare
ogni sorta di confusione tra l’azione militare e quella delle
organizzazioni civili, in particolare quella delle organizzazioni
umanitarie e di sviluppo.
6.4 In realtà le popolazioni e le
amministrazioni locali chiedono alle forze internazionali sicurezza
su tutto il territorio. Condizione fondamentale per poterlo
amministrare, per consolidare le istituzioni decentrate, programmare
interventi di ricostruzione e di sviluppo sociale e infrastrutturale,
permettere alle popolazioni sfollate di fare ritorno a casa e a
quelle presenti di progettare e programmare il proprio futuro. Senza
garanzia di sicurezza, ogni sforzo per la ricostruzione sarebbe
vano. Gli afgani non si aspettano dalle forze internazionali interventi
umanitari o di ricostruzione (anche se vale anche per loro il proverbio
“a caval donato non si guarda in bocca”), ma di essere
tutelati e assicurati nei movimenti e nelle loro attività
quotidiane. Attesa che rimane purtroppo ancora tale in molte regioni.
6.5 Le organizzazioni non governative hanno
suggerito raccomandazioni per un ripensamento dei Prt al fine di
salvaguardare i principi umanitari e il rispetto della sfera umanitaria.
Ne citiamo alcune.
- Ogni soggetto svolga le proprie specifiche attività,
quelle per cui è preparato e formato, seguendo la propria
mission, senza ambiguità e confusione di ruoli e evitando
sprechi e danni irreparabili. I militari dei Prt devono focalizzare
le proprie attività, con risorse e mezzi adeguati, sul loro
mandato specifico: garantire la sicurezza alle popolazioni, allo
sviluppo del processo istituzionale ed alle attività delle
amministrazioni locali. Dato il grave deterioramento della sicurezza
in Afghanistan, questa raccomandazione andrebbe presa in seria considerazione.
- Se i Prt fossero chiamati a sostenere attività di ricostruzione
(cosa non auspicabile) devono indirizzarsi su progetti infrastrutturali
di ampia portata a sostegno delle amministrazioni e non su iniziative
che sono da sempre nell’ambito degli interventi umanitari
quali la salute, l’educazione, l’acqua, la nutrizione.
Le Ong hanno sperimentato sulla propria pelle che le “attività
umanitarie” condotte dai Prt hanno portato all’erosione
della sicurezza delle organizzazioni umanitarie, perché viste
in una sovrapposizione con i militari e rapidamente confuse con
loro.
- È comunque auspicabile che, pur nella severa distinzione
dei ruoli e delle posizioni, si sviluppi un dialogo tra
i Prt e le amministrazioni pubbliche e comunità locali, le
organizzazioni internazionali e le Ong. L’ascolto
dei diversi attori sul territorio potrebbe giovare a svolgere meglio
il proprio mandato evitando rischiose sbavature.
6.6 Le Organizzazioni umanitarie, multilaterali e
non governative, hanno prodotto ormai una preziosa serie
di analisi e proposte sul rapporto civile-militare. In
Italia non c’è ancora stato un serio approfondimento,
se non tra pochi addetti ai lavori. È giunto il tempo
che istituzioni governative, politici, Difesa e Ong affrontino con
serietà questo tema che riguarda l’attualità
ma riguarderà probabilmente, e forse maggiormente, il prossimo
futuro.
7. Gli aiuti e la ricostruzione
7.1 Anche se nel contesto afgano la comunità
internazionale non può limitarsi agli aiuti umanitari e alla
ricostruzione, questa componente, insieme a quella politica e militare,
è essenziale e prioritaria. Uno dei più gravi errori
è stato proprio di avere sottovalutato, realizzandola in
modo insufficiente, quella che può essere considerata la
parte fondamentale della strategia politica della “lotta al
terrorismo”, quella dell’aiuto e della cooperazione
per assicurare efficaci risposte ai bisogni primari delle
popolazioni, garantire la ricostruzione e promuovere lo sviluppo
dell’Afghanistan. L’aiuto umanitario e
la cooperazione hanno già dato positivi risultati, ma in
modo limitato e non continuativo: vanno ora ampliati, in stretto
legame con le istituzioni afgane, al fine di dare risposte efficaci
ai bisogni primari. Se alcune infrastrutture importanti sono state
realizzate, le condizioni di povertà della gente sono invece
le stesse e le aspettative sono rimaste deluse, mentre si è
lasciato spazio ad ogni forma di prepotenza, di illegalità
e di corruzione. Il senso di frustrazione si è diffuso,
favorendo lo sviluppo di forze antigovernative e in alcune aree
il ritorno dei taliban. Occorre ribaltare la direzione di marcia,
dando priorità a queste tipologie di intervento, più
efficaci e meno costose di quelle militari. Aumentare
e qualificare l’azione di cooperazione da parte
della Comunità internazionale, e quindi anche da parte dell’Italia
e dell’Europa, deve divenire la preoccupazione
dominante e la prova della reale assunzione di responsabilità.
7.2 Lo sforzo italiano di aiuto e di cooperazione,
come quello di qualsiasi altro paese, non avrebbe la necessaria
efficacia se non collegato e coordinato con quello dell’insieme
dei paesi e delle organizzazioni internazionali. L’esperienza,
oltre che la ragione, dimostrano che gli aiuti scoordinati, fatti
più per interesse di bandiera che per il bene delle popolazioni,
non raggiungono i risultati che intendono produrre. Anche
per definire questo piano coordinato di aiuti visibili ed efficaci
e di interventi di ricostruzione e di sviluppo, l’auspicata
Conferenza internazionale sull’Afghanistan dovrà essere
realizzata quanto prima. Il coinvolgimento e l’assunzione
di responsabilità del più ampio numero di paesi insieme
alle Autorità afgane e le decisioni politiche che ne scaturiranno
devono essere accompagnate, questa volta davvero, da un piano preciso
e circostanziato per aiutare l’Afghanistan ad uscire dal baratro
in cui si trova da ormai troppi anni.
