| BEIRUT,
GROZNY, RIMINI E VIAREGGIO
Beirut, 10 agosto 2006
Diviso in due. Dall’11 settembre 2001, con
più vigore, il mondo si è diviso in due. Una nuova
divisione, tra le tante già esistenti:chi sta sotto gli ombrelloni
e chi sotto le bombe.
Qui, in Libano, questa divisione è palpabile. Da lontano,
invece, è più difficile viverla. Fa parte della “normalità”,
della vita quotidiana, delle news di quarantacinque secondi che
ci passano sotto gli occhi nei notiziari. Un minuto per sapere cosa
succede nel mondo è già troppo. Tempo sprecato.
Non è un problema della destra o della sinistra.
E’ un problema della società, cosiddetta civile.
Ma di quale civiltà parliamo? Quella del telegiornale come
se fosse l’ultimo film di Bruce Willis? Quella dei bambini
uccisi in diretta come se si trattasse di Bambi o Biancaneve e i
sette nani?
Sì, sono particolarmente turbato, oggi: sarà
l’effetto delle bombe su Beirut, sarà che ci è
impedito di raggiungere i villaggi sulle montagne dove da alcuni
giorni ci aspettano gli sfollati. Non c’è più
benzina, sono stati distrutti i ponti.
A Beirut un anno fa si stava sotto gli ombrelloni.
Oggi, a fare notizia sono le esplosioni ed il petrolio che giunge
con le onde sulla costa. Una cronaca di uccisioni quotidiane, di
obiettivi militari colpiti con la precisione tecnologica delle armi
moderne. Sarah, ebrea, 8 anni. E’ morta a Haifa, in Israele,
sotto il lancio di missili hezbollah lanciati ogni giorno, a decine,
in territorio israeliano. O Nazeer, libanese, 12 anni, ucciso
a Sidone da un aereo israeliano che senza alcun riguardo ha lanciato
le sue bombe “intelligenti”.
Dov’è l’intelligenza dell’essere
umano, se non guarda in faccia a nessuno, se uccide innocenti senza
sosta, se “impone” la democrazia, se pur di raggiungere
il benessere di pochi è disposta a sopprimere i molti?
Ma almeno oggi di Libano, in qualche maniera, si
parla: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le conferenze
e gli incontri internazionali, i giornali, le televisioni. Ma qui,
da Beirut, non riesco a non pensare alle altre situazioni di guerra
e mi chiedo: chi parla di Grozny, della Cecenia martoriata nel silenzio?
Chi parla di Darfur e due milioni di persone che fuggono dal massacro?
Quanto si parla delle stragi nello Sri Lanka verso il quale, quando
c’erano i turisti europei ed americani, l’occidente
è stato tanto attento e generoso?
Silenzio. Forse dieci secondi in un telegiornale,
mentre pensiamo in quale discoteca passare la serata. Quanto è
aumentato il prezzo degli ombrelloni a Rimini, quest’anno?
E il caldo eccezionale che ha colpito l’Europa? Non
succedeva da centodieci anni. Stesso periodo per ritrovare in Italia
temperature così basse a ferragosto.
Le guerre invece “succedono” ogni giorno.
Ormai non sono più fatti eccezionali. Sono la quotidianità.
E, come ogni normalità, non fanno notizia.
Meglio la tranquillità di un lettino, al mare,
e lanciare nuove proposte di “tormentone” dell’estate,
o del prossimo Grande Fratello, o dell’Isola dei Famosi. Forse,
per suscitare maggiore odience, qualche produttore televisivo avrà
una idea: il prossimo reality facciamolo in un area di guerra. In
Cecenia, Darfur, Libano. Chissà che gli ascolti e lo share
non aumentino.
Più reality di così……si
muore. Ogni giorno.
Lucio Melandri
INTERSOS
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