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INTERSOS
IN SOMALIA e l'ospedale di Jowhar.
Luciano Scalettari ha scritto (Famiglia Cristiana n. 37/2005)
un lungo articolo sull'ospedale di Jowhar in Somalia, dove
il personale di Intersos è tornato ad operare dopo
un periodo di assenza. Nel corpo dell'articolo vengono raccolte
alcune dichiarazioni dell' on. Mauro Bulgarelli che esprimono
dubbi sull'operato di Intersos. Invitando l'onorevole a documentarsi
meglio - dato anche il suo ruolo - e a non scoprire solo ora
il dramma della Somalia che dura da quindici anni, riportiamo
la lettera del Segretario Generale di Intersos a lui inviata
e l'articolo di Famiglia Cristiana.
Roma, 12 settembre 2005
On. Mauro Bulgarelli
Camera dei Deputati
Federazione dei Verdi
Caro Mauro,
avendo letto alcune tue interviste nel passato, ti pensavo
attento e capace di capire e cogliere le realtà. Con
la tua dichiarazione apparsa su Famiglia Cristiana dimostri
invece il contrario. E mi spiace, perché provo grande
delusione: anche dai Verdi arrivano "sparate" senza
quelle doverose verifiche che ci si aspetterebbe. Avrei gradito
una telefonata, franca e leale, a viso aperto. Saresti comunque
stato libero di affermare ciò che volevi, ma avresti
avuto qualche elemento di verifica, utile quando si lanciano
giudizi del genere.
Non c'era bisogno che lo "scoprissi" tu che all'ospedale
di Jowhar stiamo ricominciando da capo. Per questo ho inviato
prima un'infermiera professionale con trent'anni di esperienza
e poi un medico con una ampissima conoscenza della medicina
nei contesti tropicali (con fondi nostri, tra l'altro). E
con un mandato preciso: formare il personale infermieristico
per prepararlo alla piena ripresa delle attività e
impostare tale ripresa coordinandola con la strategia di sviluppo
della sanità nel nuovo contesto somalo, coinvolgendo
i cinque medici locali.
Certo l'ospedale è da riprendere da zero e ho sulla
mia scrivania delle dettagliate relazioni sul da farsi e sulle
risorse finanziarie che occorrono. Risorse finanziarie che
con fatica, caro Mauro, abbiamo assicurato in questi anni
per garantire la continuità del salario al personale
(tieni presente che su questi sessanta salari vivono circa
un migliaio di persone di Jowhar) e quel minimo, purtroppo
minimo, necessario per mantenere aperta la struttura, facendo
funzionare almeno il centro per la tubercolosi e l'ambulatorio,
oltre alle vaccinazioni.
Per il periodo dal 3 maggio 2001 al 2 febbraio 2003 abbiamo
avuto un finanziamento della Commissione europea che doveva
essere di 488.800 euro ma si è ridotto a 405.530. Questo
progetto, realizzato in condizioni di elevata insicurezza,
è stato verificato e valutato, sia sulle attività
che sulla gestione finanziaria, dalla PricewaterhouseCooper,
su richiesta nostra e della Delegazione Europea di Nairobi.
L'audit si è svolto sia a Jowhar che presso la nostra
sede amministrativa di Nairobi, tra il 7 luglio e il 12 novembre
2003. Non so se i conti dei Verdi riescono ad arrivare ad
un risultato di correttezza come quello espresso dalla società
di auditing. Hanno riscontrato che 17.195 euro per alcuni
lavori ed alcune attrezzature (realizzati e acquistate, comunque!)
non avevano seguito le procedure formali della CE, cioè
la gara. Nel contesto di insicurezza del 2002 una gara avrebbe
comportato un tale conflitto fra clan che abbiamo scelto di
non effettuarla: ma la burocrazia è più forte
della razionalità e abbiamo dovuto restituire quei
17 mila euro.
