| Sulle
linee fondamentali che possono contribuire a nuovi indirizzi e ad
una nuova normativa sulla cooperazione allo sviluppo, abbiamo posto
alcune domande al nostro Segretario Generale, Nino Sergi
D. - Hai seguito per tanti anni le politiche e
l'azione di cooperazione allo sviluppo dell'Italia. Che cosa qualifica
oggi la cooperazione?
Oggi occorre partire proprio da un concetto nuovo
di cooperazione e garantirne la centralità politica
in tutta l'azione internazionale dell'Italia. La politica estera
italiana deve ispirarsi ai principi della cooperazione fra gli Stati
e fra i popoli, deve favorirla e rafforzarla per la promozione degli
interessi nazionali e di una globalizzazione basata su rapporti
di giustizia, equità, rispetto dei diritti e della dignità
della persona e dei popoli, tutela dell'ambiente, convivenza, pace
e sicurezza. La politica centrata sulla cooperazione deve diventare
il fondamento di ogni rapporto internazionale dell'Italia e deve
rimanere il cardine su cui si sviluppano, ad ogni livello, le relazioni
tra paesi. Quindi, ripeto, occorre che la cooperazione diventi l'elemento
e la scelta politica prioritaria nei rapporti internazionali a livello
economico, politico, culturale, ambientale, dei diritti, dello sviluppo
e della lotta alla povertà, della sicurezza.
D. - Citando le varie opportunità dell'azione
dell'Italia a livello internazionale, tocchi indirettamente un tema
molto problematico a cui abbiamo assistito in questi anni: la difficoltà
del coordinamento politico di tutte queste varie iniziative. I ministeri
sono infatti andati ognuno per conto proprio, per non parlare poi
delle Regioni.
Sono convinto che uno dei punti fondamentali da tenere
in considerazione sia proprio l'indispensabilità della coerenza
politica dell'insieme delle cooperazioni internazionali. Occorre
che essa sia garantita - in modo autorevole ed efficace - tra tutte
le varie espressioni della cooperazione, che si tratti di cooperazione
politica, cooperazione economica, cooperazione culturale, cooperazione
ambientale, cooperazione allo sviluppo.
Tale coerenza può essere assicurata da un Comitato interministeriale
per la cooperazione internazionale presieduto dal Presidente
del Consiglio dei Ministri e composto almeno dai Ministeri degli
Affari Esteri, dell'Economia, delle Attività produttive (per
il Commercio estero), dei Beni e Attività culturali, dell'Ambiente,
dell'Interno. Al Comitato interministeriale dovrebbe partecipare
anche il presidente della Conferenza delle Regioni. Mi pare che
nessun Ministro ad hoc ma solo il Presidente del Consiglio ha l'autorevolezza
e il potere necessari per potere garantire la coerenza politica
dell'insieme delle relazioni e cooperazioni internazionali.
D. - Veniamo ora però alla specificità
della cooperazione allo sviluppo.
Sono convinto che la cooperazione allo sviluppo debba
rimanere parte integrante e qualificante della politica estera
italiana e fare quindi capo al Ministero Affari Esteri. Quando
dico "parte qualificante" intendo affermare una politica
estera basata sul dialogo e la cooperazione fra gli stati e i popoli,
quindi basata su rapporti di equità e di giustizia e non
su logiche di potenza e dominio basate sul rapporto di forza e sulla
forza delle armi. Creare un Ministero specifico per la cooperazione
allo sviluppo mi sembra, contrariamente a quanto può apparire,
un'opzione che ne diminuisce di molto la valenza e la forza politica.
Altri elementi vanno poi tenuti presenti e garantiti: la coerenza
e complementarietà da un lato con l'azione di cooperazione
allo sviluppo dell'Unione Europea, integrandola e rafforzandola
in coordinamento con quella dei singoli Stati membri, e dall'altro
con le priorità definite in ambito multilaterale dalle Nazioni
Unite e dalle specifiche Agenzie.
D. - A tuo avviso, a chi deve essere affidata
la responsabilità politica della cooperazione allo sviluppo?
Ci sono diverse opzioni su cui si sta discutendo.
