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MISSIONE
ARCOBALENO
RISTABILIRE LA VERITÀ E TRARRE I NECESSARI INSEGNAMENTI
PARTE PRIMA
MISSIONE ARCOBALENO:
RISTABILIRE LA VERITÀ
I mezzi di comunicazione hanno presentato la Missione Arcobaleno
prima come "successo straordinario", poi come "fallimento
scandaloso". Essendo stati testimoni diretti, cerchiamo
di riprendere un'analisi pacata e seria e di individuare alcuni
elementi di riflessione basandoci sulla complessa realtà
in cui la Missione è stata realizzata. Lo sentiamo
doveroso soprattutto verso i molti italiani che hanno contribuito
alla Missione Arcobaleno con generosità e grande spirito
di solidarietà. Ad essi va il nostro vivo ringraziamento
e l'assicurazione che il loro gesto ha dato e continua a dare
frutti straordinari.
INTERSOS. Febbraio 2000
1. ESIGENZA DI VERITÀ E STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA
In occasione della tragedia del Kosovo, gli italiani hanno
mostrato una straordinaria generosità e un profondo
senso della solidarietà. Ora, dopo le aspre polemiche
sulla Missione Arcobaleno, questi stessi italiani hanno bisogno
di verità. Verità sui limiti e sugli errori,
ma anche verità su quanto è stato fatto con
impegno, serietà, dedizione ed innegabili risultati.
La Missione Arcobaleno ha assunto purtroppo una tale valenza
politica da trasformarsi presto in strumento di scontro politico,
finalizzato a rendere sbiadito, fino ad annullarlo, l'ampio
consenso che l'iniziativa governativa aveva ottenuto tra la
gente. Si è trattato di uno scontro politico così
duro e aspro, da offuscare - rendendola spesso secondaria
e irrilevante - la ricerca della verità. Verità
che è ben più ampia e più ricca dei fatti,
pur incresciosi, su cui sta indagando la magistratura.
Come organizzazione umanitaria impegnata in tutta l'area dei
Balcani, INTERSOS ha vissuto da vicino il dramma dei profughi
kosovari: quelli della comunità albanese e quelli delle
comunità serba e rom. I nostri volontari, come le altre
centinaia accorse da ogni parte d'Italia, hanno cercato di
dare senza sosta il meglio di sé. Hanno vissuto momenti
di sofferenza per non poter talvolta dare risposte adeguate
alla gravità e all'ampiezza dei bisogni; ma anche momenti
di grande soddisfazione nel vedere i profughi sistemati, i
bambini giocare, gli adulti ritrovare il senso della vita,
e momenti di intensa comunione con loro, fino al ritorno e
all'inizio della ricostruzione in Kosovo.
INTERSOS ha vissuto da vicino anche la Missione Arcobaleno.
Pur mantenendo sempre la nostra piena autonomia strategica
e operativa, ci siamo sentiti parte di essa proprio perché
l'abbiamo considerata fin dall'inizio espressione della solidarietà
del popolo italiano.
Vogliamo quindi contribuire ad affrontare il problema senza
pregiudizi e con la massima obiettività possibile.
2. LA COMPLESSITÀ DELL'INTERVENTO UMANITARIO IN
ALBANIA
Di fronte alla drammaticità e alla celerità
degli eventi (ricordiamolo, in pochi giorni più di
600 mila persone sono dovute fuggire dal Kosovo dietro la
spinta di una feroce pulizia etnica) l'Italia si è
trovata in prima fila nell'azione di assistenza ai 400 mila
profughi giunti in condizioni disperate in Albania. Occorreva
dare risposte adeguate ed immediate. Si trattava di un intervento
nuovo, a cui il nostro paese non era adeguatamente preparato.
In Italia, solo alcune organizzazioni non governative (ONG)
hanno avuto esperienza di interventi umanitari in situazioni
di esodo di intere popolazioni; ma si è trattato normalmente
di situazioni con condizioni climatiche meno dure di quelle
incontrate in Albania. Il precedente conflitto nella ex Jugoslavia
ci aveva anch'esso presentato brutali espulsioni etniche,
ma mai con quel misto simultaneo di intensità, immediatezza,
difficoltà e vastità che è stato proprio
della crisi kosovara.
Una risposta di così ampia portata richiedeva l'apporto
di vari soggetti coordinati, ognuno con le proprie specificità
e competenze. Ne evidenziamo i principali.
a) Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite in primo luogo
e, in questo caso, principalmente l'ACNUR, Alto commissariato
per i rifugiati, che avrebbe dovuto assumere un forte ruolo
di indirizzo e di coordinamento e garantire gli interventi
immediati ed il necessario appoggio alle istituzioni albanesi.
Purtroppo, queste capacità si sono dimostrate alquanto
carenti e lo stesso Alto commissariato l'ha riconosciuto con
ammirevole onestà. Una simile carenza la dice comunque
lunga sull'ampiezza delle difficoltà e sulla complessità
delle risposte necessarie.
b) Le ONG, organizzazioni non governative e associazioni umanitarie.
Sono state molto presenti ed efficaci. Alcune con precedente
esperienza di gestione di crisi umanitarie e quindi con professionalità
e chiara strategia di intervento; tutte con impegno e generosità,
capaci di coinvolgere decine di volontari. Non hanno avuto
la pretesa di affrontare e risolvere tutto ma, limitandosi
a obiettivi corrispondenti alle proprie capacità, anche
se talvolta molto ampi, sono riuscite a dare risposte concrete,
rispondenti ai reali bisogni e coinvolgenti sia le istituzioni
e la popolazione albanese che gli stessi profughi kosovari.
L'azione delle ONG non sarebbe stata comunque sufficiente,
da sola, a rispondere alla vastità dei bisogni. Sarebbe
superficiale e scorretto affermare il contrario.
c) Le Forze armate. Anche sulla base di esperienze dirette,
riteniamo utile e talvolta indispensabile il supporto delle
Forze armate nelle gravi crisi umanitarie. Ad una condizione,
però: non devono pretendere di trasformarsi in organizzazioni
umanitarie (sembra strano, ma succede) sostituendosi ad esse,
ma devono agire solamente a loro supporto e da esse indirizzate.
