IRAQ
IL VOTO ALLA CAMERA, LA VERITÀ SULLA GUERRA
E LA STRATEGIA DI USCITA
Nino Sergi, Segretario Generale INTERSOS, 14 marzo 2005
Il nuovo voto alla Camera e la realtà dell'Iraq
La Camera è chiamata a pronunciarsi sul rifinanziamento
della missione militare in Iraq.
Anche se il risultato del voto è scontato, speriamo che
il dibattito possa questa volta esprimere l'avvio di un serio
approfondimento sul significato della presenza militare italiana
in quel contesto. Il sequestro di Giuliana Sgrena e l'uccisione
di Nicola Calipari sollecitano una maggiore riflessione e forse
una nuova valutazione politica. Questo contributo si basa sul
lavoro e l'esperienza di INTERSOS in Iraq e sulla nostra visione
della realtà.
Non è semplice parlare della realtà dell'Iraq. Di
quale Iraq? Di Baghdad? Del così detto triangolo sunnita
che comprende Ramadi, Falluja e Tikrit? Di Najaf, Nassiryia, Bassora?
Oppure di Mosul, Erbil, Sulemanyia? Le situazioni sono diverse,
anche se ormai accomunate da un comune fattore, quello dell'insicurezza
per chiunque rappresenti l'occidente e per chiunque collabori
con esso, comprese le nascenti istituzioni e forze di sicurezza
locali. Le condizioni di vita della popolazione non sono buone;
l'insicurezza influisce su tutto; il terrorismo si rafforza e
agisce quasi indisturbato; anche la resistenza trova ogni giorno
motivi di ampliamento, grazie anche agli arresti, alle torture
e ai bombardamenti indiscriminati che hanno colpito e continuano
a colpire civili innocenti. Parliamo di quella resistenza che
non ha nulla a che vedere con il terrorismo che va decisamente
e inesorabilmente combattuto. La stessa Zona Verde a Baghdad,
il cuore dell'Amministrazione dell'Iraq, è divenuta un
diffuso bunker ove la principale preoccupazione è la propria
difesa e la propria protezione e sicurezza, nella speranza che
la prossima granata scoppi nello spazio del vicino e non nel proprio.
Anche il contingente militare italiano a Nassiryia è ormai
cosciente dell'inutilità della propria presenza. È
sceso a patti e si è ritirato in buon ordine nel proprio
accampamento, evitando ogni tipo di conflitto o di scontro, intervenendo
quindi su azioni e compiti ben limitati. I militari italiani rimangono
ancora in Iraq non tanto per garantire l'ordine nella provincia
di Dhi Qar che riesce, bene o male, a gestirlo da sola, ma per
rendere concreta la posizione politica assunta dal nostro Governo
nella "Coalizione dei volenterosi" e continuare a mostrare
l'Italia al fianco degli Stati Uniti. Non corrisponde alla realtà,
inoltre, continuare a presentare il contingente italiano con un'immagine
simile a quella di una "S. Vincenzo" pronta a rispondere
a tutti i bisogni della gente, quando spesso la priorità
di questi bisogni è suggerita dai servizi segreti che hanno
ben altri scopi e finalità nel promuovere azioni "umanitarie"
nell'uno o nell'altro villaggio.
C'è chi sostiene che la situazione stia radicalmente migliorando.
La gente vive, certo. Con difficoltà, ma vive. Lavora,
quando e come può, produce, apre negozi, internet cafe,
compra e vende. Le scuole e le università, nonostante il
rischio di sequestro a scopo di estorsione per i figli dei benestanti,
continuano regolarmente le attività didattiche. Gli ospedali
funzionano, con un elevato grado di professionalità del
personale medico. Le piane lungo il Tigri e l'Eufrate producono.
Nuove associazioni e organizzazioni non governative nascono e
si sviluppano
La gente è stanca di presenza militare,
di bombardamenti, di insicurezza, di banditismo, stanca di attendere:
chi ha potuto si è mosso, con attività diversificate
e rischiando. C'è anche chi resiste all'occupazione militare
e c'è anche il terrorismo. Se con il terrorismo e la criminalità
non si può venire a patti, con la resistenza irachena è
ora di avviare una seria trattativa, sapendo che ormai non serve
mostrare i muscoli, che non impressionano più, ma che occorre
invece cedere qualcosa. Negare l'esistenza della resistenza e
ridurre tutto al terrorismo non facilita certo la soluzione del
problema.