Da quella data, cioè dal 2 febbraio 2003, la Commissione
Europea, pur avendo noi subito definito con i suoi tecnici
una proposta per la continuazione delle attività all'ospedale,
ha continuato ad essere indecisa sul finanziamento delle strutture
sanitarie in Somalia, rimandando di mese in mese il lancio
della gara aperta a tutte le Ong (che a tutt'oggi non è
stata fatta!). Nell'ottobre 2004, ho chiesto un incontro a
Nairobi, riuscendo a spuntare un finanziamento per "un
massimo di dodici mesi". Ma il nuovo contratto è
stato firmato nel maggio 2005 e solo a fine agosto, pochi
giorni fa, dopo varie insistenze abbiamo potuto ricevere la
prima rata che stiamo (non par vero!) iniziando ad utilizzare.
Da inizio febbraio 2003 a fine agosto 2005, quasi due anni
e mezzo caro Mauro, siamo rimasti soli. Questa è la
verità. E non è stato semplice, ti assicuro,
garantire quanto ti ho esposto sopra: il salario a tutto il
personale ed il minimo delle prestazioni per garantire la
continuità dell'ospedale. Oltre - e a te va detto -
a garantire il collegamento con le "autorità"
e la popolazione, riuscendo a creare uno stretto legame di
fiducia che oggi si dimostra preziosissimo, anche per il nostro
paese, nel nuovo contesto politico. Non mancano mai le critiche,
ma ben pochi ci hanno dato una mano. Salvo Mediafriends e
l'Acri, a cui siamo molto grati, che nel 2004 ci hanno garantito
una decina di mesi di copertura finanziaria. Delle organizzazioni
internazionali, solo l'Unicef locale ha sostenuto nel 2003
le attività di vaccinazione e ha coperto cinque mesi
di costi del personale. Per il resto del tempo, ci siamo perfino
dovuti indebitare con Banca Etica, pur di non abbandonare
Jowhar.
Avremmo forse dovuto farlo, data anche l'insicurezza costante
degli anni passati, ma non ne abbiamo avuto il coraggio a
causa del legame fortissimo con quella realtà. Abbandonarlo
avrebbe anche significato il totale saccheggio della struttura
ospedaliera. E avrai senza dubbio visto cosa significa saccheggio
in Somalia, e come è difficile ripartire dalle realtà
saccheggiate.
Allora, caro Mauro, io sono sempre pronto a pagare per i miei
errori, ma non per la leggerezza e l'insipienza degli altri.
Specie per Jowhar a cui abbiamo dato molto, moltissimo, nei
limiti delle nostre possibilità e responsabilità,
e sui cui stiamo sensibilizzando gruppi e soggetti vari. Sai
che bello per loro leggere le tue affermazioni, o per i lettori
di Famiglia Cristiana che ci conoscono e apprezzano i nostri
sforzi, o per quelle persone che si stanno impegnando a finanziare
una scuola di formazione triennale per infermieri a Jowhar.
I ritardi della burocrazia e il disinteresse internazionale
(compreso, se non sbaglio, il tuo fino a poco tempo fa) non
sono di nostra competenza e non ne voglio assumere le responsabilità.
Se devi fare un'interrogazione parlamentare, vedi almeno di
indirizzarla nella giusta direzione e anche un po' a voi stessi,
parlamentari italiani quasi sempre assenti o in ritardo rispetto
a situazioni di cui dovreste occuparvi. Chiedetevi anche quali
sono le responsabilità di voi politici per questo abbandono
della Somalia al suo triste destino, per più di dieci
anni, votandola al caos e all'illegalità. Noi non l'abbiamo
mai abbandonata, con le nostre limitate forze certo, ma creando
un legame che ha un valore che non puoi immaginare.
Per il resto, ho imparato ormai ad andare avanti ricordandomi
il verso di Dante: "Non ti curar di lor, ma guarda e
passa".
Sono amareggiato e anche un po' arrabbiato, ma ci terrei veramente
a incontrarti per discutere di Somalia. E' un paese che ha
bisogno dell'aiuto di tutti in questo momento. E non siamo
in tanti, purtroppo, ad interessarcene.