Ad ognuno il proprio mestiere e la propria specificità
e professionalità. Spesso tra i militari si manifestano
spinte umanitarie che, se da un lato sono lodevoli e ci fanno
scoprire il volto umano delle singole persone, vanno assolutamente
ricondotte, appena possibile, al loro corretto ambito di supporto
all'azione delle organizzazioni specializzate (scorta ai convogli,
sicurezza, logistica, eccetera). In Albania, la presenza delle
Forze armate aveva comunque un carattere che per nulla si
addiceva al supporto alle azioni umanitarie. Si trattava infatti
di una presenza predisposta, nell'ambito della NATO, all'intervento
offensivo.
d) La Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo
del ministero degli Affari esteri. La cooperazione pubblica
avrebbe potuto e dovuto avere un ruolo importante. Purtroppo,
in quest'ultimo decennio, l'azione della Direzione generale
è stata continuamente frenata dalla miriade di disposizioni
burocratico-amministrative, dalla macchinosità e lungaggine
delle procedure imposte dagli organi di controllo, dalla continua
diminuzione dei finanziamenti e, in definitiva, dal disinteresse
politico. Sui Balcani, e in particolare sull'Albania, hanno
pesato inoltre sovrapposizioni tra ministero degli Affari
esteri, degli Interni e presidenza del Consiglio. Un soggetto
pubblico importante, dotato di competenza, esperienza, personale
qualificato e preparato da anni al contesto internazionale,
si è così trovato emarginato e poco ha potuto
esprimere di fronte alla crisi dei profughi kosovari. È
un esempio di come spesso in Italia non si sappiano valorizzare
esperienze e competenze, subordinandole - insieme a obiettivi
e efficacia - agli umori della politica e alle pesantezze
burocratiche.
e) Il dipartimento della Protezione civile. La Protezione
civile ha assunto un ruolo decisivo. Solo essa aveva infatti,
in ambito civile, la capacità di essere operativa immediatamente,
con la quantità di mezzi e di personale adeguata all'ampiezza
della crisi umanitaria. Così com'era, ovviamente. Con
la sua cultura e preparazione al contesto nazionale; con i
suoi modelli di intervento, la sua rete operativa e i relativi
mezzi, anch'essi studiati per gli interventi in Italia. Prendere
o lasciare, con tutti i limiti che ciò comportava:
era impensabile in quel momento predisporre una specifica
preparazione al contesto albanese. Va quindi a merito della
Protezione civile essere stata capace di affrontare un'emergenza
che si è ampliata rapidissimamente, in condizioni climatiche
proibitive e in un contesto nuovo, molto difficile e sostanzialmente
sconosciuto. La relazione e i dati diffusi dal dipartimento
della Protezione civile il 9 settembre scorso, mostrano con
evidenza la dimensione dell'impegno e i risultati ottenuti.
3. LA MISSIONE ARCOBALENO
3.1. Un'iniziativa governativa
Il fatto di avere dato un'unica definizione, Missione Arcobaleno,
alle varie componenti dell'azione umanitaria condotta dal
governo se, da un lato, ha avuto la valenza di messaggio unificante,
dall'altro, ha creato problemi e danni incalcolabili. Ancora
oggi si fa una grande confusione tra l'azione della Protezione
civile con regioni, enti locali, associazioni e assistenze
varie e quella delle organizzazioni non governative; tra i
container dei beni donati e i fondi privati raccolti con la
sottoscrizione governativa. Eppure si tratta di realtà
ben diverse, gestite in modo diverso, anche se tutte mirate
a dare soccorso alla popolazione kosovara e a sostenere le
istituzioni e la popolazione albanesi nel loro sforzo di accoglienza.
Tale confusione nasce, a parere nostro, anche dal fatto che
il governo ha cercato di essere non solo il promotore, ma
anche il capofila di tutta l'azione umanitaria, quella istituzionale,
come è giusto, ma anche quella privata basata sulla
spinta solidaristica della gente. Certamente con l'obiettivo
di promuovere il massimo coordinamento e i migliori risultati,
ma forse anche per attenuare le immagini dei bombardamenti
che avevano traumatizzato la coscienza di molti italiani.
Rimane il fatto che, ora, qualsiasi elemento negativo nel
contesto della Missione - foss'anche l'errore di una singola
persona o singola struttura operativa - ricade, nell'immaginario
collettivo, su ogni componente della Missione Arcobaleno,
spandendo su tutto un'indelebile connotazione negativa.
L'iniziativa della sottoscrizione ha avuto comunque un'adesione
altissima, mai verificatasi precedentemente, segno del pieno
consenso degli italiani. Non si era mai raggiunta, infatti,
e in così breve periodo, la cifra di 132,8 miliardi
di lire.
Non sono mancate le critiche, fin dal primo giorno. Una delle
più serie è stata quella che rimprovera il governo
di essersi sostituito, lanciando la sottoscrizione, all'iniziativa
non governativa in un campo di competenza delle organizzazioni
sociali e umanitarie. È una critica abbiamo condiviso
e che merita di essere approfondita, nel dialogo tra organizzazioni
non governative e istituzioni, al fine di un'attenta valutazione
dei pro e dei contro. Dietro a questa critica c'era forse
anche il timore che il governo non sapesse gestire i fondi
raccolti con i tempi, i metodi e l'efficacia necessari. Non
è stato così, grazie alla scelta di affidarne
la gestione a competenze e responsabilità al di fuori
della pubblica amministrazione e di servirsi dell'iniziativa
umanitaria non governativa per gli interventi a favore dei
profughi e delle comunità ospitanti.
3.2. Necessità di chiare distinzioni
Per uscire dalla confusione, fare chiarezza ed evitare di
fare di ogni erba un fascio, occorre innanzitutto distinguere
almeno tre momenti della Missione Arcobaleno.
a) Missione Arcobaleno/Protezione civile. L'azione coordinata
dal dipartimento della Protezione civile.
L'azione in Albania per portare immediata assistenza ai rifugiati
kosovari e aiutare le istituzioni albanesi è stata
avviata dal governo e coordinata dalla Protezione civile.
Tale azione è stata allargata all'accoglienza dei profughi
in Italia, a Comiso. Sono stati spesi 62 miliardi di lire
dal bilancio dello Stato (oltre a quelli stanziati da regioni,
enti locali e altri enti pubblici), impiegati quasi 1.500
mezzi e più di 6 mila volontari, distribuite circa
5 mila tonnellate di materiali. Una macchina imponente che
è riuscita a sopperire ai bisogni di ben 60 mila rifugiati,
senza perdite di vite umane, fino al ritorno dei kosovari
alle proprie terre.
Il fatto che tutti i rifugiati abbiano trovato assistenza,
che nessuno sia morto, che tutti siano riusciti a ritornare
alle proprie case, autorizza la Protezione civile a dichiarare
con orgoglio il raggiungimento degli obiettivi della Missione.
I limiti e gli errori vanno certamente presi in seria considerazione,
come va severamente condannata ogni colpevolezza, ma non possono
offuscare questa primaria verità che, stranamente,
agli organi di informazione pare importare poco.
b) Missione Arcobaleno/Fondi privati. Gestione dei fondi
privati della solidarietà italiana.
Il conto corrente istituito dal governo ha raccolto 132,8
miliardi di lire, la cui gestione è stata affidata
ad un Commissario governativo. Egli agisce in piena autonomia
decisionale, a tutela e garanzia della straordinaria quantità
di persone e enti che hanno generosamente contribuito alla
costituzione del Fondo.
Va chiarito subito che questi fondi non sono quelli spesi
dalla Protezione civile o dalle regioni o da altri enti pubblici
per le attività di cui al punto precedente. Essi non
hanno nulla a che vedere, inoltre, con la raccolta dei beni
in Italia e con il problema dei container di cui si è
molto parlato. Essi sono finalizzati alla realizzazione di
progetti di carattere umanitario in tutta l'area toccata dalla
pulizia etnica e dalla guerra: Kosovo, regioni limitrofe nell'area
dei Balcani (e in particolare Albania, Macedonia, Montenegro,
Serbia, Bosnia Herzegovina), centri di accoglienza in Italia.