Coinvolgere gli esclusi
Sono stati compiuti errori gravissimi, che sarà molto
difficile recuperare. Si è smantellato indiscriminatamente
tutto l'apparato politico e amministrativo esistente, perché
legato al Ba'ath, il partito di Saddam. Si è inoltre sciolto
l'esercito di Saddam, rimandano tutti a casa, dai generali ai
soldati. È proprio qui, tra coloro che si sono visti esclusi
dal potere ma anche semplicemente dal lavoro, che si annidano
i nuclei della resistenza. Esiste infatti una diffusa opposizione
ad un'occupazione militare che è stata incapace di gestire
il paese fin nelle cose più semplici, di ricostruirlo,
di garantire sicurezza, servizi essenziali. Un'occupazione che
ha agito senza una chiara strategia, escludendo tutta quella parte
della società irachena che, certo, era compromessa con
il regime ma con la quale occorreva fare i conti in modo intelligente
e selettivo.
Sconfitto Saddam Husseyn e arrestati i maggiori responsabili dei
crimini, il partito Ba'ath, odiato da molti, non avrebbe potuto
rappresentare alcun serio pericolo, nonostante i circa quattro
milioni di "iscritti". È stato invece bandito,
divenendo così un riferimento clandestino importante per
l'opposizione. Poteva essere accompagnato in un processo di transizione
alla democrazia, come è stato nei paesi comunisti dell'Europa
orientale, ma non lo si è voluto, escludendo così
dal processo politico una parte fondamentale, anche se minoritaria,
della società. Anche lo scioglimento dell'esercito è
stato un errore che pesa e peserà nel futuro. Anch'esso
andrebbe recuperato, perseguendo solo i responsabili dei crimini,
integrandolo con le nuove leve recentemente formate. Occorrerebbe
infine ridare lavoro e dignità alle tante persone espulse
dal proprio impiego pubblico per il solo fatto di essere stati
attivi nel partito Ba'ath. Esse hanno infatti avuto influenza
nel passato, anche per propri meriti professionali. Se non vengono
presto riassunte al lavoro e se non viene restituita loro la dignità
potrebbero anch'esse rafforzare ulteriormente le file della resistenza
o, forse, del terrorismo.
Si tratta, nell'insieme, di quella minoranza che non ha partecipato
al voto; minoranza di cui non si può fare a meno se si
vuole garantire stabilità, sicurezza e unità al
Paese, creando al contempo le condizioni per la fine dell'occupazione.
Dire la verità sulla guerra e condividerne pienamente
le responsabilità
La Camera voterà sul finanziamento della "missione
di pace", continuando così ad ingannare sé
stessa ed il popolo italiano. Inganno ritenuto ormai insopportabile
dallo stesso presidente della Commissione Esteri della Camera,
Gustavo Selva, e dall'ex presidente della Repubblica e Senatore
a vita, Francesco Cossiga. Si tratta, infatti, di una missione
di guerra e non di una missione di pace. Il fatto che il Generale
italiano Mario Marioli non ricopra solo la funzione di alto ufficiale
di collegamento tra il Comando italiano e quello americano ma
sia il Vice Comandante delle Forze della Coalizione toglie ogni
residuale dubbio in proposito.
Avendo i numeri in Parlamento per fare approvare il rinnovo del
finanziamento e avendo il consenso del Presidente della Repubblica
Ciampi, il Governo può senza alcun rischio dire la verità
sulla missione. Anche questa verità fa parte della realtà
da cui bisogna partire per trovare - meglio se con un ampio consenso
nazionale - le soluzioni migliori per l'Iraq e per la fine dell'occupazione.
Soluzioni che richiedono un'assunzione condivisa di responsabilità.
Non basta più elencare di chi sono i torti e le scelte
sbagliate, denunciarli, chiedere la fine di una presenza militare
odiata dalla popolazione irachena e la restituzione dell'Iraq
agli Iracheni. Si tratterebbe, nel momento attuale, di una restituzione
velenosa, che avrebbe più il significato di fuga dalle
responsabilità che non di aiuto alla soluzione del problema.
Per la popolazione irachena, che rimane per noi il primo e principale
riferimento nella valutazione delle scelte da compiere, significherebbe
ricevere un peso impossibile da gestire nell'immediato, se non
con il sangue.
Esiste una strategia condivisibile? Che riesca a fare superare,
senza dimenticarle, le divisioni del passato sulla legalità
o meno dell'intervento armato e dell'occupazione in Iraq? Che
riesca a superare le due posizioni del "ritiro immediato"
e della "presenza di pace", entrambe basate su elementi
di valutazione politica che sono esterni alla realtà dell'Iraq?