Tuo,
Nino Sergi
Segretario Generale
p.c.: Luciano Scalettari, Famiglia Cristiana
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segue articolo di Famiglia Cristiana
SOMALIA ANNO ZERO
Dopo 14 anni di guerra civile, che ha provocato 300.000
vittime e milioni di sfollati, il Paese vive una sorta di
"pace armata". In attesa che nella capitale si insedi
il nuovo Governo.
Jowhar, Somalia
«Questo è lottavo. Morto di malaria. Non
è possibile. Otto bambini, capite?, uccisi da una banale
malaria». Scuote la testa, Gabriele, e allarga le braccia,
la voce alterata dalla rabbia repressa. Afferra un fascio
di carte dalla scrivania e le agita davanti ai nostri occhi.
«Otto, in meno di un mese. Possiamo andare avanti così?».
Lo sfogo di Gabriele avviene nella pediatria dellospedale
di Jowhar. Il blu delle pareti accentua la penombra e sfuma
i lineamenti dei mucchietti dossa denutriti che le mamme
tengono in grembo, nei quattro letti della piccola stanza.
Abbiamo visitato tutto il piccolo ospedale: un caso di lebbra,
alcune ferite darma da fuoco, una quindicenne con un
cancro al fegato in fase terminale, tanti malati di malaria
e malnutriti. E diversi neonati, perché ovviamente
la maternità è affollata.
Gabriele Lonardi è un medico. Anzi, è il medico,
lunico nel raggio di decine e decine di chilometri.
Veronese, una cinquantina danni ben portati, Gabriele
è tuttaltro che un pivello, in fatto di cooperazione:
plurispecializzato in malattie tropicali, è appena
arrivato in Somalia dopo 25 anni di Brasile, direttamente
allospedale di Jowhar, per rimetterlo in sesto insieme
a due altri italiani mandati qui dallOng Intersos: linfermiera
Maria Salghetti e Alex Maffeis, responsabile del centro per
la tubercolosi. Sono giunti uno dopo laltro, sei, cinque
e tre mesi fa, e hanno trovato non un ospedale ma una via
di mezzo fra un girone dantesco e un immondezzaio.
«La gran parte dei pazienti presenta patologie curabilissime.
Ma non abbiamo nulla per curarli. Ogni giorno, qui, si alternano
momenti di gioia e di dolore», aggiunge il dottore.
«Oggi siamo stati sconfitti, questo bambino è
stato vinto dalla malaria. Ma ieri abbiamo salvato un neonato,
venuto alla luce da un parto trigemellare con una malformazione
al retto. Sarebbe morto in pochi giorni. Ce ne siamo accorti
proprio mentre facevamo un giro in corsia con unéquipe
della Croce Rossa di Nairobi. Si trattava di un delicato intervento
per rimuovere una membrana e fare la ricostruzione del retto.
"Io questo intervento non lo so fare", ho detto
al medico della Croce Rossa. "E tu?". "Io sì",
mi ha risposto semplicemente, "sono chirurgo e conosco
la tecnica". Detto fatto: ci siamo infilati il camice
verde e abbiamo operato. Il neonato è salvo e sta benone.
Quasi un miracolo: un giorno prima o un giorno dopo questo
intervento non sarebbe stato possibile».
Un ospedale senza medicine
Gabriele, Maria e Alex stanno dando lanima per far
funzionare lospedaletto. Ma possono dare solo la propria
esperienza e abilità. Infatti, non hanno medicine,
non hanno strumenti chirurgici, non hanno nemmeno lacqua
potabile (lunico pozzo è in cortile). «Intersos
ci ha mandati qui, ma il finanziamento è ancora fermo
allUnione europea», dicono i cooperanti. Così,
senza soldi e con una struttura pressoché inesistente,
si danno da fare a inventarsi soluzioni, a chiedere aiuti
estemporanei alle agenzie di Nairobi, a farsi mandare qualche
scatola di farmaci e materiale chirurgico dalla Croce Rossa.