Si tratta per lo più di progetti presentati da ONG
e altre associazioni umanitarie, riconosciute in ambito nazionale
e internazionale. Esse operano direttamente sul campo, fornendo
assistenza ai profughi e alle popolazioni più bisognose
nei diversi paesi balcanici e aiutando la ricostruzione di
abitazioni ed edifici di utilità sociale in Kosovo,
insieme alla ripresa delle attività sanitarie, educative
e dei servizi essenziali.
Al 30 giugno erano già stati selezionati e approvati
interventi per 63 miliardi. La fase successiva è stata
caratterizzata dal ritorno in Kosovo dei profughi della comunità
albanese e dalla contemporanea fuga da esso di nuovi profughi
delle comunità serba e rom. Questa nuova situazione
ha portato alla ristrutturazione di alcuni progetti e all'approvazione
di altri per un ammontare di lire 42,6 miliardi. A settembre
il Fondo era stato quindi impegnato per un totale di lire
105,6 miliardi, mentre altri progetti e iniziative erano già
in istruzione e sono stati approvati entro il 30 novembre,
tenendo conto delle necessità e priorità man
mano identificate. A tale data il Fondo era stato quindi impegnato
per 130 miliardi di lire, con altri 2,8 miliardi come fondo
di riserva per necessità imprevedibili e urgenti.
Trattandosi di denaro donato dalla società italiana,
e soprattutto da singole persone, vogliamo soffermarci su
alcuni aspetti ancora poco conosciuti.
" Essendo un'iniziativa governativa il Fondo ha una guida
strategica e decisionale di nomina pubblica, il Commissario
delegato. Ma la sua gestione è basata su energie e
metodi privati. Le regole di gestione sono state stabilite
appositamente, ispirandosi a quelle in atto da tempo presso
la Commissione europea per gli interventi umanitari e di emergenza.
Sono state evitate le lentezze burocratiche dell'amministrazione
pubblica ed è stato attivato un meccanismo di gestione
intelligente che ha permesso la necessaria rapidità
e flessibilità e quindi i migliori risultati.
" L'apporto del Commissario, del vice Commissario, del
comitato di sei esperti e dei nove tutor è a titolo
volontario e gratuito.
" L'informazione sui progetti, sulle attività
e sulla spesa del Fondo è stata fin dall'inizio dettagliata
e continua, fino al voluminoso rendiconto al 31 dicembre 1999,
come mai è successo in nessuna istituzione o iniziativa
pubblica.
" La qualità degli interventi umanitari è
garantita dalla selezione previa, dal monitoraggio e dal controllo,
ma ancor più dall'azione delle organizzazioni umanitarie
direttamente presenti e attive nelle varie aree colpite, a
fianco delle popolazioni: con strategie di intervento e metodologie
consolidate e con una spinta motivazionale, carica dei valori
della solidarietà, della convivenza e della pace.
" Il controllo della spesa avviene tramite periodiche
rendicontazioni per stati di avanzamento e verifiche contabili
e controlli di merito da parte della SIM, una primaria società
specializzata. E' da segnalare che tale società opera
al costo e riversa a favore della Missione il 10% dei suoi
ricavi.
" Il conto gestione della Missione è sottoposto
a revisione e certificazione da parte della Arthur Andersen,
che svolge l'attività di controllo gratuitamente.
c) La raccolta dei beni in Italia. I container. Si tratta
di una terza iniziativa, frutto della generosità degli
italiani. La pressione della gente per offrire beni è
stata così grande che il dipartimento della Protezione
civile ha dovuto farsene carico assumendo l'organizzazione
degli undici centri di raccolta, dello stoccaggio, del trasporto
e della distribuzione. Su un totale di 2.850 container gestiti
dalla Protezione civile, 2.252 (il 79%) sono stati quelli
contenenti i beni donati dagli italiani, compresi i 149 del
"treno per la vita" organizzato dalla Commissione
pari opportunità. Alimenti, acqua, prodotti per l'igiene,
pannolini, assorbenti igienici, medicinali, indumenti, coperte,
lenzuola, materassi, giocattoli e materiali per la scuola:
questi i principali beni raccolti. Gli altri 598 container
contenevano materiale logistico, tende, attrezzature forniti
dalla Protezione civile.
I container utilizzati per l'assistenza ai profughi (nei Balcani
e nei centri di accoglienza in Italia) sono stati complessivamente
l.936. Al momento del ritorno dei profughi in Kosovo, si trovavano
disponibili ancora 914 container (alcuni rientrati dall'Albania),
raggruppati poi tutti nel porto di Bari in luglio. Ad essi
occorreva dare una nuova destinazione, mirata ai nuovi bisogni.
3.3. Con o contro la Missione Arcobaleno
Alcune associazioni e organizzazioni non governative hanno
fatto la scelta di non partecipare in alcun modo alla Missione
Arcobaleno. Non volevano compromissioni con "il volto
umanitario di un governo che stava bombardando e uccidendo"
e contestavano la titolarità della Presidenza del Consiglio
per la raccolta dei fondi della solidarietà.
Altre ONG umanitarie, tra cui INTERSOS, - pur rispettando
e comprendendo chi in buona fede ha assunto tale posizione
- hanno fatto una scelta diversa, cercando di dare il necessario
apporto per il successo di Missione Arcobaleno.
Le due posizioni hanno diviso il mondo delle ONG, ma entrambe
sono state in ogni momento vissute con sincero e reciproco
rispetto, senza mai nulla togliere alla collaborazione sul
terreno.
Le motivazioni che hanno spinto per la collaborazione con
Missione Arcobaleno sono state principalmente tre:
" il suo carattere umanitario e il sostegno convinto
della gran parte degli italiani;
" l'ampiezza e la gravità della crisi umanitaria
che richiedeva la massima collaborazione e integrazione tra
le principali forze in campo, pubbliche e private;
" la straordinaria spinta solidaristica e la generosità
della società italiana che domandava interventi umanitari
efficaci dando fiducia alla Missione Arcobaleno e che quindi
non doveva assolutamente essere delusa.
4. QUEI 914 CONTAINER RIMASTI A BARI
Il problema va riportato alla sua reale entità. Ripartiamo
dalle cifre. Aver trasferito in Albania 1.457 container tra
aprile e giugno è stata, per la Protezione civile,
un'operazione per niente semplice. Chi ha conosciuto le enormi
difficoltà di quel momento, non solo per il trasporto
marittimo, ma soprattutto per le carenti infrastrutture del
porto di Durazzo e le pessime condizioni delle strade albanesi,
può capire che sarebbe stato impossibile pretendere
di fare affluire, entro quel periodo, tutti i container giunti
al porto di Bari. Occorre tenere presente che anche altri
soggetti italiani ed europei hanno organizzato, per proprio
conto, afflussi di beni in Albania con container, camion,
camioncini, automezzi di ogni tipo, intasando sempre più
il porto di Durazzo.
