| GLI
EDUCATORI LIBANESI PARTECIPANO
ALLE ATTIVITA' PROMOSSE DA INTERSOS
TIRO, LIBANO
Francesca Scarioni, Intersos
30 ottobre 2006
Gli educatori libanesi che partecipano alle attività
promosse a Tiro da INTERSOS per il sostegno picosociale ai bambini
che hanno vissuto il trauma dei bombardamenti riescono a contattare
ogni giorno centinaia di persone. La mattina nelle scuole per diffondere
messaggi che mostrano ai bambini la pericolosità delle mine
e degli ordigni inesplosi, in particolare le micidiali bombe “cluster”,
il pomeriggio nei centri dove si svolgono le attività di
sport, teatro, disegno, musica, igiene, educazione al rischio mine.
Grazie a questii educatori, pieni di energia e di entusiasmo per
il lavoro, scopriamo storie di vita dai villaggi, conosciamo i veri
bisogni della popolazione, in un dialogo intenso che si basa su
una vera partnership che si costruisce giorno dopo giorno.
«Si prendono cura, quotidianamente, di bambini
di ogni età e di ragazzini svegli e acuti. Non si fermano
un momento lavorando 360 gradi all’implementazione del progetto.
I bambini li adorano, pazienti educatori, compagni di gioco, uomini
di domani. Attenzione ed ascolto. Voglia di imparare, di collaborare,
di dare il meglio di sé. Niente pausa se l’alternativa
offerta e’ discutere il lavoro svolto, individuare le difficoltà,
avere sempre più affinati strumenti per entrare nel mondo
dei loro bambini. Impegno e determinazione posano un velo sulle
loro incertezze e sul non troppo inespresso bisogno di essere ascoltati
e guidati. Fragilità che emergono silenziose dal lavoro che,
ogni giorno, il team di Intersos condive e costruisce. Ferite profonde
che fanno capolino nei momenti di verifica delle attività
o semplicemente negli attimi di pausa. Condividono le loro storie
creando uno spazio privato ed intimo all’interno del gruppo.
Cala allora il silenzio mentre battute sdrammatizzano riportando
il sorriso. “Cose che capitano. Don’t worry. Siamo abituati”.
Durante i bombardamenti, J. è fuggito in Siria. Diplomato
al conservatorio, vincitore di un programma di scambio all’estero
sarebbbe dovuto partire per l’Olanda a settembre. Il secondo
giorno dall’inizio del conflitto ha caricato in auto mamma
e sorella ed e’ scappato. Strade secondarie libere, confine
aperto, accoglienza. E’ ritornato dopo 10 giorni, non poteva
stare lontano. Casa distrutta. “Il mio computer, la mia musica.
Il mio sassofono. Lo ricomprerò. Ma le foto di me bambino
sono andate perdute”.
H. è rimasta a Tiro 10 giorni. L’intero palazzo, 9
piani, 18 appartamenti, 90 persone, ha vissuto 10 giorni nel sotterraneo,
condividendo attimi di paura. Ora capisco perchè si presentano
tutti come familiari. Quando l’edificio accanto è stato
bombardato la famiglia allargata è fuggita a Beirut. A lungo
non ha potuto dormire. E se un rumore forte e inaspettato, un camion
o un generatore acceso, rompe il silenzio reagisce esattamente come
i nostri bambini.
M. mi racconta delle 10 ore per raggiungere Beirut. Le auto ai lati
delle strade in fiamme, i corpi bruciati in vista, la paura di essere
il prossimo bersaglio. Da volontario della Croce Rossa è
tornato, la stessa strada, ad estrarre quei corpi.
R. ha perso 10 chili. Non potevo mangiare, mi spiega. Tutti quei
bambini, la mia Beirut distrutta, la paura.
T. mi mostra le foto di due bambini e piange disperata. Non ho capito
ma non le chiedo se siano i cugini o i figli della sorella. Morti
durante il conflitto.
Accolgo ed ascolto. Sicura che la motivazione che li muove è
reale. E che quando mi dicono che sarebbero pronti ad andare ad
aiutare anche i bambini israeliani è la verità».
|