MAURITANIA
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

MAURITANIA: DOPO LE ELEZIONI CONTESTATE, L'ATTESA PER IL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA

Di Maurizio Gentile, luglio 2009

Dopo dieci mesi di crisi politica e istituzionale, dovuta al colpo di Stato del 6 agosto 2008, sabato 18 luglio 2009, la Mauritania è andata alle urne per eleggere il nuovo capo di Stato. Nove candidati, tra cui l'ex capo della giunta, il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, che ha rassegnato le dimissattivita' intersosioni nel mese di aprile del potere e l'esercito per potersi candidare secondo quanto previsto dalle disposizioni costituzionali, ed i principali oppositori della giunta militare: Ahmed Ould Daddah e Messaoud Ould Boulkheir.

Il generale Aziz risulta in testa nelle elezioni presidenziali secondo quel che evidenziano i risultati provvisori, ma i suoi principali oppositori hanno già dichiarato inaccettabile la conduzione delle elezioni e hanno chiesto una indagine internazionale. Gli elettori sono stati poco più di 1,2 milioni, suddivisi in più di 2500 seggi elettorali. Per la prima volta sono stati chiamati al voto anche i mauritani espatriati, residenti in 26 paesi stranieri.
Il percorso che ha portato alle elezioni del 18 luglio è stato lungo e difficile, e solo durante il mese di giugno sono state create le condizioni tali da permettere la partecipazione al processo elettorale di tutte le parti, comprese le frange d’opposizione ed avere l’approvazione della comunità internazionale.

Immediatamente dopo l'assunzione del potere, il generale Aziz aveva annunciato la sua disponibilità a rimettere il suo potere nelle mani degli elettori. Una prima data per le elezattivita' intersosioni era stata fissata per l’8 giugno 2009, ma è stata posticipata in quanto mancava l'accordo dei partiti di opposizione, che si rifiutavano di partecipare ad elezioni che sarebbero state il prodotto di un contesto istituzionale illegittimo: si richiedevano le dimissioni del generale, come condizione preliminare per lo svolgimento delle elezioni.

A seguito della mediazione da parte della comunità internazionale e, in particolare, del Presidente della Repubblica del Senegal, alla vigilia delle elezioni è stato firmato un accordo quadro a Dakar tra le diverse parti in conflitto per il ritorno all'ordine costituzionale, un accordo che prevedeva, tra le altre cose, la formazione di un governo in cui i ministeri sarebbero stati distribuiti tra le varie parti. Nonostante gli accordi di Dakar, giugno è stato caratterizzato da aspri contrasti all'interno dei partiti di opposizione sulla ripartizione dei ministeri e tra questi ed il partito del generale Aziz riguardo la persistente illegittimità istituzionale. Solo dopo la liberazione di Sidi Ould Cheikh Abdallahi, il presidente deposto nel 2008, la situazione è tornata calma e la campagna elettorale si è potuta svolgere regolarmente.

Una campagna elettorale che ha visto dodici giorni di attività frenetica, di cortei e incontri, e una fioritura di tende mauritane che hattivita' intersosa coperto il paese da un capo all'altro riempiendo le notti, non solo della capitale, di musica, discorsi e canzoni per lodare le virtù dei candidati. Una costosa campagna, che ha mobilitato, in particolare per i principali candidati, grandi risorse finanziarie. Una campagna segnata da invettive, insulti e affermazioni diffamatorie, piuttosto che dal dibattito sui progetti sociali dei nove candidati.

La questione ora è come verrà gestito il verdetto delle urne. Il Generale Aziz, che parla del suo golpe passato come "un titolo d'onore", che sarebbe servito per salvare il paese a più riprese, viene proclamato vincitore mentre l’opposizione denuncia brogli e irregolarità in tutto il paese. A questo punto l'ultima parola è alla Corte Costituzionale, ma senza un appoggio internazionale le proteste sono destinate a restare inascoltate. Infatti i 320 osservatori internazionali dell'Unione Africana, lega Araba ed Organizzazione dei paesi francofoni non hanno registrato alcuna irregolarità.

La comunità umanitaria aspetta in un clima di incertezza, in quanto  la sua presenza nel paese nei prossimi mesi e nei prossimi anni è strettamente legata a ciò che accadrà nei prossimi giorni. Se le regole della democrazia saranno rispettate, come promesso da tutti indipendentemente dai risultati, l'azione umanitaria potrà svolgersi nelle diverse regioni del paese, senza paura e con il sostegno della comunità internazionale. Ma se le regole della democrazia saranno violate, non sarà solo il contesto umanitario a soffrirne, con evidenti conseguenze nella distribuzione degli aiuti nel paese, ma la politica degli aiuti nel suo insieme, perché in questo caso la comunità internazionale non potrà che continuare la sua politica di blocco dei fondi, come ha fatto a seguito del colpo di Stato del 2008.

 

Dall'inizio del 2009 INTERSOS partecipa insieme ad ong mauritane e senegalesi all'operazione di rientro in patria dei circa 25.300 mauritani rifugiati in Senegal e in Mali dal 1989, dove erano stati spinti a cercare riparo da conflitti inter-etnici. Con il coordinamento di UNHCR, INTERSOS è responsabile di gestire le operazioni di rimpatrio e il reinserimento dei rifugiati nei loro luoghi di origine. L' area di ritorno include le regioni mauritane di Trarza, Brakna e Gorgol, situate lungo il corso del fiume Senegal e le regioni di Assaba e Guidimaka alla frontiera con il Mali.

L’intervento di Intersos in Mauritania...

 

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