Con il ritorno dei profughi in Kosovo, non del tutto prevedibile
in tempi così rapidi, la Protezione civile ha giustamente
interrotto l'afflusso dei container in Albania. Nessuna organizzazione
umanitaria era infatti pronta a gestire, immediatamente in
Kosovo, una così ampia distribuzione di aiuti, raccolti
in modo disomogeneo e non adeguatamente controllato.
A fine luglio è stato quindi deciso un lavoro congiunto
tra dipartimento della Protezione civile, Commissario delegato
ai fondi privati e tre ONG impegnate in Kosovo e nell'area
dei Balcani (AVSI, CESVI e INTERSOS). Lavoro che viene sancito
con la firma di una convenzione il 2 agosto. Sotto il patrocinio
del Commissario delegato, la Protezione civile avrebbe provveduto
all'apertura e verifica del contenuto dei container mentre
le tre ONG avrebbero garantito la selezione dei beni, la loro
distribuzione e il loro utilizzo in Kosovo e nei paesi limitrofi.
Parlare di "container lasciati andare in malora nel porto
di Bari", come i mezzi di informazione hanno fatto, non
corrisponde quindi alla verità.
Dopo la verifica dell'esatto numero dei container, il loro
raggruppamento e una loro prima suddivisione per tipologia
merceologica, il 25 agosto si è potuto definire il
piano operativo per la verifica immediata del loro contenuto,
il controllo selettivo da parte delle tre ONG e il successivo
invio dei beni selezionati. Per gli alimenti, si è
chiesto un ulteriore supporto di esperti alimentaristi, medici
igienisti e veterinari del NCIA (nucleo controllo igiene alimenti),
coadiuvati anche dal NAS (nucleo anti sofisticazione) dei
carabinieri.
I beni raccolti nei container hanno così avuto queste
destinazioni: Turchia, dove decine di migliaia di sinistrati
a causa del terremoto si sono trovati nelle stesse gravi condizioni
dei profughi kosovari e avevano diritto allo stesso aiuto;
Kosovo, dove la popolazione ritornata stava cercando, con
molte difficoltà, di ricostruirsi la vita; le regioni
limitrofe di Montenegro e Albania, dove ancora rimanevano
decine di migliaia di profughi kosovari delle comunità
albanese, serba e rom. Alcuni container sono infine stati
richiesti da organizzazioni sociali operanti nei centri di
accoglienza, principalmente in Puglia e Calabria, per coprire
bisogni appurati.
La distribuzione dei beni nei Balcani è stata garantita
dai volontari delle organizzazioni non governative italiane
che ne hanno fatto richiesta e che operano nelle varie regioni
a diretto contatto con le popolazioni, in modo da assicurare
la migliore e più ampia diffusione degli aiuti. Quanto
agli scarti, la selezione effettuata si aggira intorno al
6%, comprendendo anche gli scarti alimentari. E quanto ai
tempi, l'intera operazione è stata conclusa con successo
il 30 ottobre, con il carico dell'ultimo container. Purtroppo,
pochi mezzi di informazione hanno evidenziato la notizia.
Parlare di scandalo, come si è ripetuto per settimane,
ci pare quindi molto fuorviante. Errori, disfunzioni, sottovalutazioni,
ritardi, alcuni evitabili e altri no, ma assolutamente nessuno
scandalo.
L'errore più grave, il "peccato originale",
è stato l'aver lanciato una simile operazione. Data
la pressione degli italiani, forse è stato inevitabile:
l'errore è stato comunque quello di non averla indirizzata
e guidata adeguatamente e severamente. Sono state date, è
vero, alcune indicazioni, anche con comunicati stampa. Occorreva
però pubblicizzarle senza sosta e completarle periodicamente
con puntualizzazioni sulla tipologia dei prodotti necessari
(in particolare gli alimenti), sulla loro qualità,
sull'esigenza di omogeneità, sul loro confezionamento,
sul modo di assemblarli indicandone contenuto, quantità,
scadenza eccetera. Sarebbe stato inoltre necessario un maggiore
rigore nella selezione dei beni nei centri di raccolta, prima
dell'invio a Bari e in Albania. Speriamo che quanto avvenuto
serva da lezione per il futuro. Nelle situazioni di emergenza
non servono beni alla rinfusa ma denaro, per poterlo impiegare
con immediatezza nel modo più rispondente alle reali
necessità e urgenze.
Va comunque evidenziato con forza che i campi della Protezione
civile, in particolare quelli di Kukes, hanno vissuto anche
su questi donativi. I risultati quindi ci sono comunque stati
ed è doveroso evidenziarli e comunicarli a chi ha offerto
i beni.
5. IL SACCHEGGIO NEI CAMPI
È stato scritto che molti container, al loro arrivo
in Albania tra aprile e giugno, sono stati rubati dalla mafia
albanese organizzata. Giustamente non se ne è più
parlato, tanto pareva esagerata una simile affermazione. Un
grave saccheggio si è invece verificato a Valona alla
chiusura del campo, sotto gli occhi di alcuni italiani preposti
alla sua tutela. Un fatto increscioso e grave che turba e
crea sconcerto, specie se presentato al fine di accrescere
nella gente il dubbio sui risultati della propria generosità.
Ma, ancora una volta, è corretto gridare allo scandalo?
Le immagini parlano chiaro, qualcuno dirà, e non si
può dargli torto se ci si ferma lì. Già
è stato accertato che il fatto è avvenuto quando
ormai il campo era stato consegnato all'autorità albanese,
anche se questo dato assume minore rilievo se si cerca di
approfondire il problema inquadrandolo nel contesto albanese.
Senza questa contestualizzazione, le immagini offerte non
ammettono appello. Per amore di verità e per dare un
giudizio più complessivo, dobbiamo invece prendere
in considerazione anche altro.
Le situazioni di crisi significano normalmente forte instabilità,
debolezza politica e istituzionale, conseguente debole o nullo
controllo del territorio, presenza di poteri alternativi,
e inoltre squilibri sociali e povertà diffusa, dove
una tenda, un cavo elettrico, una tubatura per l'acqua, una
porta, uno scatolone di pasta, un sacco di farina o qualsiasi
altra cosa rappresentano un capitale, un'occasione irripetibile
Se poi viene a terminare lo scopo per cui tutti questi beni
sono stati - in così grande quantità - impiegati,
allora l'appropriazione diventa un'ossessione collettiva incontenibile
e violenta, dal ragazzino all'adulto, dalla madre altruista
al commerciante interessato, fino al poliziotto miserabile.
Il senso dello Stato, del benessere collettivo, del riutilizzo
dei beni per ulteriori scopi sociali e collettivi non esiste
in Albania (e non è il solo caso al mondo), anche perché
lo Stato è visto come l'oppressore dei tempi di Hoxha,
il ladro dei tempi delle "piramidi finanziarie"
e oggi qualcosa ancora debolmente presente che stenta a farsi
riconoscere. L'assenza di valori consolidati e lo sviluppo
di un capitalismo selvaggio, senza regole, senza etica, senza
rispetto della persona, della sua dignità e dei suoi
diritti, completano poi il quadro. Tutto questo dovrebbe porci
qualche interrogativo, essendo l'Albania alle nostre porte.