La gente, con il voto, ha anche espresso l'accettazione di un
preciso cammino, definito nel tempo ma graduale. Cammino che alcuni
avrebbero voluto diverso ma che la realtà irachena, con
le sue difficoltà, divisioni e tensioni, suggerisce essere
ormai l'unico percorribile: la definizione di una nuova costituzione,
la sua approvazione popolare, le nuove elezioni politiche ed il
nuovo governo democratico entro gennaio 2006.
Questo cammino andrebbe ora assunto e condiviso da tutti e
la comunità internazionale dovrebbe assumere la responsabilità
di garantirne la piena realizzazione. Compresa l'Italia. Rimanerne
fuori, come se il problema iracheno non riguardasse tutti, significherebbe
solo fuga dalle responsabilità. A nostro avviso, il problema
non è più, in sintesi, "rimanere" o "non
rimanere". Ma di perseguire, condividendone la
responsabilità, il cammino tracciato. Alcune condizioni
sono però necessarie. E su queste vorremmo che il dibattito
si concentrasse.
1. La prima è la fissazione di una data precisa per
la fine dell'occupazione militare dell'Iraq da parte degli
USA e della Coalizione. Si tratta di una data che deve essere
rivendicata con decisione al Governo americano ad iniziare dagli
alleati nella Coalizione e dall'Europa e deve essere annunciata
senza ulteriori ritardi, anche come segnale politico chiaro agli
iracheni e ai paesi arabi e musulmani. Tale data non dovrebbe
superare quella della costituzione del nuovo Governo nel gennaio
2006. Spetterà infatti al Governo legittimo, democraticamente
eletto, decidere se richiedere o meno presenze militari straniere
dopo tale data, in quale contesto e con quale mandato.
2. Al tempo stesso deve essere definita la relativa strategia
di uscita, coinvolgendo le Nazioni Unite insieme alla Lega
Araba e la Conferenza dei paesi islamici anche come garanzia per
il rafforzamento dei processi democratici nella regione. In questa
fase, purtroppo, non è realistica alcuna ipotesi di presenza
istituzionale, operativa e di comando, delle Nazioni Unite in
Iraq. Spetterà al Governo iracheno che uscirà dopo
il processo costituente e le successive elezioni richiedere al
Consiglio di Sicurezza un eventuale impegno in tal senso. L'Onu,
con le sue Agenzie specializzate, potrà inoltre essere
nuovamente preziosa per sostenere la fase della ricostruzione
fisica, economica, ma anche istituzionale, sociale e civile del
Paese solo dopo la restituzione della piena sovranità agli
Iracheni e in un nuovo quadro di sicurezza.
3. Occorrerà, durante tutto il processo costituente, riuscire
a ricreare un clima di dialogo anche con le forze che non hanno
partecipato alla consultazione elettorale. In questa linea,
andrebbero dati almeno tre segnali: la libertà di ricostituzione
del partito Ba'ath per permettergli l'inserimento nel processo
di transizione democratica, il recupero dei militari del vecchio
esercito iracheno, la riassunzione delle decine di migliaia di
funzionari pubblici espulsi dal lavoro per il solo fatto di essere
stati iscritti ed avere avuto responsabilità nel Ba'ath.
4. L'assunzione di responsabilità deve riguardare anche
l'Unione Europea, qualunque sia stata la posizione degli Stai
membri rispetto alla guerra all'Iraq. Una co-assunzione di responsabilità,
non subalterna ma da alleata, anche per aiutare l'Amministrazione
americana ad uscire dalla propria visione unilaterale e messianica
del mondo. L'UE non può più restarne fuori. Se continuasse
a farlo, rischierebbe di decretare definitivamente il proprio
ruolo secondario nei grandi problemi e nei grandi giochi geo-strategici
internazionali. Se richiesta dal futuro Governo iracheno, la forza
di occupazione dovrà sapersi trasformare in vera forza
di pace e di sicurezza. Non esistono caschi blu, infatti, pronti
a sostituirsi ad essa. Ma questa trasformazione, per potere essere
credibile, dovrà vedere una forte presenza dei paesi
europei, insieme agli altri, sotto un comando unificato e definito
dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu al fine di esprimere l'indispensabile
multilateralità. Solo in un simile contesto può
assumere significato la presenza del Contingente militare italiano
in Iraq, con questo impegno da parte del Governo e con l'assunzione
chiara e definita di questo cammino strategico. Altrimenti,
sarebbe più utile e più onesto, verso gli stessi
militari innanzitutto, riconoscerne l'inutilità e deciderne
il ritiro. Prima di dover piangere altre morti inutili.
Nino Sergi
Segretario Generale INTERSOS