IRAQ
 
 
 
 
 
 
   
 
   
 
   
 
   
 

UN ENTUSIASMO CONTAGIOSO
intervista alla dottoressa Annamaria Testi

“Lavorare con i medici di Baghdad è un’esperienza unica: il loro coraggio e la voglia di migliorare la situazione dei loro bambini è incredibile”. Parla la dottoressa Anna Maria Testi, coordinatrice scientifica del progetto.

Nell’agosto del 2003 la dottoressa Anna Maria Testi, docente universitaria e responsabile del settore pediatrico di Ematologia del dipartimento di Biotecnologie cellulari, è volata a Baghdad per conoscere i medici dell’ospedale pediatrico Children Welfare Teaching Hospital (Cwth). Qui per tre settimane ha svolto attività di consultazione clinica e di formazione ai colleghi iracheni di pediatria e di altri reparti dell’ospedale universitario. Il primo contatto tra Roma e Baghdad era avviato.

Come è stata coinvolta nel progetto?

Subito dopo la fine ufficiale dei combattimenti a Baghdad, Intersos ha svolto una missione di valutazione sanitaria per capire le reali necessità dell’ospedale pediatrico universitario, con cui già dal marzo del 2003 aveva stabilito rapporti di collaborazione. Il professor Alberto Angelici del dipartimento di Scienze chirurgiche dell’Università La Sapienza, esperto di formazione del personale sanitario in situazioni di emergenza e membro del Consiglio di Intersos, ha effettuato la valutazione, e la scelta è caduta sul reparto di onco-ematologia pediatrica dell’università di Baghdad. Il reparto è gestito da una dottoressa attivissima, di cui per ragioni di sicurezza preferisco non fare il nome, che ha continuato a lavorare infaticabilmente anche durante la guerra. È lei che ha espresso di più la volontà di avere contatti con medici occidentali per poter migliorare la qualità del suo lavoro. Quindi nell’agosto 2003, con un accordo tra Intersos e La Sapienza sono andata anche io a Baghdad.

E come è andata?

Direi benissimo. Sono state tre settimane molto intense: ho tenuto tutti i giorni lezioni a medici e studenti di medicina su diagnosi e terapia delle leucemie nel bambino. Da lì è nato il nostro rapporto, che via via è diventato sempre più stretto.

Una volta tornata in Italia che cosa è successo?

Il primo passo è stato identificare le patologie più frequenti in quel Paese per cercare di migliorarne le terapie. Quindi, utilizzando i dati raccolti a Baghdad ho scritto delle linee guida e dei protocolli di cura specifici per il trattamento di queste malattie. Nel frattempo con Intersos e La Sapienza abbiamo cercato di aiutare i colleghi iracheni anche con il rifornimento di medicinali. Quindi abbiamo iniziato a modificare il trattamento dei primi malati.

Con quali risultati?

Buoni, anzi molto buoni. E da subito. I problemi sono iniziati con l’aggravarsi della situazione in Iraq, che rendeva i contatti con l’ospedale di Baghdad sempre più difficili e meno frequenti. Allora abbiamo pensato al collegamento satellitare. Con Intersos ci siamo rivolti all’Agenzia spaziale europea (Esa) e a Telbios, specializzata in telemedicina, e la nostra idea è diventata realtà. Esa e Telbios hanno supportato il programma fornendo le conoscenze tecniche, l’equipaggiamento e la capacità satellitare necessari al collegamento. Successivamente la Task Force Iraq del Ministero degli Esteri ha fornito il sostegno finanziario necessario a portare avanti le operazioni.

I medici di Baghdad avevano mai avuto esperienze di telemedicina?

No, e uno dei problemi più difficili all’inizio è stato proprio quello dell’utilizzo della tecnologia. Intersos ha allora individuato i tecnici e due medici del Cwth e li ha fatti venire a Roma per un training. Il contatto con l’Iraq era stato finalmente ristabilito.

E si ripete ogni settimana…

Sì, con isolate interruzioni dovute principalmente all’instabilità di quel Paese. Tutte le settimane ci colleghiamo per due ore, anche se in caso di situazioni di particolare urgenza sono previste sessioni di teleconsulto anche al di fuori della normale programmazione settimanale. Ultimamente abbiamo voluto aggiungere anche dei collegamenti da due ore da dedicare a problemi relativi alla chirurgia e alle infezioni. E vogliamo proseguire su questa strada in futuro allargare le lezioni ad altri specialisti pediatrici, e non solo agli ematologi.

Come si svolge una seduta?

Si divide in due parti. Nella prima discutiamo due o tre cartelle cliniche che ci sottopongono i colleghi di Baghdad: analizziamo casi specifici e ne discutiamo insieme. La seconda, invece, è dedicata ai corsi veri e propri, che vertono sia sulle malattie onco-ematologiche dell’infanzia (ed in particolare sui linfomi di Hodgkin e di Non-Hodgkin) che su aspetti più generici, ma non meno importanti in una situazione di emergenza come quella irachena, come il controllo delle infezioni e le cure intensive.

Come è cambiato in questi anni il rapporto con i colleghi di Baghdad?

Si è rafforzato, anche se fin dall’inizio è stato ottimo, sia dal punto di vista professionale che umano. I medici del Cwth sono persone eccezionali e hanno dimostrato da subito un grande entusiasmo. La cosa che mi ha colpito di più quando sono stata a Baghdad è stato proprio questo grande entusiasmo, una sete di conoscenza dopo anni di isolamento durante i quali non hanno potuto saper nulla sulle evoluzioni degli studi biologici e delle cure delle malattie. Il nostro incontro è stato splendido: il loro coraggio e la voglia di migliorare la situazione dei loro bambini mi ha colpito moltissimo da subito. Il loro è un entusiasmo che ti travolge. Lavorare insieme è un’esperienza unica perché fanno domande sempre appropriate e precise, sono persone che hanno un solo interesse: migliorare quella realtà.

Qual è il futuro del progetto?

Quali sono i prossimi passi? Vogliamo cercare di estendere la telemedicina e iniziare i collegamenti con altri ospedali iracheni, anche nel sud del Paese. In questi giorni, poi, è a Roma una dottoressa di Erbil, nel Kurdistan iracheno. In quella zona la situazione è meno tesa dal punto di vista della sicurezza e c’è la possibilità di andare in loco e istruire medici e tecnici direttamente da lì. Dopo che avremo il collegamento anche con Erbil, metteremo in rete i due ospedali iracheni e lavoreremo tutti insieme. E cercheremo ancora di allargare il circuito. Sarà entusiasmante.
(tratto da www.ong.agimondo.it)

 
 

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