E dovrebbe spingerci ad un rinnovato sforzo per aiutare a
ricostruire in quel paese il senso del bene collettivo e della
cosa pubblica.
È certamente triste e riprovevole l'immagine dei furti
e dei saccheggi; ci fa rabbia. Ma, occorre ripeterlo, in certe
situazioni sono purtroppo quasi inevitabili. È l'esperienza
delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, dell'Unione
europea e delle organizzazioni non governative impegnate nelle
situazioni di crisi, di guerra o di instabilità politica.
Secondo le Nazioni Unite è fisiologica la perdita di
un 10-15% dei beni destinati alle popolazioni nelle situazioni
di crisi. Il saccheggio di Valona è stato definito
da alcuni organi di informazione come "prova del fallimento
di una grande iniziativa umanitaria". Si è trattato
certo di fatti molto incresciosi, ma chi ha operato sul terreno,
dando il meglio di sé con risultati innegabili, sa
che essi tolgono comunque poco alla validità di quanto
è stato fatto.
Quanto affermiamo non vuole assolutamente giustificare errori
o ancor peggio malversazioni se mai ci siano state. Pur nelle
difficoltà di un centro come Valona, alcuni errori
potevano infatti essere evitati con esiti probabilmente diversi
anche nella gestione del campo e nel suo passaggio alle autorità
albanesi. Passaggio che nessuna ONG, con un minimo di esperienza
in Albania, avrebbe mai realizzato in modo così sprovveduto.
6. IL RISCHIO DI SPEGNERE LA SOLIDARIETÀ DEGLI
ITALIANI
La grande risposta e mobilitazione degli italiani è
stata un segno di grande umanità ma anche un segnale
dell'importanza che la nostra società continua a dare
ai valori della solidarietà, della fratellanza, della
convivenza. Quasi una reazione di massa alle chiusure e agli
interessi egoistici. Ha dimostrato inoltre l'interesse della
gente ai problemi sociali e politici dei vicini Balcani e
il desiderio di contribuire alla loro soluzione, contro ogni
forma di imbarbarimento e di degrado dei rapporti umani e
sociali. Valori e segnali importanti, che dovrebbero essere
evidenziati, valorizzati e far riflettere tutti.
Purtroppo, i mezzi di informazione - tranne pochi lodevoli
casi - si sono concentrati più sullo spettacolare e
sullo scandalistico che non sulla variegata straordinaria
realtà e su quanto di positivo essa stava comunicando
e continua tuttora a comunicare.
Con le polemiche e l'informazione scandalistica sulla Missione
Arcobaleno, il rischio che vediamo - e che dovrebbe preoccupare
proprio tutti - è che nella società italiana
si vada spegnendo uno dei valori fondamentali, quello della
solidarietà, e in particolare quella tesa alle sofferenze
al di là dei nostri confini. Il messaggio che sta passando
è infatti un messaggio negativo, di grande delusione,
senza speranza, che porta a dire: "basta, non mi fido
più di nessuno", oppure "ho avuto ragione
io che me ne sono disinteressato". A nostro parere, l'indebolimento
o la perdita di un valore come quello della solidarietà
verso i più lontani in estremo bisogno e l'estinzione
della generosità degli italiani sarebbero una perdita
gravissima che segnerebbe profondamente la nostra società.
Anche l'informazione "di cassetta" da un lato e
la polemica e la lotta politica dall'altro devono riuscire
a tenerlo presente. Lo chiediamo con molta enfasi ai media
e ai politici. C'è un'etica, anche nell'informazione
e nello scontro politico, che va rispettata. L'etica della
verità, che non può e non deve essere limitata
a singoli fatti, pur gravi essi siano.
La gente deve sapere, prima di ogni altra cosa, che quanto
ha fatto è servito, che la sua generosità non
è andata sprecata, che il suo straordinario gesto di
solidarietà è stato essenziale. È riuscito
infatti ad alleviare le sofferenze dei profughi, in particolare
di migliaia di bambini e di anziani. Ha garantito loro alloggio,
cibo, indumenti, prodotti per l'igiene, servizi sociali, dignità
e speranza. Ha permesso ai kosovari di rimanere uniti e di
ritornare subito nelle proprie case per ricostruire e per
ricominciare. Li sta ora accompagnando con forza nella ricostruzione.
Come sta accompagnando, con lo stesso spirito fraterno, i
nuovi profughi kosovari, serbi e rom, nel loro doloroso cammino
di speranza verso un ritorno che pare ora impossibile.
Ogni errore, ogni negligenza, ogni disfunzione va denunciata
e ogni responsabilità, se sarà provata, va severamente
perseguita. Ma la verità non può essere negata
o messa in sordina di fronte a fatti certamente incresciosi,
ma pur sempre circoscritti. La verità della Missione
Arcobaleno, con tutti i suoi limiti, è molto più
ampia, più bella, più umana, più ricca
di esperienze e di fatti positivi di quanto l'informazione
ne abbia voluto scrivere e parlare. Ne siamo stati testimoni
diretti, giorno dopo giorno.
Oggi in Kosovo, nel momento più delicato del ritorno
e della prima ricostruzione, l'Italia è presente grazie
alle organizzazioni umanitarie non governative. Esse stanno
realizzando un lavoro meraviglioso, anche se difficile. Lavoro
verificabile in qualsiasi momento da parte di chiunque. Lavoro
che vuole testardamente esprimere, in un contesto di odio
e di vendetta, un messaggio di pace e di comprensione.
Una buona parte di queste organizzazioni è sostenuta
proprio dalla Missione Arcobaleno che finanzia, grazie ai
fondi della solidarietà degli italiani, l'assistenza
ai più bisognosi, la ricostruzione di case (circa 5000),
scuole (61), ospedali (3), ambulatori (una ventina), la bonifica
di edifici e terreni da mine e ordigni esplosivi, la ripresa
dei servizi pubblici essenziali e delle attività produttive,
anche attraverso forme di microcredito
nella speranza
della ripresa del dialogo e della convivenza. Occorre riconoscere
che, senza i fondi della generosità della società
italiana, l'Italia avrebbe potuto fare ben poco in Kosovo
e per i profughi in Albania, in Montenegro e in Serbia.
Nino Sergi, Segretario Generale di INTERSOS (per la Rivista
INTERSOS NOTIZIE, ottobre 1999).
Il presente testo è stato aggiornato al febbraio 2000.
PARTE SECONDA
LA SOLIDARIETÀ
NELLA CRISI DEL KOSOVO
TRARRE I NECESSARI INSEGNAMENTI
Nella prima parte abbiamo cercato di guardare
alla Missione Arcobaleno valutandola da testimoni diretti
e soffermandoci su alcuni degli avvenimenti che hanno occupato
i mezzi di informazione per varie settimane. Vogliamo ora
cercare di individuare alcuni elementi di analisi e di riflessione,
partendo dall'esperienza di MISSIONE ARCOBALENO / PROTEZIONE
CIVILE in Albania. Ci basiamo ancora una volta sull'osservazione
dei fatti e in particolare di quelli che ci sono apparsi come
carenze e limiti e quindi causa di disfunzioni e di errori.