Il Governo nato a Nairobi
Eppure, questo ospedaletto è diventato importante.
Non solo perché a Jowhar cè il nuovo Governo
di transizione e la sede presidenziale si trova di
là dalla strada, a non più di 50 metri ,
non solo perché larrivo di ministri e parlamentari
ha comportato un forte afflusso di popolazione civile da tutta
larea, ma anche perché malati e feriti arrivano
fin dal confine con lEtiopia, a 300 chilometri di distanza,
perché nella Somalia di oggi la sanità semplicemente
non esiste in aree vastissime.
Jowhar, fino a pochi mesi fa, era un paesotto di 22.000 abitanti.
Aveva un simulacro dospedale, una scuola, una sede dellUnicef
e poco altro. Ora ospita temporaneamente il Governo, nato
a Nairobi dallultima lunga conferenza di pace (la quattordicesima
in 14 anni di guerra civile), in attesa che le istituzioni
possano rientrare a Mogadiscio, la capitale storica, che è
ancora in balia dei "signori della guerra" e dei
gruppi di estremisti islamici. La villa del governatore di
Jowhar è stata prestata al presidente Abdullhai Yusuf
e al primo ministro Ali Mohamed Gedi. E la scuola primaria
è stata riadattata ad accogliere ministri e parlamentari:
dormono in camerate, otto o nove per aula, in attesa che siano
ultimati gli alloggi che lItalia ha inviato con un ponte
aereo. Il nostro Paese ha organizzato 14 voli con prefabbricati,
generatori e materiale logistico per predisporre il campo
daddestramento del primo nucleo 1.500 uomini
di quelli che saranno il nuovo esercito nazionale e
la polizia.
Nel Paese dellanarchia
La Somalia è allanno zero. Dopo 14 anni di guerra
civile feroce e sanguinaria (la stima è di 300.000
vittime e milioni di sfollati e rifugiati allestero),
basta percorrere le viuzze impolverate della città
o cercare di raggiungere la vicina costa a non più
di 90 chilometri in linea daria per rendersi conto di
cosa significhi vivere nellunico Paese al mondo che
ha passato quasi tre lustri nellanarchia.
Significa che i telefoni cellulari funzionano perfettamente
e gli aerei del chat (la piantina blandamente allucinogena
che tanti somali masticano senza sosta) atterrano con puntualità
svizzera. Ma significa pure che i pochi ospedali esistenti
sono gestiti da Ong o agenzie umanitarie, che il sistema scolastico
è scomparso, che la luce cè per chi ha
un generatore, che le strade sono ridotte a improbabili piste
di sabbia, che lacqua potabile è un bene prezioso,
che paesi e villaggi sono un ammasso di vecchie case fatiscenti
o capanne di paglia.
I fantasmi dellepoca coloniale
Jowhar è attraversata da quella che fu la strada imperiale
depoca coloniale. A parte qualche pietra miliare col
fascio littorio, non ne resta più nulla, tantè
che le pochissime auto qualche fuoristrada, pochi zoppicanti
camion e rabberciate "124 Fiat" degli anni Cinquanta
vi corrono ai lati: meglio la pista di terra battuta
che la gragnuola di buche della strada. Le farmacie, o sedicenti
tali, vendono farmaci scaduti e ri-etichettati, o confezioni
che del medicamento hanno solo il nome. E lunico caffè
di Jowhar si beve al "Lavazza", un bar che ha riadattato
la macchina espresso a funzionare col fuoco a legna.
La Somalia vive la pace armata delle milizie, che controllano
capillarmente il territorio agli ordini dei "signori
della guerra" locali. Lampia maggioranza di loro
si riconosce nel Governo di Abdullhai Yusuf, ma larea
di Mogadiscio e qualche pezzo di territorio sono fuori controllo,
sicché il Paese è a macchia di leopardo, con
un continuo alternarsi di zone pacificate e altre insicure.
