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Darfur: le cause di un conflitto

Il contesto

Il Darfur - letteralmente la terra dar dei Fur - è grande quanto due volte l'Italia, con circa sei milioni di abitanti su una popolazione sudanese complessiva stimata attorno ai 32 milioni.
Il territorio è composto da una parte centrale con un'agricoltura alquanto sviluppata grazie ad un bacino acquifero imponente in corrispondenza del massiccio vulcanico di Jebel Marra, mentre altrove predominano aree semi aride ed aree desertiche, più adatte alla pastorizia (principalmente ovini, bovini e dromedari).Immagine astratta

La convivenza su uno stesso territorio di pastori nomadi e di gruppi sedentari, che svolgono attività prettamente agricole, è stata regolata nel corso dei secoli dal diritto tradizionale. Le autorità tradizionali riconosciute sono anche autorità religiose: non si può trascurare che il Darfur è da secoli un sultanato islamico e la sua popolazione è completamente musulmana.
L'elemento religioso non può dunque essere la giustificazione del sorgere dell'attuale crisi. Ma nemmeno la dicotomia "arabo-pastore-nomade" opposto all'"africano-agricoltore-sedentario" è una semplificazione che riesce a cogliere del tutto le vere ragioni del conflitto. Quello di "arabo", infatti, è uno status che si può acquisire (attraverso l'aumento dei capi di bestiame, quindi della ricchezza, e l'appropriazione di lingua e costumi specificamente arabi) e a cui larghe fasce della popolazione "non araba" aspirano. Il termine "africano" che individua invece le etnie non arabe è un attributo di recente acquisizione da parte di quelle stesse etnie ed ha origine dalla polarizzazione politica cominciata verso la fine degli anni '80 e che vede protagonista Hassan El Turabi con il suo disegno islamista di creare una base di consenso nei gruppi islamici non propriamente arabi. A rendere ancora più difficile la lettura della situazione, esistono etnie "africane" (gli Zagawa, ad esempio) che sono principalmente nomadi e allevatori, mentre altri gruppi (i Gimir) si sono collettivamente "arabizzati", abbandonando le loro radici africane e schierandosi con il fronte arabo.

Più chiare e riconoscibili sono invece le cause legate all'impoverimento delle risorse naturali e alle sue conseguenze. Le grandi siccità (1969-1974 e 1983-1985 in particolare) ma anche la diminuzione complessiva delle piogge hanno provocato spostamenti di popolazioni dalle zone aride a quelle meno aride, da Nord verso Sud, riducendo drasticamente i punti d'acqua e i pascoli e creando di conseguenza conflitti fra tribù, così duri da non potere più essere risolti con le regole e i poteri tradizionali. Occorreva una presenza mediatrice e risolutrice da parte del Governo centrale, che non c'è mai stata, né durante le grandi siccità né dopo.
D'altro canto, per il vicino Ciad, il Darfur è stato o rifugio di profughi o base di retrovia per i miliziani armati durante i conflitti per la presa del potere politico (Goukouni Weddey, Hissen Habré, Idriss Déby). Negli ultimi venticinque anni, si è andata così aggravando la già difficile situazione, a causa degli spostamenti delle popolazioni e della presenza di gruppi armati organizzati, con la creazione di nuove alleanze/conflitti tra tribù: sempre nel disinteresse, quando non nella connivenza, del Governo centrale di Khartoum, responsabile peraltro, dalla metà degli anni '90, di aver tentato di svuotare di potere le autorità tradizionali.
Governo, dunque, o assente o colpevolmente presente, che si è limitato a promesse di aiuto mai mantenute ma che si è fatto sentire duramente al primo tentativo di insurrezione in Darfur (insurrezione alleata con l'SPLA del Sud Sudan, esercito popolare di liberazione del Sudan) nell'autunno 1991. Il tutto all'insegna della più grande brutalità (usata d'altronde da tutte le amministrazioni coloniali nel Darfur), facendo terra bruciata e favorendo milizie locali di tribù alleate per garantire il controllo del territorio.
Il Governo, contando sulla passività riscontrata nel 1991, ha cercato di ripetere la stesse feroci operazioni di fronte a due più recenti Movimenti di liberazione del Darfur (SLM, movimento di liberazione del Sudan e JEM, movimento per l'uguaglianza e la giustizia) che avevano iniziato ad organizzare forme di ribellione in risposta alle carenze governative. Nell'aprile 2003 miliziani di questi movimenti hanno occupato l'aeroporto di El-Fasher distruggendo e rubando materiale militare e, un mese dopo, occupando Mellit, la seconda città del Nord Darfur, dimostrando di poter essere una vera minaccia. La risposta è stata brutale, con bombardamenti aerei e con il sostegno in armi e denaro alle milizie armate alleate (gli ormai famigerati janjaweed) che hanno fatto razzia ed incendiato i villaggi sospettati di legami con i movimenti di liberazione, uccidendo, stuprando e sequestrando gli abitanti.
Ecco quindi il milione di profughi nei campi del Darfur, ecco i duecentomila rifugiati nel vicino Ciad, ecco i 70 mila morti per la guerra ma anche per le condizioni di vita nei campi senza soccorso fino a circa un anno fa. D'altro canto, anche i ribelli dei movimenti di liberazione del Darfur sono responsabili di azioni contro la popolazione civile. La conferma della presenza di giacimenti di petrolio nella regione del Darfur potrà forse rappresentare un ulteriore elemento di complicazione, suscitando ulteriori appetiti per il loro controllo del territorio.