NEL SANATORIO DI SIGUENEAU SI RIPORTA LA SPERANZA, IL RACCONTO DI MARCO ROTELLI

3/02/2010

'Siamo malati' ci dice un po’ fatalmente ma senza tristezza, Lucas, un ragazzo che ci segue nel cortile del sanatorio di Sigueneau mentre camminiamo alla ricerca della direttrice. Dal 12 gennaio le malattie - tubercolosi o HIV/AIDS soprattutto -  saranno molto più difficili da affrontare. Non uno dei numerosi edifici che compongono il centro di cura è ora agibile. Il terremoto, con il crollo del tetto di un padiglione di degenza, ha fatto 5 vittime. Erano i ricoverati che, non potendo muoversi, non sono riusciti ad uscire in tempo. I padiglioni, le sale di consultazione, gli alloggi dei medici la farmacia, la mensa ed altri locali erano distribuiti intorno a un bel giardino curato, con alberi alti e piante tropicali che negli angoli più isolati nascondono le tombe di un piccolo cimitero. Fino alla notte del sisma erano ricoverati 185 pazienti, con trattamenti lunghi ma salvavita. Dopo il crollo degli edifici c'è stato poco da fare. L'unica decisione possibile è stata quella di far tornare tutti a casa. Gli unici a rimanere sono stati Lucas e i suoi sei compagni di  sventura che non hanno altro posto dove andare.

Senza famiglia, senza  casa, gravemente malati. Altri otto almeno avrebbero bisogno di ricovero urgente, ma non c'è un solo posto dove ospitarli. Lucas e  gli altri dormono sotto una tettoia, su dei materassi adagiati sul  marciapiede di cemento, protetti dal sole solo da qualche lenzuolo bianco. Su un paio di comodini estratti dai calcinacci e macerie sono poggiati recipienti di plastica, pastiglie e medicinali. Delle cure che forniva il Sanatorio rimane solo le visite di qualche infermiere presso le case degli ex ricoverati, per continuare le terapie, senza le quali le patologie degenerano in fretta. Finora del centro medico non si era occupato nessuno. Eppure si affaccia sulla strada nazionale di Sigueneau. Sette persone deboli e stanche su dei materassi sono  poca cosa lungo una strada disseminata di case  distrutte, di tendopoli costituite da baracche, di decine, centinaia di migliaia di persone in attesa di aiuto. Ma Lucas e gli altri sono li, impossibilitati a chiedere soccorso da soli, fermi nella sola speranza che qualcosa li raggiunga. Da lì sono cominciate le nostre ricerche della direttrice, dei referenti del Ministero della salute,  dal quale il centro dipende, le verifiche con gli altri centri di  salute del circondario per capire cosa è possibile fare per assicurarsi che ci siano mezzi e risorse per continuare a curare chi non è più ricoverato.

INTERSOS ha attivato un primo sostegno, brande da campo e tende per permettere i ricoveri e l'assistenza. In questi giorni lavoreremo per portare un sostegno più solido, duraturo e, se possibile, rivolto alla riabilitazione almeno delle strutture principali del centro. Sono solo due i centri di questo genere ad Haiti, uno nella  capitale Port au Prince, e l'altro qui, a poche centinaia di metri dalle tendopoli installate nei giorni scorsi da INTERSOS.

 

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