| Roma, 23 luglio 2006
AI SENATORI
Massimo Villone, Ds
Claudio Grassi, Prc
Luigi Malabarba, Prc
Franco Turigliatto, Prc
Fosco Giannini, Prc
Mauro Bulgarelli, Verdi
Loredana De Petris, Verdi
Giampaolo Silvestri, Verdi
Fernando Rossi, Pdci
Cari Senatori,
Mercoledì sarete chiamati a votare sulle missioni
militari all’estero, compresa quella in Afghanistan. Ci permettiamo
di scrivervi perché Intersos opera in quel paese dal dicembre
2001 in più province, per sostenere il ritorno dei profughi,
assistere gli sfollati, ricostruire scuole, ambulatori e punti d’acqua,
liberare dalle mine. Esprimiamo anche il pensiero delle altre organizzazioni
dell’Associazione Ong Italiane attive in Afghanistan.
Rispettiamo le vostre posizioni. Anzi ne condividiamo
pienamente la radice: il rifiuto della guerra. Essa produce infatti
morte e distruzione. Nel mondo attuale, non può risolvere
problemi e conflitti che hanno assunto complessità tali da
richiedere, al contrario, convinte, rispettose e perseveranti azioni
politiche. Li modifica, certo, ma i problemi rimangono: spesso con
una semplice sostituzione di individui e collettività costrette
a subire e soffrire.
La guerra all’Iraq e l’Enduring Freedom
in Afghanistan fanno parte di questa sequenza. Giusta è stata
quindi la decisione del Governo di uscire da entrambe. Un grande
segnale di discontinuità. Doveroso.
Un discorso diverso va però fatto, a nostro
avviso, rispetto a presenze militari in contesti dove esse sono
necessarie. Non di guerra si tratta, ma di imprescindibile impegno
della comunità internazionale a tutela delle popolazioni
o per la stabilizzazione dopo un conflitto. Pensiamo alla scellerata
decisione delle Nazioni Unite di ritirare il proprio contingente
in Ruanda nel 1994, invece di potenziarlo. Pensiamo alla supplica
delle organizzazioni umanitarie al Consiglio di Sicurezza nel 2003
perché fossero inviati adeguati contingenti militari in Congo
a tutela delle etnie in pericolo. Pensiamo alla Bosnia o al Kosovo
dove il ritiro dei contingenti militari, ancora oggi, potrebbe significare
la ripresa delle ostilità con gravi rischi per le popolazioni.
Pensiamo all’urgenza di una forza di tutela e interposizione
in Darfur ed ora in Libano. E altri casi ancora.
L’operazione Isaf in Afghanistan non è
nata come azione di guerra. A Bonn, alla fine del 2001, erano presenti
tutti: i rappresentanti delle varie comunità tribali afgane,
le Nazioni Unite, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e molti
altri paesi ed organizzazioni internazionali. E’ stata un’iniziativa
sotto l’egida dell’Onu, multilaterale, che ha prodotto
decisioni concordate e pienamente legittime. Compresa quella dell’invio
di una forza multinazionale per garantire la sicurezza alle nuove
istituzioni transitorie che dovevano assumere il difficile compito
di governare il paese. Non per combattere qualcuno, quindi, ma per
permettere l’avvio di una nuova fase politica in Afghanistan.
Se c’è stato errore, e dobbiamo riconoscerlo
con sincerità, è stata l’incapacità della
Comunità internazionale di assicurare una presenza militare
più ampia, non limitata alla sola Kabul ma diffusa su tutto
il territorio. Le province infatti, schiacciate dalla prepotenza
dei warlords o insidiate dall’influenza talebana,
avevano bisogno, in quella fase delicata, di una significativa presenza
esterna protettiva. Non si è avuto il coraggio e la capacità
di farlo. Mancanza che non è stata senza conseguenze. Si
è lasciato infatti mano libera, sul territorio, all’operazione
Enduring Freedom: alla guerra.
Quando nel 2003 Isaf, su mandato delle Nazioni Unite,
ha finalmente iniziato ad operare nelle province del nord per poi
estendersi a quelle occidentali, la situazione era ormai compromessa.
La sovrapposizione tra Enduring Freedom e Isaf è
stata inevitabile. Come inevitabile è stata la confusione
tra le due operazioni agli occhi degli afgani. Sovrapposizione e
confusione che si presenta ancora più accentuata nelle province
meridionali e orientali. E’ proprio questa confusione che
ha portato le Ong italiane a rifiutare di operare nella provincia
di Herat, mentre continuano a farlo in altre province. Troppo alto
era il rischio di essere visti e vissuti, anche noi organizzazioni
umanitarie, in modo equivoco e confondibile con i militari.
Il problema su cui riteniamo debba essere posta prioritariamente
l’attenzione non è il ritiro dall’Isaf, ma verificare
e mettere in atto modalità efficaci perché la presenza
multinazionale di stabilizzazione e sicurezza rimanga tale, sia
nelle sue regole di ingaggio che nel vissuto degli afgani. La mozione
approvata alla Camera prevede strumenti di verifica parlamentare.
Analogamente, le Ong operanti in Afghanistan hanno chiesto che l’Italia
esiga chiarezza in sede Nato per potere, con altrettanta chiarezza,
assumere decisioni sempre in coerenza con la nostra Carta costituzionale.
Di questo si tratta, di esigere che Isaf rimanga nel solco del mandato
ricevuto che è, a nostro avviso, ancora necessario: quello
di sostenere le Istituzioni afgane a livello centrale e provinciale
garantendo, con presenze e mezzi adeguati, la sicurezza del territorio.
Il ritiro di Isaf, lo sappiamo tutti, lo sapete anche
voi, non sarebbe senza conseguenze. Non sarebbe la fine della violenza,
come vorremmo. Non creerebbe una situazione migliore. Sarebbe l’avvio
di scontri tra prepotenze tribali rappresentate dai signori della
guerra che sono tuttora armati, pronti ad agire per conquistarsi
maggiori spazi di potere. O sarebbe il ritorno, altrettanto feroce
e oscuro, dei talebani con le loro pubbliche esemplari atrocità.
Anche se la situazione in Afghanistan è carica di crescenti
problemi, di errori gravi e ripetuti, di visione politica povera
se non semplicemente di mancanza della politica, le popolazioni
afgane, che sono la nostra priorità, non ne trarrebbero giovamento.
Di questo dobbiamo essere certi. E questo dovrebbe, a nostro avviso,
guidare le valutazioni e le scelte politiche.
Un cordiale saluto,

Raffaele Morese
Nino Sergi
Presidente
Segretario Generale
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