Per raggiungere, ad esempio, il villaggio costiero di Igo
a 260 chilometri a nordest di Jowhar, la stessa distanza
che cè fra Milano e Venezia ci occorrono
20 ore di pista; e per tornare da Warsheik a Jowhar sono necessarie
otto ore lungo un tortuoso viottolo sabbioso nella boscaglia,
perché la direttrice che sfiora Mogadiscio è
pericolosa.
Sembra che un colpo di spugna abbia cancellato tutto ciò
che lepoca coloniale e la lunga dittatura di Siad Barre
avevano, nel bene e nel male, costruito. Dove erano stati
realizzati grandi insediamenti, come lo zuccherificio o la
stazione ferroviaria di Jowhar, restano scheletri disadorni.
Dove il manufatto era più fragile, come le strade e
gli edifici lungo la costa, non ne resta quasi traccia.
A Jowhar non si vedono in giro uomini armati, a eccezione
dellapparato di sicurezza del governatore e delle nuove
istituzioni somale. Ma Jowhar è uneccezione.
Se cè una risorsa che non manca in Somalia sono
le armi, i miliziani e le "tecniche", ossia i fuoristrada
Toyota attrezzati con grossi mitragliatori sul tetto.
«Sì, è vero, è tutto da ricostruire,
ma oggi il popolo somalo ha ricominciato a sperare, perché
finalmente cè un Governo che vuole la pace. Il
compito che ci aspetta è gigantesco», esordisce
il presidente Abdullhai Yusuf nellintervista che ci
concede. «In Somalia non cè legge, non
cè esercito né polizia, non cè
amministrazione», continua Yusuf. «Ci sono solo
free-lance della guerra. Pacificare e ricostruire è
un lavoro enorme. Ma siamo determinati a rifare la Somalia,
a disarmare le milizie, a combattere i terroristi islamici.
Abbiamo ancora quattro anni davanti. Sono convinto che ci
riusciremo».
Riguardo ai gruppi fondamentalisti, il presidente è
durissimo: «Sono i primi veri nemici della Somalia,
perché non vogliono la stabilità del Paese»,
conclude. «I miliziani che per 15 anni sono sopravvissuti
col fucile devono essere integrati alla vita civile. Ma i
terroristi li conosco bene: li ho combattuti e sconfitti nel
92 e 93, quando tentavano di insediarsi nella
regione di Bosaso. Oggi sono tanti e hanno molti soldi. Vanno
sradicati dalla Somalia».
Luciano Scalettari
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COOPERANTI "FAI
DA TE"
Comè possibile che lospedale di Jowhar
sia in condizioni tanto spaventose? Domanda inevitabile,
se si ripercorre la sua storia. Sono stati i militari
della missione Ibis, nel 1992, a creare lospedale.
Dopo la fine della missione negli ultimi 11 anni
la struttura è sempre stata gestita dallOng
italiana Intersos, che vi ha mandato nel tempo diversi
cooperanti. Tuttavia, il team arrivato ora lha
trovato in condizioni impossibili, con pochi e antiquati
strumenti, senza medicine, privo dei requisiti minimi
digiene. E senza finanziamenti. Come mai?
«Occorre fare subito chiarezza su
quello che è avvenuto nellospedale di Jowhar»,
dice lonorevole Mauro Bulgarelli, dei Verdi. «Presenterò
uninterrogazione parlamentare per sapere quanti
fondi sono stati dati per lospedale e che uso
ne è stato fatto». «Questo episodio»,
aggiunge, «conferma che va rivisitato del tutto
un certo modo di fare cooperazione. Non devono più
esistere progetti che sono in realtà contenitori
vuoti, utilizzati solo per introiettare denaro».
L.SC.
