| I
PONTI DI BEIRUT
Beirut, 9 agosto 2006
Imad è un ragazzo Libanese
che da anni studia e lavora a Trieste, in Italia. Parla un italiano
veloce, come una “macchinetta”… e ci pone incessantemente
una domanda: «ma noi libanesi, ci meritiamo tutto questo ?».
Era venuto qui, a Beirut, a trovare i suoi genitori per le
ferie estive e dopo pochi giorni si è trovato nel pieno degli
attacchi e dei bombardamenti. Come tanti altri non è rimasto
con le mani in mano: ha raccolto gli amici di un temp o
ed ha costituito subito un comitato per assistere gli sfollati,
come tantissimi giovani libanesi. In particolare si occupa di coloro
che sono stati accolti dalle famiglie nella capitale ed hanno bisogno
di cibo, materiali e supporto.
«Beirut, Sidone, Byblos … città
nelle quali alla sera d’estate uscivamo con gli amici a bere
qualcosa, a ballare…..a fare due chiacchiere. Da troppi anni
paghiamo noi le conseguenze - continua Imad - a causa delle scelte
e delle decisioni degli altri. Hezbollah, Israeliani, Maroniti,
Sciiti, Sanniti … si fanno da sempre la guerra. Eppure noi
vorremmo tutti la stessa cosa: un paese in pace, nel quale puoi
uscire tranquillamente con gli amici e la tua ragazza, lavorare,
pensare alla tua famiglia».
E proprio mentre oggi ci accompagnava in auto ha
ricevuto la notizia della morte della zia a causa di un missile:
si trovava a casa, a Sidone, dove aveva ospitato anche alcuni profughi
del sud: «stanno cercando ancora sotto le macerie …
hanno trovato solo la zia, ma non si sa bene dove siano gli altri».
Effetti collaterali dei bombardamenti?
Imad riesce a non piangere ma, anzi, accelera a tutto gas sui ponti
della capitale per paura di diventare un tutt’uno con i target
preferiti dall’aviazione israeliana.
Ieri pomeriggio eravamo in partenza per Chouf, una
città a sud est della capitale: un appuntamento con il Kaimakan,
il sindaco di quella zona, per comprendere meglio e definire i bisogni
delle migliaia di rifugiati ospitati nella regione, che ancora ogni
giorno, arrivano a frotte, disperati.
«Con la benzina che abbiamo nel serbatoio non potremo mai
farcela ad andare e tornare; speriamo di trovarne presso alcuni
conoscenti lungo il percorso». E’ Mohammed, il nostro
collega che ci conduce con l’auto per le aree di questo paese.
Il carburante non si trova più e non solo per le auto ma
anche gli ospedali e tutte le strutture di soccorso. Il Libano è
ormai al limite. E anche noi, lungo la strada non ne troviamo.
INTERSOS si è posta l’obiettivo di distribuire
gli aiuti agli sfollati, a quelle famiglie che fuggendo hanno abbandonato
tutto. Sono ormai un milione le persone in fuga.
Cisterne e taniche per l’acqua potabile, coperte, alimenti
proteici, batterie da cucina.
Ma senza il carburante come trasportare gli aiuti?
Con i ponti bombardati e le strade interrotte come raggiungere le
popolazioni?
In Libano si sta consumando una tragedia. E’ davanti agli
occhi di tutti, ma nessuno riesce a fermarla.
L’Alto Commissario dei Rifugiati delle Nazioni
Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un urgente appello: se non
vi sarà la possibilità di trasportare dalla Siria
e dalla Giordania gli aiuti, le riserve nei magazzini in Libano
termineranno nel giro dei prossimi due o tre giorni. E non vi sarà
più nulla per sostenere i civili.
Rientriamo a casa, la sera, prima che su Beirut inizi
la pioggia di bombe di ogni notte. Stanchi, un po’ depressi
ed anche delusi per non essere riusciti ad andare nella zona in
cui eravamo attesi.
La radio diffonde una notizia: pesanti bombardamenti nel pomeriggio
su tutta la strada che conduce da Beirut a Chouf, dove ci aspettavano.
Per oggi noi ce la siamo cavata. E gli sfollati di
Chouf ?
Lucio Melandri
INTERSOS
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