È evidente che, anche se ci riferiamo in particolare
al dipartimento della Protezione civile, tali limiti riguardano
più in generale l'insieme del "mondo umanitario"
intervenuto in Albania.
La loro identificazione e valutazione, nulla togliendo agli
innegabili meriti di un'operazione complessa come Missione
Arcobaleno, può servire a capire come migliorare le
capacità di intervento in situazioni di crisi al di
fuori del contesto nazionale.
INTERSOS. Febbraio 2000
1. ALCUNE OSSERVAZIONI SUI MODELLI OPERATIVI
1.1. Premessa. Una diversa cultura dell'intervento umanitario
Occorre premettere che, tranne poche organizzazioni non governative
(ONG) specializzate e con una buona esperienza acquisita sul
campo, in Italia nessuna istituzione è strutturalmente
preparata ad intervenire direttamente, con efficienza e con
le necessarie competenze, nelle crisi umanitarie internazionali
per portare soccorso alle popolazioni in pericolo. È
un ritardo di cui bisogna essere coscienti per superarlo presto,
anche perché probabilmente le crisi alle nostre porte
non sono ancora finite.
Lo stesso dipartimento della Protezione civile, che ha realizzato
puntuali interventi all'estero, in particolare in occasione
di terremoti o inondazioni, non ha però mai cercato,
né era suo compito farlo, di studiare modelli operativi
e metodologie di intervento adatti alle crisi umanitarie internazionali.
La sua operatività in Italia si è perfezionata
man mano costruendo precisi e prestabiliti moduli di intervento,
studiati specificamente per essere efficaci nelle varie situazioni,
dalle alluvioni ai terremoti, agli incendi e così via.
Ma sempre per agire nel contesto del nostro paese. La straordinaria
rete di istituzioni e associazioni collegate alla Protezione
civile a livello locale e nazionale con grande coinvolgimento
di operatori e di volontari, la qualità delle strutture
e la quantità dei mezzi disponibili, sono anch'esse
funzionali agli interventi in Italia. La stessa cultura e
strategia di intervento che traspaiono parlando con gli operatori
e i volontari della Protezione civile hanno riferimenti tutti
legati al contesto nazionale.
Analogo discorso vale per i gruppi e le associazioni di solidarietà
positivamente e meritoriamente attive in Italia.
Operare nelle situazioni di crisi all'estero richiede normalmente
approcci strategici e operativi alquanto diversi, competenze
e professionalità specifiche, basati su una diversa
cultura dell'azione umanitaria.
1.2. Il rapporto con i profughi e il loro coinvolgimento
È un punto fondamentale e può rappresentare
la garanzia del successo di un'operazione umanitaria. Abbiamo
varie testimonianze che sottolineano, da questo punto di vista,
una certa impreparazione nei volontari della Protezione civile.
Grande impegno e capacità tecniche ma, tranne alcuni
casi di esemplare coinvolgimento personale, insufficiente
preparazione al contatto e alla comunicazione con le famiglie
profughe. Si è trattato infatti dello svolgimento di
un servizio tecnico che ha normalmente limitato la relazione
con le persone beneficiarie allo stretto ambito degli specifici
compiti, dalla distribuzione dei pasti alle manutenzioni nelle
tendopoli, eccetera.
Quasi nulla anche la capacità di coinvolgere e responsabilizzare
gli stessi profughi: l'aver visto in alcuni campi volontari
italiani impegnati perfino a tagliare il pane e i profughi
kosovari a non fare nulla, in attesa solo di ricevere qualcosa,
deve farci riflettere. Il profugo è una vittima che
vuole riscattarsi, provvedere a se stessa per quello che gli
è consentito, agire, lavorare, decidere. Centinaia
di volontari, e non solo della Protezione civile, sono partiti
per l'Albania con l'intenzione di "provvedere a tutto".
Se si può trattare di un approccio giusto e indispensabile
nei primi giorni delle emergenze, diventa invece negativo
quando si sostituisce a tutto ciò che le stesse vittime
possono e vogliono fare.
1.3. Il rapporto con le istituzioni albanesi
Non è semplice. Si tratta di istituzioni deboli, non
sempre con persone all'altezza dei propri compiti. Sia per
quanto riguarda quelle di coordinamento politico che quelle
della sicurezza e dell'ordine pubblico. Occorre saperlo e
soprattutto sapere come relazionarsi con esse, a loro supporto,
per rafforzarne l'autorevolezza, lo spirito civico e le capacità,
anche attraverso gli interventi che si stanno realizzando.
Non sono cose che si imparano in pochi giorni, e anche dopo
averle imparate, tutto può crollare da un momento all'altro,
richiedendo coerenza e compromesso al tempo stesso.
Nel caso della Protezione civile ci sembra che non sia stata
prestata adeguata attenzione all'indispensabile relazione
interattiva con le istituzioni albanesi e alla necessità
del loro rafforzamento - nel senso della responsabilizzazione
e del supporto istituzionale - a livello di prefettura e di
distretto, lì dove c'erano i campi.
1.4. Le persone e i mezzi
Abbiamo detto che i modelli operativi del dipartimento della
Protezione civile sono quelli predisposti per gli interventi
in Italia. Affermare che potevano non essere perfettamente
adatti per l'Albania è quindi cosa ovvia. Se lo facciamo
è quindi solo per evidenziare le disfunzioni e trarre
insegnamenti da un'esperienza unica, come è stata questa
in Albania.
a) La quantità delle persone. Il numero di 3.792 volontari
coordinati dal dipartimento della Protezione civile e di altri
2.419 coordinati da regioni e enti locali, per un intervento
umanitario internazionale, pare proprio eccessivo. Per i 60
mila rifugiati assistiti sono intervenuti ben 6.211 volontari:
uno ogni dieci rifugiati. Se non si trattasse di persone che
hanno sinceramente creduto in quanto facevano e che hanno
sentito doveroso parteciparvi, si dovrebbe parlare di "lusso
umanitario", di "spreco" di buone volontà.
Molti dei lavori svolti dai volontari potevano essere svolti
da albanesi o dagli stessi profughi kosovari.
b) La qualità delle persone. Le grandi quantità
sono normalmente a discapito della qualità. Le ONG
umanitarie sono molto attente alla qualità degli operatori
impegnati, anche se non sempre con successo. La nostra esperienza
ci mostra che, a fianco di soggetti idonei, spesso chiedono
di partire persone, anche professionalmente brave, che in
realtà fuggono da problemi personali irrisolti: persone
alla ricerca di un ruolo, persone con atteggiamenti da rambo,
convinte delle proprie (false) capacità, persone che
cercano un'avventura rispetto alla noiosa quotidianità,
persone generose ma troppo giovani o impreparate su tutto,
persone non sufficientemente equilibrate
Una casistica
immensa, che obbliga le ONG umanitarie ad un'attenta selezione.
