| A lezione
d’italiano a Stip
…Nastavnicke… nastavnicke…,
più volte sento ripetere queste parole, ormai le capisco
ma non pensavo fossero rivolte a me…maestra, maestra…
E invece si! Ramize, Sibela, Rabja, Sedjia mi fermano, comunichiamo
a gesti, un po’, io, in un brutto macedone e loro in un italiano
improvvisato e sgangherato. Mi chiedono quando ci sarà la
prossima lezione di italiano ed io rispondo loro … mi capiscono…
che bello!!... mi salutano ed aspettano che salga in macchina e
con gli occhi “ridenti e fuggitivi” mi seguono con lo
sg uardo
dicendomi “arivederci”.
Quindi ci vediamo alla prossima lezione. Arrivo quasi sempre
in ritardo, e di corsa; sento un coro di –Buongiorno-
anche se sono le cinque del pomeriggio; si lamentano che stanno
aspettando già da dieci minuti, picchiettando impazienti
sull’orologio. In effetti alcuni di loro vengono a piedi
da una delle zone più degradate di Trizla, Tribagremi, camminando
per più di mezz’ora. Mi riprometto che
la prossima volta sarò puntale.
Lo so, sto rischiando di cadere nella retorica, come quelle storie
che si leggono nei bollettini delle organizzazioni che ti vengono
spediti a casa per raccogliere soldi da inviare per riparare
ai mali del mondo…
Potrei fare i nomi, non chiedetemi però i cognomi,
dei ragazzini che ci incontrano, delle donne che ci fermano a cui
strappiamo un sorriso o che ci inabissano dei problemi senza fine
che hanno. Capita che ritorniamo in macchina a volte arrabbiate
pensando, - cavolo abbiamo distribuito vestiti, libri, quaderni
penne, matite, non basta, cosa vogliono di più!- . Ma poi
ci rendiamo conto che anche un camion pieno di ogni genere di cose
non supplirebbe alla loro povertà senza fine.
A Prilep le pozzanghere immense, marroni e profonde che si
creano anche con poca pioggia sono la loro quotidianità;
e vedi carretti traballanti trainati da asini stanchi o vecchie
cinquecento senza targa, e con qualche sedile e sportello
in meno che riescono magistralmente a destreggiarsi nel dedalo delle
acque piovane.
… ovviamente il mio nome, già non troppo comune e
familiare in Italia, viene beatamente stravolto. Così
all’arrivo a Stip divento Valentina, o sono Mandilina,
Magadalena nel migliore dei casi o Mandolina nel peggiore e lo si
sente gridare dall’alto di una collinetta, con la mano che
ti saluta e che ti invita a salire. Non avendo la loro abilità
nel non affondare nel fango, faccio cenno di scendere e, non
importa come, senza scarpe, con le maniche corte, o con un paio
di sandali anche a- 30, quando io batto i denti per il freddo, una
frotta di ragazzini vengono giù per ricordarci che era una
settimana che non venivamo a trovarli. E noi da brave operatrici
chiediamo se sono andati a scuola, rispondono - certo ora
è il posto più caldo- e pensando alle loro baracche,
alla mancanza di acqua e di un minimo spazio vitale nelle loro “case”,
e sì hanno proprio ragione… la scuola è il
posto più accogliente!
Ora che è primavera, ma solo sul calendario, le strade si
ripopolano di urla festanti, di matrimoni che durano all’infinito
come nei film di Kusturica, di balli di strada per cui è
difficile non prenderne parte; tutte cose che l’inverno,
il gelo, il vento che a Stip non si ferma mai e la luce che finisce
alle quattro del pomeriggio avevano taciuto.
Ho visto fare aquiloni con i sacchi neri di plastica, quelli che
noi usiamo per l’immondizia e giocare con i tappi delle
bottiglie e le biglie, il loro preziosissimo tesoro, come mio padre
mi diceva si faceva più di cinquant’anni fa in Italia;
le ragazzine si divertono con una specie di elastico rimediato non
so dove o quando un pezzo di asfalto lo permette disegnano dei quadrati
a mo’ di campana. Vi ricordate? Anch’io
l’ho fatto…
Sulle facce dei ragazzini si legge sempre il sorriso, in quelle
dei genitori, già spaccate dalle rughe, malinconia e rassegnazione.
Nei prossimi giorni andremo con i ragazzini in gita ad Ohrid. Sicuramente
poi diranno che non è tanto più grande del lago torbido
e stagnante che hanno di fronte a casa, ripulito dai rifiuti
di ogni genere, da vestiti buttati e da ogni cosa che vi può
venire in mente…
P.S. Ho usato il plurale perché quasi sempre
vado in giro con la mia fedele collega macedone che ha condiviso
e condivide tutti questi sentimenti; li esprime in un’altra
lingua ma è anche vero che in macedone o in italiano la realtà
è quella che è…
Maddalena Maiuro
Maggio 2006
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