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LIMPEGNO
DELLITALIA E DELLEUROPA
«Alcuni Paesi purtroppo stanno a guardare. E questo
non aiuta la Somalia. Non è così per lItalia
e lUnione europea che ci stanno offrendo sostegno
politico e finanziario». Ali Mohamed Gedi, premier
del neonato Governo somalo di transizione parla un ottimo
italiano e ha le idee chiare. Sa che il primo problema
è uscire dalla "pace armata" in cui le
milizie sono ancora in grado di spadroneggiare (secondo
Medici senza frontiere negli ultimi mesi ci sono stati
500 feriti da armi da fuoco nei loro ospedali, segno di
un livello di violenza ancora intollerabile).
Gedi sa che occorre dimostrare alla comunità
internazionale che lopposizione formatasi a Mogadiscio
da parte dei vecchi signori della guerra e dai gruppi
estremisti islamici è solo una minoranza. Sa
che occorre comunque dialogare e mediare, senza prove
di forza. «Ma», aggiunge, «occorre
pure che lOnu smascheri i veri scopi di chi solleva
problemi strumentali per mantenere la Somalia nellinstabilità
e nel caos».
Valutazioni che trovano daccordo anche linviato
speciale del Governo italiano, Mario Raffaelli, che
da due anni segue il processo di pacificazione.
«Questo Governo è frutto di due lunghi
anni di difficile mediazione. Solo dalla primavera scorsa
presidente e Governo stanno operando. È quindi
un Governo che media fra tutti i gruppi e le realtà
claniche e fra i signori della guerra. La comunità
internazionale ha assistito e sostenuto tutto questo
processo».
Il Governo, però, è nato a Nairobi.
«Infatti, ora si è al momento cruciale:
Governo e Parlamento sono rientrati in Somalia, seppure
con difficoltà. Adesso il processo avvenuto nei
palazzi di Nairobi deve essere spiegato alla popolazione,
e accettato».
Lopposizione è nata dentro lo stesso
Governo. Come sanare la frattura?
«Ci sono due questioni: la prima è che
la minoranza allopposizione non vuole che fra
i caschi blu che devono arrivare ci siano soldati dei
Paesi confinanti. Ed è unobiezione ragionevole,
su cui il Governo si è detto daccordo.
La seconda è che la sede del Governo devessere
da subito Mogadiscio. Questo, però, è
un falso problema: è ovvio che la capitale sarà
Mogadiscio, ma oggi è ancora molto pericolosa.
Appena sarà pacificata, le istituzioni prenderanno
subito sede nella capitale. Già nei prossimi
giorni si riunirà a Mogadiscio il Consiglio dei
ministri».
LOnu e gli Stati Uniti hanno parlato di spaccatura
e spingono per la mediazione.
«Dialogo e mediazione in questa fase sono importanti.
Ma non si può far finta che non ci sia un governo
e che ogni problema provochi lo stallo. Non può
esistere alcun "diritto di veto", da parte
di nessuno».
Quali sono gli scopi dellopposizione?
«Oggi mettere insieme due gruppi. Il primo ha
unagenda somala: pone proprie esigenze e istanze
per un progetto politico. Il secondo è costituito
da estremisti islamici che usano la Somalia per obiettivi
più ampi, di instabilità internazionale
e di terrorismo. Costoro non vogliono semplicemente
alcun governo. Quindi, io dico, non ci sono due parti.
Cè listituzione, che è una
sola, e al suo interno ci sono divergenze. Sostenere
che ci sono due fazioni in contrapposizione rischia
di dare spazio agli estremisti».
La Somalia è stata teatro di molteplici attività
illegali. Come sanare questa situazione?
«Oggi, cè chi ricava ingenti introiti
da attività economiche, legali e no. Occorre
gradualmente portare sotto il controllo dello Stato
le attività legali. E stroncare quelle illecite,
andando anche a verificarne le conseguenze. Mi riferisco
a uno di questi business illegali, quello del traffico
di rifiuti e scorie, su cui bisognerà vedere
quanto e dove si è inquinato. E quindi si dovrà
bonificare».
L.SC.
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