Non è certo stato possibile alle regioni, agli enti
locali e alle altre istituzioni intervenute in Albania selezionare
nel dovuto modo, in tempi così stretti, un così
alto numero di volontari, correndo quindi il rischio di scaricare
problemi in situazioni già di per sé problematiche.
c) Il periodo della permanenza. Le ONG umanitarie normalmente
rifiutano l'impiego di volontari settimanali o quindicinali
nelle crisi umanitarie internazionali. Essi non hanno infatti
nemmeno il tempo di capire il contesto sociale e culturale
in cui si trovano e già devono ritornare a casa. È
una presenza poco utile, a meno che non sia limitata ad uno
specifico compito tecnico specialistico. E soprattutto è
una presenza che ben poco rapporto può instaurare con
le persone a cui intende portare soccorso. Non solo la Protezione
e le istituzioni collegate, ma anche varie associazioni hanno
adottato in Albania questo metodo, forse meno problematico
ma certamente poco idoneo. In Italia il modello della breve
turnazione dei volontari in occasione ad esempio di un terremoto
o un'alluvione può andare bene ed essere efficace.
Per l'estero, in contesti diversi dal nostro, riteniamo proprio
di no.
d) La quantità dei mezzi. Dalla relazione del dipartimento
della Protezione civile risulta che, durante i tre mesi della
Missione, sono stati impiegati in Albania 1.500 mezzi. Dai
camion, ai fuoristrada, agli altri svariati mezzi di trasporto,
alle cisterne, alle ambulanze, alle gru, alle officine mobili,
alle centrali mobili, alle roulotte, ai camper
In emergenze
così gravi è meglio abbondare che rimanere sprovvisti
dei mezzi necessari, specie se non si conosce esattamente
la realtà che si deve affrontare. Si è trattato
comunque di molti mezzi, forse troppi. Certamente il dipartimento
farà un attento esame e una valutazione su quanto è
stato impiegato, quanto e in che misura è stato utilizzato
e quanto sarà risultato superfluo o inadatto. Sarà
un esercizio utile, non tanto per interrogarsi sul passato
(date le molte incognite, la Protezione civile non aveva forse
altra scelta), ma per preparare meglio il nostro paese ad
eventuali interventi futuri.
1.5. La collaborazione con le ONG
È un aspetto da tenere in considerazione per il futuro.
La collaborazione tra alcune organizzazioni non governative
e il dipartimento della Protezione civile o le Protezioni
regionali o comunali ha dato infatti in Albania risultati
molto positivi. La scelta di considerare alcune ONG partner
a pieno titolo, riconoscendo loro, ove conveniente, perfino
il ruolo di coordinamento delle attività a livello
locale, è stata una carta vincente. Si sono potute
ottenere sinergie interessanti tra le competenze delle ONG
e la loro migliore conoscenza del contesto albanese e kosovaro
e le competenze tecniche e i mezzi della Protezione civile.
Non è una ricetta che può essere utilizzata
sempre e comunque, ma è certamente una via da perseguire
e approfondire per l'azione umanitaria nelle crisi internazionali.
INTERSOS può vantare, insieme alla Protezione civile
del Comune di Milano, un ottimo lavoro di stretta ed efficace
collaborazione nella gestione dei campi-tenda di Lezha per
un totale di 3400 profughi kosovari.
2. PER UNA SOLIDARIETÀ MIRATA ED UN'AZIONE INTERNAZIONALE
EFFICACE
2.1. Riconfermare il valore della solidarietà espressa
dalla società italiana
L'aspra polemica che si è sviluppata sulla Missione
Arcobaleno ha portato perfino a mettere in dubbio i risultati
ottenuti, il valore di un lavoro che ha contribuito ad accogliere,
assistere, nutrire, fino al ritorno a casa, decine di migliaia
di profughi; ha portato ad interrogarsi sull'utilità
della straordinaria generosità e solidarietà
mostrata da decine di migliaia di persone, associazioni, enti,
imprese che hanno contribuito finanziariamente alla costituzione
del Fondo per la realizzazione di puntuali azioni di assistenza
umanitaria e di aiuto alla ricostruzione.
La giusta informazione si è trasformata spesso in servizi
e reportage strumentali, sia a fini politici che di audience
commerciale (in Italia gli scoop scandalistici - veri o falsi,
poco importa - hanno sempre grande successo). A volte sono
stati raggiunti livelli di ricostruzione e interpretazione
di quanto avvenuto, tali da non avere quasi più nulla
a che vedere con la verità della realtà. Non
vogliamo assolutamente minimizzare i fatti gravi e gli errori
commessi, ma di fronte alle scene di disperazione di decine
di migliaia di profughi, all'enorme lavoro per accoglierli,
assisterli e nutrirli in Albania senza che vi sia stata una
sola vittima, al miracoloso ritorno di tutti alle proprie
terre
di fronte a tutto questo è doveroso - se
si vuole davvero ristabilire la verità - ridare la
giusta dimensione ai problemi evidenziati.
Siamo i primi a desiderare che venga denunciato tutto ciò
che possa inquinare il rapporto di fiducia tra la società
e le istituzioni, specie sul tema della solidarietà.
E, ancor più, tutto ciò che inquini il rapporto
tra la società e le organizzazioni umanitarie e solidaristiche.
Si tratta infatti di un rapporto che deve basarsi sulla massima
trasparenza, sull'informazione e, prima ancora, sulla capacità
di realizzare ciò per cui si sollecita la solidarietà.
Quando però i fini sono altri e la denuncia diventa
strumentale ad essi, allora qualche punto interrogativo dobbiamo
porcelo.
Rimaniamo convinti che, finita la bufera e calmati gli animi,
si giungerà ad una più giusta ed equilibrata
visione e valutazione di ciò che veramente è
stata la Missione Arcobaleno, con i suoi pro e i suoi contro,
ma certamente con una verità importante, innegabile
e inattaccabile, quella che i profughi kosovari sono stati
salvati, assistiti e aiutati a ritornare a casa.
2.2. La solidarietà nella crisi kosovara
Come è stata sollecitata e espressa la solidarietà
in occasione della crisi kosovara? Ci soffermiamo su due soli
aspetti.
a) La raccolta dei fondi da parte governativa. Il fatto che
la sottoscrizione di "Missione Arcobaleno" sia stata
lanciata dalla Presidenza del Consiglio è stato visto
da molte organizzazioni umanitarie come un'invasione di campo.
Il ragionamento che sta alla base di questa visione ha un
serio fondamento. Se alle organizzazioni umanitarie viene
ridotta la possibilità di rapporto diretto e di comunicazione
con la società, esse rischiano di trasformarsi in mere
agenzie operative perdendo così la loro caratteristica
di espressione e rappresentanza della società civile.
Non è in realtà un problema per molte organizzazioni
e associazioni che hanno ormai radici solide nella società;
lo rimane però per il governo (come per le organizzazioni
pubbliche internazionali) che non deve sostituirsi alla società
civile organizzata, quando questa esiste e agisce validamente.
Detto questo, occorre però anche riconoscere che la
formula adottata da "Missione Arcobaleno/Fondi privati"
ha avuto elementi di grande positività, che occorre
tenere in seria considerazione per il futuro. L'azione del
governo è stata limitata al lancio dell'iniziativa,
alla definizione dell'ambito di utilizzo dei fondi e alla
nomina di un Commissario governativo incaricato della loro
gestione nella massima autonomia. È proprio questa
autonomia gestionale, svincolata dai lacci della burocrazia
amministrativa, che ha garantito la massima rapidità
e capacità di risposta ai bisogni, senza nulla sottrarre
alla severità delle regole di gestione e al controllo.
