| I
bambini e gli educatori di Tiro e Nabatiye
16 settembre 2006
Il villaggio di G. non è come la scuola di lego di Ali. Il
villaggio ora è un ammasso di macerie, lì non c’è
più niente. Non c’è più la scuola, non
c’è più il negozio di alimentari, non ci sono
più le case. C’è il silenzio. La scuola di lego
di Ali, invece, rinasce ogni giorno. E’ lui a costruirla,
poi a distruggerla. Ogni giorno Ali esorcizza la guerra dei grandi,
la distruzione degli adulti, rompendo e costruendo, la fine e l’inizio,
l’angoscia e la speranza.
Anche Fatima la guerra ce l’ha ancora dentro. Non riesce più
a dormire, sogna il rumore degli aerei, ricorda il fracasso delle
esplosioni, non si sente più sicura. Con i suoi compagni
di giorno parla degli aerei, delle munizioni: ha imparato una lingua
nuova, parole prima sconosciute. Hanno 5 o 6 anni e raccontano i
bombardamenti, alcuni ti dicono: “Ma sì, siamo abituati
alla guerra, non abbiamo paura”.
Sono le ferite invisibili di questo conflitto a emergere durante
le attività ricreative che Intersos ha avviato in due località
del Sud del Libano. Attraverso il disegno, il gioco, il teatro e
lo sport, i bambini raccontano le loro storie appese ai 34 giorni
di conflitto. I “Child friendly spaces”, i centri di
aggregazione che Intersos ha stabilito a Tiro e Nabatiye, sono i
luoghi dove i bambini si riprendono la loro estate rubata. Sono
spazi dove i più piccoli trovano un punto di riferimento,
un luogo intatto, dove non ci sono ordigni inesplosi, dove si gioca
in libertà, dove non ci sono crepe né macerie e dove
chi ha perso tutto ritrova la continuità.
Maya per esempio, disegna rose che sanguinano. Rashid, invece ha
disegnato una casa. Niente di speciale, un edificio grande e robusto:
“E’ la mia casa – ti spiega – è la
più forte di tutte, le bombe non sono riuscite a rompere
nemmeno un vetro”.
Intersos in questi giorni sta svolgendo attività di formazione
per educatori e formatori che nei prossimi mesi continueranno a
lavorare nei centri, coinvolgendo bambini, genitori, comunità.
Quando le scuole apriranno, il 16 ottobre, saranno loro a raggiungere
altri bambini, molti altri: un team mobile visiterà le scuole
delle province del Sud, disseminando informazioni sulla prevenzione
contro gli ordigni inesplosi, sull’educazione igienica e sulla
protezione.
Saranno loro a raggiungere i villaggi, dove la vita è ripresa,
tra le macerie. E dove i bambini non possono giocare liberamente,
perché ancora sono troppi i pericoli nascosti tra le case
distrutte e disseminati nei campi e nei giardini.
Gli educatori e i volontari, selezionati nella comunità locale,
ogni giorno costruiscono nuovi percorsi creativi. “Non è
difficile per noi trovare fili di comunicazione con i bambini, anche
quelli con più problemi. Siamo noi ad aver superato altri
conflitti, anche noi, da piccoli, siamo stati bambini che hanno
vissuto una guerra”.
Francesca Scarioni, Intersos, Tiro
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