EMERGENZA HAITI: LA TESTIMONIANZA DI MARCO ROTELLI, CAPO MISSIONE INTERSOS
Leogane - Port au Prince
21 gennaio
Ad ormai 10 giorni dalla scossa che ha sconvolto Haiti, la sua capitale Port au Prince, rimane bloccata dalle macerie che tengono sepolti non solo i cadaveri ancora rimasti. Tra i ferri contorti, i mattoni ed il cemento, sono state schiacciate le speranze, e forse il futuro di molti. Tra i mobili che spuntano spezzati da quel che rimane di una finestra, di un muro o di un cumulo confuso, è rimasto quel che sarà difficile ritrovare. In città è impossibile rimanere vicino alle proprie abitazioni. La gente, le famiglie o quel che ne resta deve concentrarsi in campi spontanei, nelle aiuole, nei piccoli parchi o sotto qualche tettoia pubblica rimasta in piedi. Di sera si accendono i fuochi. Vecchio mobilio ed immondizia bruciano lungo le strade, intasando l'aria di fumo puzzolente. Ci si lava con un secchio d'acqua ed un pezzo di sapone, poggiati alla meglio ad un muretto.
Non c'è tensione, ma non tarderà ad arrivare. E' la decima notte da passar all'aperto, sotto teli, lamiera, assi di legno di fortuna.
Anche coloro ai quali il terremoto non lo ha schiantato, non si fidano di dormire sotto al tetto. 'Gli specialisti ce lo sconsigliano' dice Emanuel, 'e quindi dormiamo fuori'. Lui un piccolo spazio all'esterno ce l'ha; con la sua ragazza, che poco fa lo chiamava nervosamente al telefono, non vedendolo tornare a casa, dormirà vicino all'auto che ci affitta. Una vecchia carretta, perfino inadatta alle strade compromesse della zona, che però ci permette di spostarci nel traffico congestionato che blocca dal mattino alla sera.
Tra il frastuono degli elicotteri, dei camion e degli aerei che non cessano di atterrare, la gente ha ripreso lentamente ad organizzarsi. I mercati brulicano di attività, ma rimane il problema del denaro. Le banche non hanno ancora riaperto, e nel paese manca moneta corrente.
Al mercato si paga con i soldi rimasti prima del terremoto. Solo gli uffici per il trasferimento internazionale dei soldi cominciano ad aprire le serrande. Lunghissime code di persone si accalcano a fianco di chi, da sopra i tetti, cerca di recuperare qualcosa dalle case, talvolta un corpo. Alcuni sono adagiati lungo i marciapiedi, avvolti nella stoffa e teli. I falegnami piallano assi di legno in strada per preparare nuove bare per i tanti defunti non ancora seppelliti.

Seguendo la costa haitiana dalla capitale verso ovest la situazione sembra cambiare aspetto. Un pò di campi e di verde dove il terremoto non ha creato grandi conseguenze, tranne qualche fessura lungo l'asfalto della strada. Ma in mare, le navi militari e quelle ospedale, ricordano subito che qualcosa di grave è accaduto e non è risolto. Impossibile ignorarlo.
Proseguendo lungo quella costa, si arriva alla città di Leogane, vicina all'epicentro del sisma. Fino a qualche giorno fa raggiunta da pochi, ripresenta la stessa situazione di Port au Prince, con una sola
differenza: qui, nove caseggiati su dieci, sono crollati sotto la forza del sisma. La gente è nelle strade e nei campi a sistemare qualche pezzo di stoffa per coprirsi nella notte. Dei bambini rovistano in un tappeto di fogli di carta in un cortile. Chini rovistano e cercano i loro certificato di nascita, consegnati a scuola un paio di settimane fa, in preparazione degli esami. Nel pomeriggio di oggi le sezioni municipali si sono riunite nel cortile di un deputato del luogo, cercando di organizzarsi per trovare una soluzione alla situazione dei numerosi campi. Solo poche tende hanno raggiunto l'aerea finora. Le organizzazioni che si sono spinte fuori dalla città si sono organizzate soprattutto sulla sanità, allestendo ospedali da campo e piccoli ambulatori mobili.
'Abbiamo bisogno di tutto quel che serve per togliere questi teli improvvisati dalla testa della gente e ridar loro qualcosa, una tenda ed un bagno' dice Jean Baptiste, un rappresentante locale.
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