L'utilizzo dei fondi è stato per la quasi totalità
affidato ad ONG ed altre associazioni umanitarie impegnate
direttamente in Kosovo e nei paesi limitrofi a favore delle
popolazioni maggiormente colpite. Tutto è stato pubblicizzato
in modo continuativo e rendicontato, come mai nessun ente
pubblico ha fatto nel passato. Ne è risultata quindi,
a nostro parere, una positiva collaborazione tra pubblico
e privato, di cui fare tesoro per il futuro.
b) Le espressioni dell'impegno solidaristico. La solidarietà,
nell'azione umanitaria internazionale, si deve tradurre immediatamente
in azione concreta, mirata ed efficace. Si donano soldi, si
donano beni, ci si impegna personalmente.
La cosa più semplice, ed al tempo stesso più
efficace, è la donazione di soldi ad organizzazioni
umanitarie affidabili, riconosciute a livello nazionale e
internazionale; organizzazioni che operano direttamente nelle
realtà di crisi, che realizzano nel dovuto modo quanto
promettono, che informano sulle attività svolte e che
sono trasparenti sulla gestione dei fondi con certificazione
e pubblicazione del bilancio. Ancora meglio se riescono a
contenere i costi di gestione, impiegando i fondi raccolti
per le attività a diretto beneficio delle popolazioni.
La donazione di beni presenta molti problemi ed è da
evitare, specie se realizzata su larga scala e in modo indiscriminato.
L'approccio "tutto può essere utile" è
superficiale e risulta di fatto funzionale solo a sbarazzarsi
di cose superflue o inutili. La raccolta dei beni può
essere valida in alcuni casi se puntuale, precisa, ben finalizzata
e governata con chiare e definite indicazioni, severa selezione
(fino al rifiuto dei beni impropri), valutazione del rapporto
costi/benefici e capacità di interromperla al momento
giusto. In questo senso, i prodotti migliori sono quelli donati,
in modo omogeneo, dalle imprese in risposta a precise e ben
selezionate richieste.
L'impegno personale può esprimersi in mille maniere,
dalla promozione della solidarietà nel proprio ambiente,
informando, agendo, esprimendo valori, organizzando, raccogliendo
fondi, eccetera, alla partecipazione personale e diretta all'intervento
umanitario. Data la vicinanza, le crisi balcaniche hanno permesso
con facilità anche questo tipo di impegno diretto sul
terreno, in particolare in Bosnia e in Albania. Se dal punto
di vista personale si tratta di un atto di grande coinvolgimento
emotivo, non sempre si traduce in azione utile, mirata ed
efficace. Talvolta può anzi provocare confusione. Essendo
un punto importante, vediamo di approfondirlo.
2.3. Le ambiguità del volontariato a livello internazionale
Vi sono momenti in cui l'atto di testimonianza è fondamentale,
ma normalmente l'azione umanitaria a livello internazionale,
quella che deve dare risposte adeguate alla gravità
delle crisi umanitarie, richiede anche altro. In particolare
un'organizzazione in cui inserirsi, con esperienza, professionalità,
struttura operativa, capacità e mezzi specifici, conoscenza
dei problemi umani e sociali del contesto di crisi, che garantisca
periodi di permanenza adeguati, supporto continuativo, collegamento
e coordinamento con gli altri soggetti operativi. Insomma,
non basta la buona volontà e il sentimento solidaristico,
anche se rimangono valori indispensabili.
Alcune associazioni hanno favorito in questi anni nei Balcani
una grande presenza di volontari, indipendentemente dalla
professionalità e da una collocazione precisa nell'ambito
dell'intervento ("vieni, darai una mano", "sarà
comunque un'esperienza che ti farà crescere").
A parere nostro si tratta di un grave errore che, mescolando
diversi obiettivi che richiedono diverse specificità
e modalità di intervento, può creare non poca
confusione. Se l'obiettivo è sviluppare l'associazionismo,
oppure impegnare i giovani arricchendoli di esperienze internazionali
- tanto per limitarci a due esempi che riteniamo comunque
validi e importanti - altre sono le strade da seguire, non
questa. L'obiettivo, severamente unico, nelle gravi crisi
umanitarie è quello di salvare e assistere le popolazioni
in pericolo; tutto il resto deve rimanere secondario. Per
poterlo fare, occorre esserne capaci, preparandosi, formandosi,
come organizzazioni innanzitutto e come singole persone al
loro interno. C'è un enorme spazio da coprire, costituito
da bisogni umani immensi e crescenti che chiedono risposte
adeguate. Occorre coprirlo, con l'aiuto di tutti. È
un dovere umano che chiamiamo imperativo umanitario e che
quindi ci riguarda tutti. Per farlo, però, le buone
intenzioni e la buona volontà non bastano più.
Non è vero che chiunque e qualsiasi associazione solidaristica
possa essere capace, senza adeguata preparazione, di dare
le risposte che le crisi richiedono.
Sembrano cose scontate ma in Italia, anche a livello politico
e di governo (basti esaminare il nuovo progetto di legge sulla
cooperazione allo sviluppo che su questo punto è assolutamente
criticabile), da alcuni anni stentano a passare.
2.4.
e quelle dei soggetti istituzionali
Analogo discorso ci sembra debba essere fatto a proposito
delle istituzioni. Tutte, fortunatamente, pronte ad intervenire
direttamente ed in prima persona, dalle regioni, alle province,
ai comuni, agli enti pubblici dei servizi eccetera. Diciamo
"fortunatamente" proprio perché crediamo
al valore del decentramento e alla necessità del massimo
allargamento dell'impegno nel campo della solidarietà
e, più in generale, della cooperazione internazionale.
La domanda che si impone è però sempre la stessa:
come intendono prepararsi i soggetti istituzionali a questi
diversi contesti di crisi che, come abbiamo evidenziato, richiedono
preparazione, conoscenze e capacità specifiche? O come,
più in generale, intendono prepararsi alle azioni di
cooperazione con i paesi terzi? Il nuovo progetto di legge
sulla cooperazione allo sviluppo, che abbiamo appena citato,
apre le porte a tutti i soggetti istituzionali (e fin qui
bene), ma senza pretendere nulla in fatto di preparazione
e conoscenze specifiche. Non basta, ad esempio, sapere fare
funzionare bene la nettezza urbana - o qualsiasi altro servizio
- in una città italiana e trasferirne tali e quali
le tecnologie e l'organizzazione nei paesi terzi. Trent'anni
di simile cooperazione, per l'appunto senza grandi risultati,
devono pur avere insegnato qualcosa! Stando al nostro governo
e al nostro parlamento, anche su questo punto, pare proprio
di no.
Nino Sergi, Segretario Generale di INTERSOS (per la rivista
INTERSOS NOTIZIE, ottobre 1999).
Questo testo è stato aggiornato al febbraio 2000.
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