 |
LIBERIA.
INTERSOS A MONROVIA IN AIUTO ALL'OSPEDALE ST. JOSEPH
Il pericolo maggiore viene dai molti ragazzi armati,
alcuni veri e propri bambini. Anche dall’aeroporto,
dove è venuto a prenderci padre Antonio, siamo giunti
in città superando tutti i posti di blocco grazie all’ancora
rispettato mezzo dell’ambulanza; e soprattutto grazie
al rispetto verso il lavoro che Antonio sta svolgendo con
i suoi confratelli spagnoli all’ospedale St. Joseph”.
Lucio Meandri e Paola Retaggi di INTERSOS sono a Monrovia:
speravano in un momento di tregua in attesa della fuori uscita
del Presidente Taylor, ma proprio in questi ultimi giorni
la guerriglia ha sferrato un attacco su larga scala alla capitale.
Si trovano all’ospedale St. Joseph, di fronte all’oceano.
Cento quaranta letti, che diventano più di duecento
nei momenti degli scontri armati, sempre in piena attività
con interventi nelle diverse patologie e offrendo i servizi
di medicina interna, chirurgia generale, ostetricia e ginecologia,
pediatria, oftalmologia. La maggioranza dei pazienti sono
bambini sotto i cinque anni con seri problemi di anemia, malnutrizione,
polmoniti, diarree, malaria. Nel momenti di alta affluenza
si è costretti ad accogliere due o tre bimbi in un
letto da adulto.
Sono giorni di ampie e forti sparatorie nella capitale. Anche
per i malati e i feriti è difficile raggiungere l’ospedale.
Su tre milioni di Liberiani, più di un milione vive
a Monrovia. Oltre 400 mila gli sfollati, fuggiti dalle zone
più pericolose. Altre centinaia stanno cercando riparo
nella parte meridionale della città, proprio nella
direzione dell’ospedale St. Joseph. Salvo necessità
estrema, nessuno più si muove e si rimane in attesa
di eventi di cui è difficile prevedere solo l’entità.
Altre organizzazioni umanitarie hanno garantito una presenza
continuativa con dedizione e coraggio: Medici senza frontiere
di Belgio e Francia, la britannica Merlin, la francese Action
contre la faim, il CICR Comitato internazionale della Croce
Rossa.
INTERSOS ha iniziato a sostenere l’ospedale St. Joseph
coordinandosi con AFMAL, l’Ong legata al Fatebenefratelli
di Roma. I due ospedali sono infatti gestiti dalla stessa
congregazione religiosa. Anche la situazione degli sfollati,
in campi improvvisati o accolti presso altre famiglie, desta
molta preoccupazione: scarseggiano cibo e acqua e le condizioni
igieniche sono molto precarie.
Se la situazione, come prevediamo, continua a peggiorare e
non sarà possibile sviluppare le attività di
assistenza previste, anche Lucio e Paola dovranno, con gli
altri operatori internazionali, trovare rifugio su Abidjan,
nella vicina Costa d’Avorio. I religiosi del St. Joseph
per ora intendono rimanere: “sono qui da quarant’anni”
ci dice uno di loro “per noi lasciare il paese assumerebbe
un altro significato”.
22 luglio 03
|