7.3 Affermare che l’indispensabile assunzione
di responsabilità deve comportare una forte, decisa e riconoscibile
azione di cooperazione significa anche assicurare i necessari
finanziamenti per poterla realizzare. Le promesse costantemente
disattese o solo parzialmente attuate creano sfiducia, frustrazioni
e reazioni negative. Specie se si mettono a confronto (e
gli afgani lo fanno, come noi) i fondi spesi per le attività
militari con quelli spesi per la ricostruzione. Il costo delle operazioni
militari è stato dal 2002 ad oggi di circa 82 miliardi di
$, nove volte di più di quanto è stato speso per finanziare
lo sviluppo, 7,3 miliardi.
Nel 2004, la seconda Conferenza internazionale per l’aiuto
all’Afghanistan tenutasi a Berlino si è impegnata per
8,3 miliardi di $, mentre quella del 2006 a Londra per 10,5 miliardi.
Cifre sempre molto inferiori rispetto a quelle militari, con la
differenza che queste vengono sempre erogate e spese, mentre quelle
per gli aiuti e la cooperazione rimarranno in parte, ancora
una volta, mere promesse.
La cooperazione italiana ha seguito un rapporto di sei a uno. I
finanziamenti al contingente militare sono di 320 milioni €
l’anno, mentre la cooperazione ha speso complessivamente 230
milioni negli ultimi quattro anni. Ma il continuo ricorso
ai tagli dei fondi della cooperazione per “risanare il bilancio
dello Stato” è un segno preoccupante, di poca serietà
ed è una pessima premessa per quell’assunzione di responsabilità
verso la crisi afgana che il nostro Paese, membro del
Consiglio di Sicurezza e dell’Unione europea, dovrebbe sentire
il dovere di caldeggiare e favorire.
8. Le strategie regionali
8.1 A livello regionale, il problema non
è solo il Pakistan. Anche l’Iran ha un forte peso,
insieme agli altri vicini come India, repubbliche centro-asiatiche,
Russia che non gradiscono la presenza americana e stanno finanziando
propri movimenti di contrasto. Sarebbe dovuto essere compito vitale
della Nato, che ha assunto il compito della sicurezza e della stabilità
in Afghanistan curare i rapporti con i paesi vicini, il Pakistan
e l’Iran in particolare. Per farlo in modo efficace avrebbe
dovuto assumere posizioni diverse da quelle del governo americano
o comunque più attenuate e aperte al dialogo, specie rispetto
all’Iran. Con il comando (anche se indiretto) americano, non
può farlo.
È necessario comunque che nella regione cambi
radicalmente la strategia politica occidentale, quella americana
e quella europea, in particolare. La prima dovrà
aprirsi al dialogo regionale e alla partecipazione multilaterale
preferendo la diplomazia, il negoziato e la politica alle armi,
la seconda dovrà convincersi che non può più
rifiutare di assumere il proprio ruolo e le proprie responsabilità
politiche presentandosi con un’unica voce e strategia politica.
Gli interessi nazionali dei singoli paesi membri, in questo caso,
come d’altronde nel caso iracheno, assumono un’importanza
ben limitata e comunque miope e impediscono l’indispensabile
assunzione collettiva di responsabilità.
8.2 Occorrerà cioè riuscire
ad attenuare le contrapposte strategie politiche nella regione che
suscitano e alimentano instabilità, favorendo il jihadismo
globale e il fondamentalismo: gli scontri tra Afghanistan
e Pakistan, gli interessi e l’ambigua posizione di quest’ultimo
verso il paese vicino, le influenze del conflitto indo-pakistano,
gli interessi dell’Iran, della Russia, dell’India, delle
Repubbliche centro-asiatiche, la mal sopportata presenza americana
nella regione, le differenze geostrategiche tra Usa e Ue e tra gli
stessi paesi Ue. La Conferenza internazionale non
potrà trovare soluzioni a così profonde diversità
ma, se gestita bene e con la partecipazione attiva dei paesi
confinanti e di quelli dell’area, potrà ottenere la
loro collaborazione per porre severi argini alle infiltrazioni jihadiste,
anche nel loro stesso interesse. Essa potrà
dare inoltre indirizzi utili per una visione rinnovata dell’Afghanistan
e della regione, come realtà che riguarda anche
i nostri destini futuri e non solo i nostri interessi immediati.
8.3 Rafforzare l’iniziativa e l’azione
politica internazionale, potenziando il multilateralismo, il ruolo
politico e la presenza europea, il coinvolgimento dei paesi dell’area
il dialogo interno afgano, è la via obbligata per riuscire
a definire e realizzare una “success strategy”. Il tempo
non gioca a favore, corre anzi rapidamente in direzione opposta.
Questa presa di coscienza deve spingere il mondo occidentale, e
gli Usa e l’Europa in particolare, verso un reale cambiamento
di strategia ed una accelerazione dei tempi.
La presenza militare internazionale rimarrà così
uno degli elementi di valutazione e di decisione,
e nemmeno il principale, e sarà determinata sulla base delle
reali necessità e di scelte condivise che da esse dipenderanno.
Considerarla una questione interna alla politica italiana sarebbe
semplicemente disastroso.
Nino Sergi, INTERSOS,
per il Forum Solint.

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