| Darfur
Occidentale: il lavoro nei villaggi tra difficoltà e sorrisi
di Martina Benedetti, Habila, 27 maggio 2007
Sono le 8 del mattino e il caldo già si fa sentire, ma per
fortuna ieri le prime piogge hanno portato un po’ di frescura.
Non so proprio da dove iniziare a raccontare questo mio lavoro,
tante sono le novità, le emozioni, i pensieri che sto vivendo.
Inizierò spiegandovi un po’ di questa terra e del progetto
che Intersos porta avanti, ormai per il terzo anno, nel West Darfur.
Il Darfur, la terra dei Fur, è grande come due volte l’Italia,
ed è distante quattro ore di volo dalla capitale Karthoum.
Il territorio è composto da una parte centrale con una agricoltura
alquanto sviluppata grazie ad un bacino acquifero imponente in corrispondenza
del massiccio vulcanico di Jebel Marra, mentre altrove predominano
aree semi aride e aree desertiche più adatte alla pastorizia
(dove vivo io…). La convivenza su uno stesso territorio di
pastori nomadi e gruppi sedentari che svolgono attività prettamente
agricole è stata regolata, nel corso dei secoli, dal diritto
tradizionale. Le autorità riconosciute sono quelle religiose,
ovviamente musulmane.
Difficile spiegare le cause del conflitto in Darfur. Non si può
parlare di una guerra di fede: qui predomina la religione musulmana.
Nemmeno si può parlare di divisione tra gli arabi-pastori-nomadi
e gli africani-agricoltori-sedentari: qui ogni tribù ha le
sue peculiarità, ci sono arabi che coltivano terre, ci sono
africani pastori, la necessità di sopravvivere e la siccità
hanno obbligato molti a spostarsi verso il sud occupando terreni
e riducendo i punti d’acqua, e creando di conseguenza i conflitti
fra tribù. Anche le guerre degli Stati vicini, per esempio
quella del Ciad, hanno fatto del Darfur una retrovia per i miliziani
armati, creando ulteriori problemi di risorse. Una situazione complicata
ulteriormente da altri grossi interessi, come quelli legati alle
risorse petrolifere.
Ma non è questa l’Africa che sto vivendo: il “mio”
Darfur è fatto di sorrisi, saluti infiniti, visi, rumori,
odori che riempiono le mie giornate e che mi fanno toccare il letto
la sera con una felicità che non avevo mai provato prima.
Il progetto che sto seguendo, uno dei vari progetti che Intersos
sta svolgendo in questo Paese, ha l’obiettivo di aiutare gli
sfollati e i rifugiati che tornano dai campi profughi a rifarsi
una vita nei propri villaggi e a ricostruire quel tessuto socio-tribale
fondamentale per il loro benessere e il loro futuro. Le cinque basi
che Intersos ha in questa regione (di una delle quali io sono la
base manager) servono a monitorare i rientri delle persone nei villaggi,
ad aiutarle con beni di prima necessità e a gestire una serie
di attività per far sì che le comunità si riorganizzino.
Per questo sono stati creati i vari comitati di villaggio: il centro
delle donne, il centro per i giovani, il comitato per la pulizia
e l’igiene, e il comitato dei genitori. Così facendo
si creano opportunità di incontro, di collaborazione, ci
consentono di fare educazione all’igiene, corsi di agricoltura,
di educazione professionale, di fare del microcredito… il
lavoro come avrete capito è moltissimo.
Habila, la cittadina in cui vivo, è composta da capanne,
qualche edificio in mattoni e fango, strade di sabbia, un ospedale
(di Msf), una base di UNHCR e la sede di qualche altra Ong. Gli
abitanti dei villaggi spesso camminano ore e ore a piedi o a cavallo
per raggiungere il mercato, molti vengono solo in occasioni speciali.
Quindi sapere che, inshallah, se dio vuole, gli operatori di Intersos
passano di lì regolarmente è per loro l’unica
sicurezza. Le attività vanno bene. In alcuni villaggi i centri
delle donne sono più attivi, in altri si fa più fatica.
Dove c’è più acqua e dove la strada è
più vicina, la gente è più operosa. Dove invece
la pompa dell’acqua è molto distante, la situazione
è più difficile, i bambini sono più trasandati,
il villaggio è abbandonato… A volte però mi
chiedo: se io fossi nelle loro condizioni, avrei voglia di trovarmi
con le altre donne per pulire il mio villaggio? Avrei voglia di
pensare all’educazione di mio figlio non sapendo se sopravvivrà
al prossimo anno?
Quesiti che mi passano per la testa… Ormai sono le 3 di questa
calda giornata, questa sera a cena grande riunione di tutti gli
operatori umanitari, i Cawagi, della città. Si sta insieme
e poi alle nove tutti a letto sotto la zanzariera, in vista di una
nuova giornata di lavoro che sarà, come tutte le altre, una
grande sfida!
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