Vanno tutte prese in considerazione, approfondite e valutate. Per
quanto mi riguarda, sono convinto che il responsabile politico debba
essere un Vice Ministro per la cooperazione allo sviluppo, nel
Ministero Affari Esteri. E' il logico seguito di quanto detto
sopra. A lui spetta quindi la definizione annuale e con proiezione
triennale degli indirizzi, le priorità geografiche e settoriali
e la ripartizione delle risorse, in coerenza con gli indirizzi più
generali del Comitato interministeriale per la cooperazione internazionale
e la presentazione di tale definizione previsionale all'approvazione
del Parlamento. Quest'ultimo dovrà pronunciarsi anche sulla
relazione annuale consuntiva. Un Vice Ministro e non un Sottosegretario
come è stato nel passato, comunque: perché solo il
primo partecipa alle riunioni del Consiglio dei Ministri e quindi
può fare valere le proprie scelte e priorità e richiedere,
se necessario, maggiore coerenza rispetto agli impegni.
D. - In questi anni passati la suddivisione delle
risorse dell'APS (aiuto pubblico allo sviluppo), tra il Ministero
degli Esteri e il Ministero dell'Economia come ha funzionato?
La valutazione non può che essere negativa.
Il Ministero degli Esteri ha avuto competenza solo su un terzo dei
fondi stanziati. Mentre all'Economia è spettata la gestione
dei due terzi: somme ingenti erogate spesso con criteri che poco
corrispondono a quelli della cooperazione allo sviluppo. Si tratta
di un ulteriore elemento di incoerenza della nostra azione internazionale
di cooperazione. Tali risorse dovranno in futuro essere unificate
sotto la primaria responsabilità del Vice Ministro (i doni,
i crediti, i contributi al FES-Fondo europeo di sviluppo e alle
Istituzioni finanziarie internazionali). Lo richiedono ragioni di
coerenza e di maggiore efficacia della stessa azione di cooperazione
che assumerebbe, in questo modo, anche maggiore peso politico.
Ma la coerenza politica richiede anche altro. E innanzitutto forme
di coordinamento delle iniziative decentrate di cooperazione pubblica
allo sviluppo, con alcuni vincoli in merito agli indirizzi e alle
priorità approvate dal Parlamento. Si tratta di iniziative
che vanno valorizzate, data la specificità e il coinvolgimento
territoriali. Esse corrispondono nell'insieme a significativi impegni
finanziari, i cui benefici possono essere moltiplicati se vengono
inserite in un quadro di maggiore coordinamento e coerenza politica,
senza nulla togliere alla capacità propositiva delle Regioni
e degli Enti locali. Analogamente, va assicurata la migliore integrazione
tra pubblico e privato basata sul principio della sussidiarietà.
D. - Anche sullo strumento operativo di gestione
dell'APS vi sono ipotesi diversificate. Cosa pensi al riguardo?
Lo strumento operativo per la gestione dell'APS deve
essere a mio avviso una specifica Agenzia, presieduta dal
Vice Ministro per la cooperazione allo sviluppo nella sua funzione
di responsabile politico. Essa deve agire in coerenza con le politiche
di cooperazione definite dal Comitato interministeriale per la cooperazione
internazionale. Sarà fondamentale che operi in autonomia
gestionale, amministrativa, contabile, patrimoniale, finanziaria,
organizzativa e regolamentare, svincolata dalle norme sull'amministrazione
del patrimonio e sulla contabilità generale dello Stato.
Dovrà essere sottoposta alla vigilanza del Ministro degli
Affari Esteri come dovrà essere dotata di specifici organi
di controllo e di revisione dei conti.
La immagino anche con un Direttore a cui compete la responsabilità
gestionale dell'APS ed un'organizzazione strutturata in Uffici e
Servizi.
D. - Un'ultima domanda sulle risorse che l'Italia
deve destinare alla cooperazione allo sviluppo.
Si tratta di un punto fondamentale. Infatti, tutto
questo disegno politico e gestionale, senza risorse adeguate, non
avrà significato. Le decisioni prese a livello di Unione
Europea dovranno essere il riferimento per il nostro paese. E sarebbe
segno di incoerenza politica il contrario. Le risorse destinate
alla cooperazione allo sviluppo dovranno quindi giungere allo 0,56%
del Pil, con crescente gradualità, entro il 2010, fino a
giungere allo 0,7% nel 2015. Così è stato definito
dal Consiglio Europeo nel 2005 e stabilito nel "European Consensus
on Development". Andrebbe poi prevista la de-tassazione dei
fondi privati destinati ad iniziative di cooperazione allo sviluppo
realizzate da organizzazioni riconosciute.
|